Echi antichi e recenti del massacro di Cefalonia

La sede era degna dell’evento; il numero dei partecipanti al di là delle più rosee aspettative. L’uditorio attento e commosso, quasi stesse assistendo di persona allo spietato massacro di quasi settanta anni addietro. L’eco del barbaro eccidio, che nel settembre 1943 insanguinò il pittoresco fazzoletto di terra galleggiante nel greco mar (tanto caro a Foscolo) da cui vergine nacque Venere, tornò a farsi sentire quasi per incanto (dalle cinque del pomeriggio alle prime ore della sera del 10 novembre 2011) nella sala di lettura dell’Istituto Gramsci Siciliano. Ad evocare l’atmosfera di quei giorni nefasti, che videro trucidare con ferocia tutta nazista più di 6.000 militari italiani, e naufragarne altri 3.000, sono stati soprattutto i ricordi di due sopravvissuti: Giuseppe Benincasa e Giorgio Lo Iacono, già falegname il primo, professionista il secondo. Altri due (di cui uno presente all’incontro-dibattito) hanno raccontato la loro odissea per interposta persona. Non meno toccanti si sono rilevati i frammenti di memoria offerti alla riflessione degli astanti dagli altri relatori, uomini e donne, anziani e giovani d’ambo i sessi e di diversa formazione culturale ed umana. E si noti che se qualcuno ha potuto affermare a buon diritto che i fatti di Cefalonia avevano cominciato a segnare la sua esistenza fin dall’infanzia, qualche altro vi si era appena accostato

A fornire lo spunto per la realizzazione della bella iniziativa dell’Istituto Gramsci (onorata anche della presenza del console di Grecia, prof.ssa Renata Lavagnini) è stato il libro di Giuseppe Benincasa: Memorie di Cefalonia. La guerra volutamente dimenticata e il martirio della Divisione “Acqui” (a cura di Francesco Licata e Mario Liberto, prefazione di Giuseppe Oddo), San Giovanni Gemini, s. d. (ma 2007). Il successo va, nondimeno, ascritto anche a merito dell’ANPI di Palermo “Comandante Barbato”, che ha partecipato all’assemblea con una nutrita delegazione, guidata dal segretario Angelo Ficarra e da Giorgio Colajanni, figlio del compianto Pompeo, l’ardimentoso siciliano che nel 1945 liberò Torino dall’occupazione nazi-fascista. Né va dimenticata la preziosa collaborazione con l’Istituto dei relatori e di alcune personalità di rilievo nazionale che, che pur non avendo potuto partecipare materialmente alla manifestazione, vi hanno contribuito in vari modi.

A parte le numerose indicazioni bibliografiche sull’argomento, estrapolate dai novanta titoli che nel corso di diversi anni lui stesso aveva raccolto con pazienza certosina in quasi tutte le regioni d’Italia, il maresciallo Giuseppe Pollice, comandante di una sezione operativa volante della Guardia di Finanza nel litorale abruzzese, ma anche appassionato animatore di un’inedita mostra nazionale, appunto, sulla strage di Cefalonia (Giulianova 6-20 novembre 2011), ha fornito agli organizzatori dell’evento anche l’elenco dei caduti siciliani, quello dei decorati (con le relative motivazioni), e persino le fotografie di tre benemeriti figli dell’Isola sacrificati nel fior degli anni sull’altare della libertà: il palermitano ten. Carmelo Onorato (medaglia d’oro); il corleonese cap. Antonino Verro (medaglia d’argento) e il messinese cap. Vincenzo Saettone (medaglia d’argento). Nel contempo da Pozzallo (Ragusa) il prof. Carmelo Nolano, nella sua qualità di presidente dell’Associazione Nazionale Superstiti, Reduci e Famiglie della Divisione “Acqui”, sezione Sicilia, ha segnalato le generalità e gli indirizzi di altri siciliani sopravvissuti a quell’inferno. Di più, ha fatto sapere che la sua organizzazione è impegnata ad attribuire quanto prima la medaglia d’argento a tutti i corregionali sfuggiti all’atroce eccidio, e tuttora in vita. E non ha mancato di aggiungere che le vicende della Divisione “Acqui” lo «riguardano molto da vicino», perché un fratello di suo nonno «è stato trucidato dai nazisti a Cefalonia». Una ragione di più, questa, per dichiararsi «ben lieto di organizzare con l’Istituto Gramsci altre iniziative per ricordare i martiri di Cefalonia».

Ma forse il successo dell’iniziativa sarebbe stato minore senza l’essenzialità e la concretezza degli interventi, che hanno agevolato il compito al moderatore, prof. Salvatore Nicosia, presidente del Gramsci. Il quadro storico di riferimento è stato esposto a più voci, prima delle quali quella di Vincenzo Rotolo, professore emerito di greco moderno e antico, profondo conoscitore dei luoghi e delle circostanze che a metà settembre 1943 scatenarono la belva teutonica, per ordine diretto del Fűrer. L’altalena di speranze e terrore cominciò a dare i primi segni di sé poche ore dopo la firma dell’armistizio di Cassibile, come hanno avuto modo di riferire gli stessi sopravvissuti, e indirettamente alcuni anziani di Cefalonia, intervistati pochi anni fa da Antonella Sorci, grecista e allieva di Vincenzo Rotolo e di Salvatore Nicosia. Per inciso, all’evento del 10 novembre la prof.ssa Sorci ha portato un notevole e pur sempre sobrio contributo di voci, memorie e immagini raccolte nella piccola isola del mare Ionio. «Mi ricordo la sera dell’8 settembre», le aveva riferito nell’estate 2007 Thalia Vasilatu. «Il porto di Argostoli era pieno di soldati. Ballavano. Cantarono tutta la notte e anche noi credevamo, naturalmente, che la guerra fosse davvero finita. Non sapevano, non sapevamo. Quello era l’inizio […]. Voi italiani dovete pensare a Cefalonia come a una parte di voi stessi. Qui, insieme, abbiamo vissuto e sofferto». Parole sincere, degne di esser tramandate ai posteri. Osservazioni puntuali che, riportate fedelmente dall’intervistatrice, e immortalate in un opuscoletto a sua firma (Mamma ritorno a casa), realizzato per l’occasione dall’Istituto Gramsci, offrono un campione veritiero dei segni profondi lasciati dai terribili eventi del ‘43, «vissuti dietro le quinte dello scenario grandioso e tragico della guerra e rimasti impressi nella mente infantile di chi ora è vecchio»… O ha cessato di vivere, come Beatrice Ipekian, un’anziana donnina, che nel 2007 aveva raccontato ad Antonella diversi episodi raccapriccianti: dalla ragazza greca, che correva, gridando il nome del suo innamorato trucidato dai tedeschi: «Alzati Roberto, che andiamo via…»; al finanziere «né bello né brutto, ma buono», ucciso come gli altri italiani; all’orrore provato nel vedere ad Argostoli mucchi di cadaveri «tra i campi e il ciglio della strada»; a suo padre che voleva risparmiarle quella brutta vista: Min Kitàs, kori mu, figlia mia non guardare.

Il libro e la personalità di Giuseppe Benincasa (che la maggior parte dei suoi compaesani chiama affettuosamente zio Peppino l’americano) sono stati illustrati da diversi oratori. Già la relazione introduttiva del prof. Rotolo ha colto nell’esposizione di quelle sofferte Memorie una sorprendente immediatezza di scrittura, spia di un’autentica schiettezza di sentimenti e di uno spiccato senso dell’umorismo, che alterna il tono drammatico con il colloquiale, infarcito talora di una mordace vena lirica, che ha valso all’autore [estroso poeta estemporaneo] l’appellativo Peppi Feli. Né sono sfuggite, al fine relatore, le argute notazioni di costume affioranti in vari snodi della narrazione, e segnatamente laddove Benincasa si sofferma sul suo fidanzamento e il successivo matrimonio con la bellissima cefaliota Maria Lalli, che gli abitanti di Castronovo di Sicilia (dove gli sposini si sarebbero trasferiti dopo la guerra) avrebbero ribattezzato zia Maria la greca.

Alle Memorie dello zio Peppino, di cui è stato uno dei curatori, ha fatto più d’un cenno anche l’ex sindaco di Castronovo, Franco Licata, già docente di matematica. L’oratore ha peraltro confessato che, essendo rimasto orfano della madre a cinque anni, trovò assistenza e conforto quasi come figlio adottivo nella generosa greca, destinata a concludere i propri giorni negli Stati Uniti, dove tuttora risiedono il marito e gli altri familiari. Non per questo lo zio Peppino si rassegnò a destinarle l’estrema dimora nell’altra sponda dell’oceano. La portò a Castronovo, dove (a dispetto della sua ormai veneranda età) ritorna ogni anno in un pellegrinaggio mistico coincidente con la settimana che precede la festa di san Pietro. E ci rimane sino alla fine di novembre, non senza aver prima fatto un salto a Valsamata, nell’entroterra di Cefalonia, dove i Benincasa possiedono una casetta e un piccolo fondo rustico, che la zia Maria aveva ereditato dai genitori. A raccontare altri episodi della storia del vegliardo nostro e della compianta greca è stato il preside Nino Conti, anche lui figlio di Castronovo di Sicila, presidente dell’associazione culturale “Kassar”, fondata dall’ex sindaco Licata. E non ha omesso di illustrare la festa e le attestazioni di stima che i castronovesi residenti a Venaria Reale hanno riservato il 15 ottobre 2011 a Peppino Benincasa e a quella straordinaria donna che era stata la zia Maria, in onore dei quali organizzarono uno spettacolo teatrale (costruito dal regista Scibetta sul filo delle Memorie di Cefalonia) e una commovente recita delle poesie d’amore che il romantico poeta aveva dedicato alla sua bellissima greca.

Non c’è dubbio, però, che le più intense scariche di adrenalina si cominciarono ad avvertire nella sala allorché prese la parola, appunto, Peppino Benincasa, talmente commosso da indulgere per un attimo alla tentazione di limitarsi a dire “grazie” agli intervenuti. Ma si riprese in un batter di ciglia e non deluse le aspettative degli organizzatori, del console di Grecia e di quanti erano venuti ad ascoltarlo dalla sua Castronovo, da Corleone, Piana degli Albanesi, Villafrati, Baucina, Marineo, Mezzojuso, Roccapalumba… e persino dalla profonda Lombardia. Per non parlare di due amici arbëreshe (i fratelli Cardinale, figli di un antifascista e suoi compagni di collegio a Palermo), che lo zio Peppino non vedeva da circa settantacinque anni e che, pure, aveva continuato a sentire di quando in quando per telefono dall’America. Le parole di Benincasa catapultarono subito l’uditorio nell’atmosfera d’incertezza che avvolse i soldati della Divisione “Acqui” dopo l’8 settembre 1943. «Giorno 9 settembre scattò il coprifuoco – raccontò –. Io ed i musicanti fummo messi in servizio di guardia. Allora cominciò a serpeggiare il pessimismo. La domanda di tutti era: ma che faranno i tedeschi, come reagiranno?». In questo clima, «il Comando tedesco si trasferì da Ligori ad Argostoli, nella scuola Vaglionos, dietro il nostro Comando. Gli italiani cominciammo a trovarci in un mare di confusione, tra ordini e contrordini. Dalla terraferma greca giungevano intanto brutti segnali: le divisioni italiane si erano arrese, una dopo l’altra, ai tedeschi. Soltanto la “Pinerolo” aveva avuto il coraggio di andare ad ingrossare le formazioni partigiane greche, sui monti».

«Noi della Divisione “Acqui” – tenne a precisare – eravamo solo desiderosi di tornare a casa. Se alcuni consegnarono le armi, la stragrande maggioranza decise di rimettersi agli ordini del generale Gandin, che per parte sua non sapeva che pesci pigliare. Chiese perciò tempo al colonnello tedesco Barge, e l’ottenne fino al 14 settembre. Nelle more Gandin indisse un referendum, che si pronunziò al 90% per la resistenza ai tedeschi. Il 15 settembre arrivarono gli stukas e cominciarono a bombardarci. Scaricavano bombe e mitragliavano a bassa quota, distruggendo immediatamente le nostre macchine telefoniche […]. Il 18 settembre, anziché bombe, gli stukas lanciarono manifestini per comunicarci che i tedeschi [che frattanto avevano subito le prime perdite di ufficiali, uomini della bassa truppa e mezzi, rimpiazzati però abbondantemente per precise disposizioni di Berlino] si apprestavano ad annientarci senza portarsi dietro nessun prigioniero; e questo stimolò in tutti noi la voglia di combattere fino alla morte, anche se sapevamo di disporre di un armamento antiquato e avevamo il morale a pezzi perché cominciavano a mancarci le munizioni e i viveri. Dopo cinque giorni non c’erano più dubbi che stavamo andando incontro alla disfatta».

Poi, «nelle prime ore del pomeriggio del 25 settembre, il sottotenente Scagno ordinò di metterci in marcia per il fortino di Passo Kulumi, dove sperava di organizzare una disperata resistenza, assieme ad altri due ufficiali. Ma vi trovammo accampati i tedeschi. Gli stukas volavano a bassa quota, anche se non ci bombardavano. Prudenza voleva che buttassimo tutti le armi per terra. Finimmo così per facilitare involontariamente il compito degli assassini nazisti. I tre ufficiali italiani furono portati in un luogo appartato e abbattuti con un colpo alla nuca. La truppa fu divisa in gruppi di una cinquantina di uomini, che furono costretti a marciare su diversi sentieri. Ad certo punto sentii una raffica di spari e vidi alcuni commilitoni cadermi addosso come birilli. Rimasi schiacciato dai cadaveri. Ma mi salvai, grazie a Dio, per una serie di circostanze che ho raccontato nel libro. In questa sede mi limito a dire che mi rifugiai a Valsamata, ospite di un certo Giorgio Rasis, (che mi avrebbe poi fatto da testimone di nozze). Un suo parente (anche lui mio futuro compare d’anello), Gagliotis Foti, comandante partigiano dell’ELAS, braccio operativo dell’EAM (d’ispirazione comunista), mi fece attribuire le generalità di un isolano morto, Jiorgo Jannapulo: cosa che mi consentì di confondermi con i nativi dell’Isola, anche perché avevo cominciato a masticare la loro lingua. L’arruolamento nell’ELAS e il matrimonio con Maria fecero di me un vero greco, ma con il cuore siciliano, anzi castronovese. E se il bisogno mi fece ritornare in Italia e poi emigrare negli Stati Uniti, nel 1954, dopo il terremoto che devastò Cefalonia, andai a trovare nel suo rifugio segreto (in montagna) Foti, sul quale il governo aveva messo una taglia. Ho citato questo particolare per debito di riconoscenza verso l’amico partigiano, che sarà poi catturato e giustiziato dal regime golpista dei colonnelli. Ma non si dimentichi che noi della Divisione “Acqui” non vogliamo ricompense né chiediamo vendetta, perché non possono far risuscitare i nostri 9.406 commilitoni caduti a Cefalonia. Consentiteci, tuttavia, di sentirci quanto meno fieri di raccontare alle nuove generazioni che siamo stati i primi a resistere con le armi all’arroganza dei nazisti».

Ingegnere, coetaneo di Benincasa (classe di ferro 1922), Giorgio Lo Iacono (grazie al sostegno finanziario della cooperativa “Giacomo Matteotti” di Piana degli Albanesi e della Lega delle cooperative della Sicilia) ha pubblicato anch’egli un libro, peraltro di un certo valore letterario e buona veste tipografica, Caro Renato… (con presentazione di Giorgio Muscarello, prefazione e note di Pietro Manali, illustrazioni e postfazione di Valerio Spataro), Palermo 2006, pp. 117. Il racconto muove da una lettera che lui stesso aveva scritto ad un amico il 5 luglio 1999:

 

Caro Renato,

eccomi qui, pronto a descrivere gli avvenimenti che mi hanno coinvolto durante l’ultima guerra, quando ebbi la drammatica disavventura di ritrovarmi nell’inferno di Cefalonia, nel settembre ’43. Quella esperienza dolorosa fu per me l’inizio di una serie di traversie durate tre anni […].

 

Ebbene, già all’inizio dell’autunno 2006, l’eccidio di Cefalonia e le successive peripezie affrontate dal futuro ingegnere (nella piccola isola greca, a Minsk, capitale della Russia Bianca, e in altre lande d’Europa, prigioniero all’inizio dei nazisti e poi dei sovietici, senza poter comunicare con i familiari fino al 7 dicembre 1945) cominciarono a divenire, in qualche modo, patrimonio condiviso di non pochi club ed istituzioni scolastiche. Ad onor del vero, Giorgio Lo Iacono si era già fatto conoscere in varie città italiane, partecipando a raduni di reduci acquini, organizzati dai circoli militari. Ma è un fatto che dopo la pubblicazione del libro, ovunque andasse a parlare il vecchio antifascista, il successo era assicurato: il suo eloquio raffinato e accattivante, l’accento esotico da alloglotta orgoglioso della propria identità arbëreshe (benché non vivesse più, ormai da parecchi decenni, a Piana degli Albanesi) erano di per sé buoni motivi per catturare l’attenzione degli astanti, a prescindere dal livello culturale e dai dati anagrafici di chi lo ascoltava. Ma tutto questo e la stessa la drammaticità dei fatti narrati forse non bastano a spiegare la ragione per cui i discorsi di Lo Iacono riescono sempre a mantenere desti l’interesse e la tensione emotiva dell’uditorio. Il segreto del successo è un altro, e l’ha spiegato bene Pietro Manali: «La narrazione non contiene nulla di epico, ma solo memoria, dramma, curiosità, arguzia e perfino humour che trovano una loro sublimazione nell’umana e comprensiva arte di arrangiarsi in quella condizione».

Giorgio ne ha dato un saggio con il breve intervento al convegno del 10 novembre, anche se le sue facoltà espositive non sono più quelle di un tempo e avrebbe, perciò, fatto volentieri a meno di prendere la parola al cospetto di tutta quella bella gente che affollava la sala di lettura dell’Istituto Gramsci. Certo, non spiegò (come aveva scritto nel libro) che alcuni amici influenti gli avevano offerto l’opportunità di non partire per la guerra e che lui non accettò perché «l’idea di essere un riformato non faceva parte della logica fascista di cui segui[va] l’ideologia per forza di cose». Ma nemmeno disse che, in seguito ad un rapporto di un caporale della milizia del suo paese, che lo accusava di essersi rifiutato di fare il pre-militare, nel giugno ’43 fu espulso dal corso per allievi ufficiali che aveva cominciato a frequentare a Padova, perché il regime lo considerava «sovversivo e pertanto “indegno” di fare l’ufficiale». A Cefalonia approdò, dunque, per punizione. E se può ancora raccontarlo deve ringraziare (è proprio il caso di dirlo) il Santo cui era devoto.

Ma lasciamo la parola all’interessato. «Come sappiamo – rammentò – il 14 settembre scadeva l’ultimatum dei tedeschi e, benché non potessero esserci più dubbi che saremmo stati massacrati, la nostra risposta, affidata al generale Gandin dai risultati del referendum, fu di resistere. L’indomani mattina l’Isola cominciò ad esser bombardata. E non fu risparmiato il promontorio che sormonta Argostoli, noto come Cima Telegraphos, dove stavo prestando servizio io, in compagnia di altri cinque commilitoni, incaricati di fornire le coordinate di tiro alle nostre artiglierie. A ondate successive, gli stukas sganciarono centinaia di bombe, con la tipica picchiata a sirene spiegate. Risalendo continuavano a mitragliare. Tra un attacco e l’altro trovavano il tempo per rifornirsi di bombe a Patrasso. Ma quelle brevi pause diedero agio ai miei compagni di cercare scampo altrove. Rimasi solo per un’intera giornata, accovacciato tra due sassi, la bocca secca per la sete e la paura, la polvere che mi penetrava nei polmoni. E quei maledetti uccellacci teutonici continuavano a ronzare e bombardare il promontorio. Verso il tramonto cercai di vincere la paura per guardare la morte in faccia, ossia la bomba che avrebbe posto fine al mio tormento. Notai un piccolo spezzone incendiario, che sembrava stesse per raggiungermi. Aveva le sembianze della statua equestre di san Giorgio, protettore di Piana, il volto rassicurante. La bomba esplose a poca distanza da me. Mi alzai e corsi in cerca dei commilitoni. Ne trovai uno solo. Aveva quattro anni di guerra sul groppone e una paura incredibile. Cercammo di rientrare al reparto e per miracolo non fummo uccisi da altri soldati italiani che, avendo intravisto due ombre (le nostre) corsero all’assalto di Cima Telegraphos sparando e urlando: “Avanti Savoia!”. E noi di rimando: “Cessate il fuoco, non siamo tedeschi”».

Dopo una breve pausa, Lo Iacono concluse: «Vero è che noi acquini possiamo vantarci di aver dato inizio alla Resistenza italiana al nazi-fascismo, ma non c’è dubbio che ciò che avvenne nel settembre del ‘43 è anche spia della disfatta militare e morale della monarchia. Basti considerare che dopo la caduta di Mussolini, Badoglio e il suo re fuggirono a gambe levate da Roma, senza curarsi del destino di circa 300.000 soldati di stanza nei Balcani e degli altri militari presenti nel territorio metropolitana. La deportazione in massa delle nostre truppe grida ancora vendetta sulla titubanza dei generali fedeli a Casa Savoia, che non impartirono l’ordine ai vari reparti di difendersi dai nazi-fascisti. È un fatto che nei Balcani due sole divisioni tedesche riuscirono ad avere la meglio sulle nostre armate che pure, tenuto conto dei rapporti di forza iniziali, avrebbero potuto sopraffarle in poche ore. A Cefalonia, per esempio, il giorno dell’armistizio c’erano 1.800 tedeschi e 12.000 italiani. Fossero arrivate tempestivamente direttive univoche dall’Italia, la battaglia di settembre si sarebbe risolta in modo assai diverso. Senza spargimento di sangue, credo».

A dar voce a Fortunato Basile, il terzo sopravvissuto alla strage del ’43, presente nella sala, fu Fortunato Basile junior, figlio del figlio del nostro, noto contadino e allevatore di Baucina, le cui risorse fisiche e mentali un tempo erano notevoli, e lo dimostra la sua vicenda personale connessa alla strage di Cefalonia. Ma oramai vive in un mondo tutto suo, in compagnia di alcune ombre del passato, non ultima delle quali Giorgina, una ragazza cefaliota che gli aveva reso meno atroce quell’inferno. Ai vuoti di memoria del nostro ha sopperito, tuttavia, egregiamente la famiglia, cui peraltro siamo grati per averci segnalato il nome e l’indirizzo del prof. Nolano e quelli di Giorgio Lo Iacono (la cui presenza all’iniziativa del Gramsci era stata frattanto caldeggiata da Antonella Sorci, che aveva avuto il modo di ascoltarlo in occasione di un suo incontro con gli alunni del liceo classico Vittorio Emanuele). È appena il caso di aggiungere che a Fortunato Basile (anche lui della classe 1922) eravamo arrivati dietro informazione di un altro reduce, Salvatore Li Causi, nato nel 1921, anche lui a Baucina, ma sposato e residente a Villafrati fin dagli ultimi anni ’40.

Ad ogni buon conto, Fortunato junior (studente di giurisprudenza) si mostrò giustamente orgoglioso dell’omonimo nonno, che era riuscito a salvarsi proprio quando l’avevano messo letteralmente con le spalle al muro. Composto da tedeschi, austriaci e alto-atesini, il plotone d’esecuzione stava per far fuoco. Nel momento più tragico, non si sa se fu per puro caso o per intercessione di santa Fortunata [la miraculusa avucata di Baucina, n. d. r.], fatto sta che da qualche parte scappò un mulo… E se ce n’erano, nel ’43, di muli a Cefalonia! Ma quello, forse portato dall’Italia dal 33° Reggimento Artiglieria someggiata della Divisione “Acqui”, faceva gola ad un ufficiale del Fűrer, appena sbarcato nell’Isola e ansioso di far razzia di bestiame. Prova ne sia che, incurante di ciò che stava per succedere, quel signorino (dall’occhio vitreo privo d’emozioni) diede ordine a Basile di andare a recuperare la bestia. E lui non se lo fece richiedere. Quando aveva già in mano le redini dello scalpitante quadrupede, il fortunato uomo sentì i colpi che mandarono al Creatore undici suoi commilitoni. Il mulo s’imbizzarrì ulteriormente, ma il miracolato aveva forza, coraggio e destrezza sufficienti per farsi ubbidire anche da un toro inferocito. Notando le sue rare qualità, l’ufficiale tedesco gli salvò la vita, ma non senza obbligarlo a farsi carico del macellazione del bestiame, grosso e minuto, razziato dai suoi nelle campagne di Cefalonia. Detto, fatto.

Alla vicenda di Basile fece pure qualche cenno Provvidenza Cuccia, giovane antropologa villafratese, che l’aveva intervistato un paio di settimane prima nella sua abitazione a Baucina, invero senza grossi risultati. Non per questo tornò a casa con lo stato d’animo di chi abbia subito una sconfitta, anche perché quello che non potè dirgli il sopravvissuto, glielo narrò con encomiabile puntualità la moglie, che a Fortunato era legata sentimentalmente già prima della sua partenza per la guerra. Di più, Enza (così è chiamata dagli amici la studiosa) non si era lasciata sfuggire l’occasione d’invogliare Fortunato junior a narrare lui la storia dell’omonimo nonno, e il resto della famiglia a regalare al patriarca l’ennesima emozione di ritrovarsi seduto allo stesso tavolo, e magari scambiare qualche parola con altri, che come lui erano usciti vivi dall’inferno del settembre ‘43

Sotto questo aspetto, l’intervistatrice non riportò analogo successo a Villafrati con i familiari di Salvatore Li Causi, che oramai può muoversi solo dentro le quattro mura di casa sua, e per giunta con il girello. Nessun figlio o nipote prese la parola al posto di Turiddu (che chi scrive si onora di conoscere da più di mezzo secolo). Ma una significativa presenza della famiglia fu comunque notata al Gramsci, grazie alle sollecitazioni della Cuccia, che pure con i fatti di Cefalonia aveva cominciato ad entrare in confidenza solo in previsione dell’incontro-dibattito del 10 novembre. Aveva però compreso bene l’importanza dell’iniziativa e l’urgenza di raccogliere i residui sprazzi di memoria di uno degli ultimi sopravvissuti della Divisione “Acqui”. Volle perciò intervistarlo due volte (il 15 e il 20 ottobre) con i metodi d’indagine propri dell’antropologia (cfr. Mondher Kilani, Antropologia. Una introduzione, Bari, 2002) e di riportarne il pensiero in appendice ad una breve relazione scritta (Memoria ufficiale e memoria locale) che poi ha illustrato a viva voce.

«Salvatore Li Causi è un ex bracciante agricolo di novanta anni – esordì dopo aver dichiarato la premessa metodologica –. Con il pieno consenso della moglie, mi ha aperto le porte di casa e dei propri ricordi dolorosi legati all’eccidio di Cefalonia, facendomi rivivere le angosce dei giovani soldati prima lasciati in balia degli eventi e delle prevaricazioni naziste, e poi esclusi dai libri di storia. Per la ricostruzione della sua vicenda, l’anziano reduce ha fatto appello, oltre che allo scrigno della memoria, anche al supporto di un saggio del cappellano Luigi Ghilardini (I martiri di Cefalonia), di cui conserva gelosamente una copia che, per quanto protetta da una pellicola di plastica, mostra tuttavia i segni del tempo e delle frequenti consultazioni del proprietario, che pure non può vantare alcun livello di scolarità superiore alla seconda elementare. Ma quel libro lo ha letto centinaia di volte, perché racconta la sua storia, che è anche storia della Compagnia di accompagnamento del 17° Reggimento Fanteria. Storia di tutta la Divisione “Acqui”».

Precisato questo, la relatrice prese a raccontare la vicenda di Salvatore Li Causi con le parole che l’anziano sopravvissuto aveva usato nelle interviste: «Tutti i miei compagni erano all’assalto [dei tedeschi] e pure il mio capitano Verro ci hanno appizzato la vita; io sono salvo per fare il cuciniere. Ho fatto il cuciniere per i sottufficiali, per gli ufficiali e per la batteria. Io con la cucina [da campo] ero un po’ distante dal fronte, e sono qua. Gli stukas venivano, [i miei commilitoni] non hanno fatto in tempo a smontare i cannoni per portarli in collina, volavano venti, trenta stukas e hanno bombardato. Il generale Gandin diede proprio ordini al capitano Verro di prendere questa posizione. Su strada i cannoni erano trainati con i muli, in collina venivano sdisarmati, le ruote, la testata, il freno; ed erano someggiati dai muli per essere poi montati, ma non hanno fatto in tempo e vennero gli apparecchi e cominciarono a bombardare».

Dal libro di don Ghilardini sappiamo che quel giorno (18 settembre) il capitano Antonino Verro, comandante della Compagnia d’accompagnamento del 17° Reggimento Fanteria, «riuniti intorno a sé una trentina di artiglieri, contrattaccava a sua volta i tedeschi ricacciandoli fino al ponte Kimonico. Quivi, nel tentativo di recuperare i pezzi che aveva perduto in mattina, impegnava un combattimento disperato contro il grosso delle forze tedesche colà attestate. Circondato da ogni parte, contrattaccava il nemico con bombe a mano, scomparendo infine nella mischia insieme ai suoi valorosi artiglieri». L’eroico ufficiale, pronipote per parte materna del martire risorgimentale Francesco Bentivegna, e lontano parente di Bernardino Verro (capo indiscusso dei Fasci contadini del 1893 e futuro sindaco di Corleone, ucciso dalla mafia nel 1815), fu di lì a poco fucilato dai tedeschi. Gli uomini della sua compagnia uccisi o fatti prigionieri.

«Mi hanno preso prigioniero insieme agli altri – aveva detto Turiddu alla Cuccia – e allora eravamo in massa e in fila indiana e gettavamo le armi, ficimu un munzeddu di moschetti quantu sta casa! Ci hanno portato distanti da Argostoli, a piedi, camminando sopra i morti perché eravamo in terra di combattimento e ci hanno portato al campo di concentramento. C’era un baglio, una scala, un balcone, eravamo nella caserma Mussolini, perché c’erano i fascisti in quel caseggiato. Ci hanno fatto uscire fuori per prendere una gavetta d’acqua e una galletta, eravamo inquadrati e rientravamo. Gli ufficiali che erano là erano tutti sdisordinati, peggio di un militare per non farsi riconoscere; allora uscivano questi ufficiali e li chiamavano a rapporto e i tedeschi con il mitra, armati, li portavano sopra i camion e li portavano a punta San Teodoro , “la casina rossa”, dove c’era il plotone di esecuzione per farci la fucilazione. Invece per i soldati, prendevano sei, otto soldati e, sempre sotto comando, li portavano a fare pulizia dove s’era combattuto, dove c’era un pozzo [i morti] li mettevano là dentro, c’era un fosso là dentro. Io e Giovannino Brillantino, cose da pazzi, lui faceva il muratore e quando era là e questi ci hanno chiamato, siccome Mussolini aveva dato ordine ai tedeschi che i soldati italiani nella prigionia potevano essere “soldato in tedesco”, lo poteva fare. E così, Giovannino mi dice: “Turiddu, andiamo con loro? Che dobbiamo fare?”. Loro facevano delle costruzioni e dovevamo fare uno spaccio e gli abbiamo detto di sì e così ci portavano pure da mangiare, ci rispettavano, ci hanno messo la fascia di “deutsch soldat”, soldato tedesco e accussì nni sarbamu!».

Per «portare la vita a casa», Turiddu Li Causi e il suo compaesano sergente Brillantino dovettero dunque piegarsi ai tedeschi. Il primo fu costretto a mettere a servizio dei soldati del Reich le sue qualità di cuciniere, Giovannino (ormai nel mondo dei più, come la moglie greca di cui si era innamorato a Cefalonia), tornò ad armeggiare con la cazzuola. Ma nessuno dei due si vanterà mai di quella forzata collaborazione, che oltre tutto si concluse nel momento stesso che i tedeschi cominciarono a scappare dall’Isola, abbandonando i collaboratori sulla banchina del porto di Argostoli. Anzi, almeno uno (Li Causi) non si è ancora stancato di ricordare le immagini terrificanti di quel funesto settembre ‘43 e i versi quelli che son venuti non son tornati, sopra i monti di Cefalonia sono rimasti, che tutti i sopravvissuti all’eccidio cominciarono a cantare in coro, lanciando corone d’alloro in memoria dei commilitoni uccisi dai nazi-fascisti, quando la nave che li trasportava salpò dal porto di Argostoli con la prua puntata verso l’Italia. Meno che mai Turiddu ha smesso di commuoversi allorquando qualcuno pronunzia il nome del capitano Verro. A tal proposito, è il caso di ricordare (con Enza Cuccia) che nell’immediato dopoguerra il nostro volle onorare la memoria dell’eroico caduto, andando a far visita alla sua addolorata mamma, a Corleone. Nel momento stesso che lei gli mostrò la fotografia del martire, Li Causi cercò di vincere l’emozione esclamando: «Questo è il mio capitano!».

Non meno intenso fu il 10 novembre, nella sala di lettura dell’Istituto Gramsci, il batticuore di Rosa Verro Moscato e delle cugine Rosellina Bentivegna e Rosa Verro, dopo che ebbero mostrata un’altra foto dello zio che, nemmeno a dirlo, riconobbero all’istante, anche se soltanto l’ultima conservava di lui un pallido ricordo infantile. Ma questo era stato già un motivo sufficiente per saltare su un aereo a Milano e venire a renderne testimonianza a Palermo. C’è da dire, però, che alcuni dei presenti all’incontro del 10 novembre già conoscevano Rosa Verro e le cugine residenti in Sicilia. Peppino Benincasa, ad esempio, alcuni anni prima le aveva avute ospiti in una trattoria della sua Castronovo e si era premurato di metterle a parte delle ultime ore di vita dello zio Antonino. Le sue informazioni erano state, anzi, talmente stimolanti da indurre due delle tre cugine a recarsi nell’estate successiva in pellegrinaggio nella piccola isola greca, per raccogliersi in religioso silenzio sul ponte Kimonico, testimone involontario di uno degli atti più scellerati dell’ultima guerra mondiale. Ha avuto modo di ricordarlo nel suo intervento Rosa Verro. Alla fine della manifestazione una sua cugina, residente a Palermo, ha promesso alla figlia di Salvatore Li Causi che di lì a poco sarebbe andata a Villafrati per rassegnare al malfermo reduce acquino i sensi della sua riconoscenza per la visita da lui fatta subito dopo la guerra a sua nonna Rosa Bentivegna, che ha trasmesso ai nipoti il culto dell’eroe di Cefalonia.

Ragioni di completezza suggeriscono, a questo punto, che si accenni pure all’intervento dell’architetto Rodo Santoro, esperto di strategie militari e buon conoscitore delle isole greche e segnatamente di Rodi, dove è nato prima che succedessero gli eventi che nel settembre 1943 funestarono non solo Cefalonia, ma anche il Dodecaneso. Santoro tenne a precisare che rispetto a quei fatti non poteva vantare nessuna conoscenza diretta, perché la sua famiglia era già rientrata in Italia. Ma invocò comprensione per il comando militare italiano, che non seppe resistere all’offensiva tedesca oltre l’11 settembre, quando i nostri soldati consegnarono le armi agli ex alleati. Aggiunse: «Io stesso non so come mi sarei comportato se fossi stato nei loro panni».

L’argomento meriterebbe di essere approfondito anche alla luce di quanto avvenne subito dopo a Lero (cfr. Virgilio Spigai, Lero, Società Editrice Tirrena, Livorno 1949, pp. 316). Il primo ordine diramato a Lero, già la sera dell’8 settembre, dal capitano di vascello (poi vice ammiraglio) Luigi Mescarpa fu di reagire con prontezza a qualsiasi intimidazione o offesa, «anche se tedesca». Non per nulla, dal 26 settembre al 31 ottobre, malgrado l’intero mondo già sapesse della strage di Cefalonia, se i cacciabombardieri tedeschi si alternarono quasi senza posa sui cieli di Lero con 140 incursioni e 1.190 aerei, l’artiglieria italiana rispose con non meno di 150.000 tiri. Il 12 novembre i tedeschi tentarono uno sbarco, ma furono respinti dai militari e dai partigiani, italiani e greci, che andarono a dare man forte ai nostri marinai e soldati di terra, che nel frattempo avevano ricevuto un valido sostegno dagli inglesi. Per farla breve, la battaglia di Lero si concluse (purtroppo con la resa al nemico) solo nelle prime ore del 17 novembre e non senza far pagare all’aggressore il prezzo di circa 2.000 vite spezzate, l’abbattimento di 116 aerei e la distruzione di una ventina di unità navali. Gli italiani uccisi in combattimento furono circa 300, 120 i feriti, 12 gli ufficiali fucilati, cui bisogna aggiungere la perdita di 12 imbarcazioni. I resistenti (italiani e inglesi, militari e civili) fatti prigionieri e deportati in massa dai nazi-fascisti furono più di 9.000.000. L’ammiraglio Mescarpa fu consegnato ai fascisti della Repubblica di Salò, processato il 22 maggio 1944 a Parma e condannato a morte mediante fucilazione alla schiena. La sentenza fu eseguita due giorni dopo nella stessa città.

Ma non andò incontro ad un destino migliore il governatore del Dodecaneso Igino Campioni, che pure si era arreso (dopo due soli giorni di combattimento) l’11 settembre a Rodi. Fatto prigioniero dai nazi-fascisti, Campioni corse persino il rischio di diventare strumento della loro propaganda, volta a far capitolare i soldati italiani fedeli al governo Badoglio. E tuttavia non potè evitare di essere consegnato ai “repubblichini” di Salò, che lo processarono e fucilarono a Parma assieme all’ammiraglio Mescarpa (cui sarebbe stata poi attribuita la medaglia d’oro). Il 24 maggio, davanti al plotone d’esecuzione, l’uno e l’altro rifiutarono la benda e la sedia. Prima di morire Igino Campioni sentì il bisogno di dichiarare a futura memoria: «Auguriamoci che questa nostra Italia ritorni unita e bella come prima. Luigi Mescarpa fu lesto a fargli eco: «Il mio pensiero va alla nostra Italia. Ricordatevi sempre dell’Italia».

Quelle parole, tuttora sin troppo attuali, non riecheggiarono (come avrebbero dovuto) nel pomeriggio del 10 novembre nella sala di lettura dell’Istituto Gramsci Siciliano, ma se ne percepì comunque il messaggio in diversi interventi. Angelo Ficarra, ad esempio, espose le linee programmatiche dello sforzo in cui è immersa l’ANPI di Palermo per rendere degno omaggio al comandante Barbato e recuperare gli ultimi cocci di memoria in frantume dei siciliani impegnati in qualche misura nella guerra di liberazione dal nazi-fascismo, a cominciare dai sopravvissuti all’infame eccidio di Cefalonia e delle isole del mare Egeo. Ficarra volle chiudere l’intervento impegnandosi a consegnare quanto prima la tessera d’onore ai reduci della Divisione “Acqui” che, direttamente o per interposta persona, avevano appena trasportato i presenti nell’atmosfera infernale di un momento storico ancora privo di una vera e propria ricostruzione condivisa.

Chiudendo i lavori, il prof. Salvatore Nicosia non si limitò a ringraziare i relatori, né a tirare succintamente le fila delle diverse opinioni che si erano appena confrontate: colse il significato più profondo della entusiastica partecipazione all’incontro-dibattito di donne e uomini di almeno tre diverse generazioni, di formazioni culturali e sensibilità tutt’altro che omogenee, ma pur sempre accomunati dalla voglia di rendere finalmente giustizia alla verità storica, liberandola da assurde incrostazioni polemiche e preconcette, ritrovando il coraggio di affondare il bisturi persino nel proprio vissuto, ovunque si annidi il tarlo delle divisioni aprioristiche. «Se non si può negare – affermò alla fine – che dopo l’8 settembre gli italiani presenti nelle isole greche cercarono di schierarsi nei limiti del possibile con chi poteva garantire meglio una via d’uscita dal marasma bellico, dobbiamo continuare a scavare tra le macerie di Cefalonia per rendere omaggio ai caduti e contribuire, anche con questo filone d’impegno, alla pacificazione del paese e alla costruzione della stessa memoria storica dell’Istituto Gramsci Siciliano.

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