Mascalucia, la storia del paese dall’epoca augustea all’Unità

Il Casale di S. Lucia

Prima “Massa” romana, poi casale medievale, in fine municipio – Il ruolo svolto durante il periodo risorgimentale

Che il territorio su cui sorge Mascalucia sia stato abitato all’epoca in cui Cesare Augusto imperatore mandò coloni nella provincia di Catania, lo dimostrano gli oggetti che gli agricoltori, nei secoli scorsi, dissodando la terra, hanno ritrovato: “sepolcri di argilla, antiche medaglie, giarre di smisurata mole, lucerne monete, pietre incise”, materiali quasi tutti riconducibili all’epoca Romana.

Il dott. Antonino Somma, in un suo testo del 1840, riguardante Mascalucia, descrive un avanzo di lucerna, che egli personalmente possedeva: “… un avanzo di lucerna, la quale porta impresso un Giove con la sua aquila. Vedesi la testa di quel nume ben delineato. Da questo insieme a vedere la maestà di quel dio dei fulmini: il suo disegno mi sembra romano e non greco… “Poche le “pietre incise” ritrovate. La più importante fu rinvenuta, a seguito di scavi eseguiti nei pressi dell’antico tempio di S. Antonio Abate al Cimitero, in un sepolcro di argilla e raffigura il dio Marte secondo tipici stilemi Romano imperiali. Sempre nei pressi del succitato tempio fu ritrovato un “mazzuolo” che il Somma così descrive: “Mazzuolo” di basalto dell’epoca archeolitica, trovato nelle vicinanze del Camposanto di Mascalucia. Misura in lunghezza m 0,19 e in spessore m 0,07″.

Agli inizi del 1800, nel quartiere della Trinità, alcuni agricoltori scavando scoprirono un vasto pavimento a mosaico, delle colonnette di argilla e dei “doccioni” di piombo. Questi ritrovamenti hanno fatto pensare, intorno al 1830, al professore di architettura civile D. Mario Musumeci: “che il modo della costruzione fosse romana e che quel monumento potesse essere uno splendido bagno pubblico, fabbricato da qualche potente. Questa scoperta potrebbe confermare ciò che scrisse Cornelio Severo, cioè che sulle pendici dell’Etna vi fossero delle terme”. I maggiori reperti archeologici furono rinvenuti nella contrada “Ombra” che si pensa fosse abitata dagli Ombri, popolo di origine celtica. Frèret, nella sua “Historia”, giustifica la presenza degli Ombri a Mascalucia nel seguente modo: “questo popolo cacciato dai Toscani passò insieme coi Pelagi ed i Siculi nella nostra Isola e vi posero la loro dimora”.

L’Abate Vito Amico nel suo “Dizionario topografico della Sicilia” scrive che in quell ”Ombria” contrada esisteva un antichissimo municipio catanese che fu distrutto dal tempo e dalle eruzioni dell’Etna, infatti gli ultimi resti furono seppelliti nel 1444 dalla lava che scendendo da “Grotta del Bue” attraversò Massannunziata e coprì la contrada Fondo Noce di Mascalucia. Rimase a testimonianza di quel popolo, solamente una torre così detta di ” Portuso” che, per il modo della costruzione e per la sua architettura sembra appartenere ai floridi tempi dei Romani. Sia Scasso – Borrello che Ortolani descrivono nei loro testi che nel lato sinistro della “Torre” vi era una vasta cisterna costruita sul corno occidentale di un antichissimo cratere. Le contrade pedemontane dell’Etna furono abitate sin dalla più remota antichità; molti tra i più famosi popoli antichi si disputarono il possesso delle pendici di questo fertilissimo vulcano. Ne danno testimonianza sia Cicerone che Plinio nelle loro opere, infatti è per lo meno probabile che il territorio di Mascalucia sia stato abitato da oltre diciannove secoli e che quel Municipio dell’Ombria sia stato fabbricato da quei Romani stabilitisi allora in Catania; Cordaro Clarenza nella sua opera “Osservazioni sopra la storia di Catania” del 1833 asserisce che a quella Colonia mandata da Cesare Augusto furono assegnati i più fertilì terreni, tra i quali quello dell’Etna. La discesa della lava fece spostare il sito abitativo più in basso.

Ebbe origine così l’odierna Mascalucia, centro e capo dei paesi limitrofi, e ciò si deduce da un antico tempio dedicato a S.Antonìo Abate databile ai primi secoli del Cristianesimo in Sicilia di cui tratteremo in seguito. Sin dall’epoca di Diocleziano (III° sec. d.C.) le località dai topo nomi latini rappresentano in Sicilia un gruppo consistente; si tratta per lo più di “massae” o ” stationes” cioè aggregazioni di persone.

Intorno al 324 Mascalucia, veniva appellata Massalargia dal latino Massa (villaggio) larga (dono), perché data in dono dall’Imperatore Costantino alla Santa Sede. San Gregorio Magno Papa, nel 590, nella sua epistolata XLI “ad Ciprianum” fa menzione delle “Massae” esistenti nel territorio di Catania… (Marciano) nunc habitat in Ecclesia quae est in Massalargìa costituita diocesis Catanensis Ecclesiae… “.

Si fa riferimento al tempo di S.Antonio Abate al Cimitero. Le Massae, nel corso degli anni, furono più volte sequestrate o restituite all’autorita’ Pontificia ed incorporate al regio Erario. Nicolò I Pontefice pose a patto della pace con l’Imperatore Michele, la restituzione dei patrimonio calabrese e siculo; ma le speranze della Chiesa romana per la restituzione svanirono, poiché la Sicilia cadde sotto il governo dei Saraceni. 

L’Imperatore Ottone I, nel 962, promise al Pontefice la restituzione delle contestate Massac appena espulsi i Saraceni dalla Sicilia. I Normanni, guidati dal valoroso Conte Ruggero, riuscirono ad espellere i Saraceni dalla nostra isola e nel 1088 il Conte Ruggero assegnò al Vescovo di Catania un vasto territorio che comprendeva il Monte Etna con tutte le sue campagne e boschi e Massae: San Giovanni, Galermo, Mascasia, Praci, Sampiero, Camporotondo, Rapisardo, Malpasso, Mompilieri, Nicoloso, Lapidara, Trecastagni, Via Grande, San Giovanni le Punte, San Gregorio, Santa Maria Belvedere,… .

Nel 1169 un terremoto arrecò danni a Mascalucia, ma il paese continuò la sua esistenza avendo un terreno molto fertile che produceva ottimo vino e cereali, per cui pagava la cosiddetta “decima” al Vescovo di Catania a cui apparteneva. Per i Casalì “di lu paysi di Cathania” nel 1239, con la reintegra della città di Catania al Regio Demanio, si era venuta a creare una strana situazione e cioè Catania, città demaniale risultò priva di un demanio proprio, poiché pur continuando ad estendere la propria giurisdizione amministrativa sui casali, nonne aveva alcuna sui loro territori. Mascalucia faceva parte di essi come si deduce dagli Atti dei giurati … gli abitanti o “vigneri di lu paysi dì Catania” erano quelli “di la cuntrada di mompileri, di sanctu petru, di la maniscalchia, di la pidara, di trimustera, di tricastagni, di sanctu Johanni di la punta e della contrada monti albi…” Un dato molto antico lo troviamo nelle “Rationes decimarum” degli Archivi Vaticani per il 1308 con l’elencazione della chiesa (e quindi già parrocchia) di San Nicola di Mascalucia”…

Nel 1337 dopo la morte di Federico di Aragona, la Regina Eleonora, sua moglie, volendo condurre un’esistenza solitaria e religiosa pose temporaneamente la sua dimora in un quartiere di Mascalucia detto le Guardie, oggi “Santa Spera”. Il 5 agosto del 1381 vi fu una copiosa eruzione che scaturì a confine tra Tremestieri e Gravina, in contrada Santa Marta. La lava seppellì moltissime zone ben coltivate e proseguì la sua discesa in direzione sud-est. Altri dati, invece, orienterebbero diversamente il significato del toponimo Mascalucia. Contrada “della maniscalcia” risulta infatti denominata la zona in due pergamene del 1349 e 1351 del Tabulario di San Nicolò l’Arena ai Benedettini. Giovanni Andrea Massa così scrisse in merito all’allevamento dei cavalli: “… La fecondità di questo Monte (Etna) non si restringe ai soli vegetali: evvi copia incredibile di greggi, e di armenti … laonde per guardare loro la sanità, è di mestieri spesso segnarle dell’orecchi, scrive Strabone: le razze de’ cavalli generati in questo Monte, sono sì robuste di membra, che in tempo de’ Re Aragonesi si adoperavano scalzi; e si agili, che oppiano, in velocità di correre, dà loro il vanto sopra ogni altro corsiero del inondo”.

E’ dell’ottobre 1454 l’ordinanza dell’Arcidiacono dell’Abbazia di Sant’Agata di Catania “per li contrati di la maniscalchia, et mumpileri” in merito all’esercizio degli usi civici, soprattutto in considerazione che essendo stata la contrada di “la maniscalchia” una “difesa” regia per l’allevamento dei cavalli… Dal censimento del 23 agosto 1602 risultano 230 case con 1150 anime, ed era così costituito formalmente in Casale. In epoca successiva ì Casali (Massae) passarono all’amministrazione civile e gíudiziaria di Catania, sino all’anno 1640.

Nell’anno 1641 sotto il re Filippo IV, segnato negli annali della storia come stolto dilapidatore del patrimonio regio, per varie vicissitudini, o meglio “capricci”, degli Spagnoli a cui la Sicilia apparteneva, i Casali furono venduti all’asta. Mascalucia con tutti i suoi quartieri, Fallichi, Guardie, Marletti, Lombardi, Carusi, Rapisardi e altri, il 22 dicembre 1645, riscontrato dagli atti del Protonotaro, fu venduta a Giovanni Andrea Massa, ricco Signore genovese. Egli la donò, in un secondo tempo, a Niccolò Placido Branciforte, Principe di Leonforte, e di Butera, il quale con privilegio del re Filippo IV, in data 4 luglio 1651 venne nominato “Duca di S. Lucia o Mascalucia”. Di questi privilegi goderono i suoi cittadini sino ai primi decenni del 1800; infatti il Magistrato Municipale vestiva una toga simile a quella del Senato di Catania. Dall’Abate Vito Amico apprendiamo le varie vicissitudini di queste Massae-Casali.

La città di Catania, nel 1652, li ricomprò per la somma di centonovantaseimila scudi ma appena due anni dopo, nel 1654, ritornarono nelle mani dei Baroni che li ricomprarono. Da un controllo numerico degli abìtanti nel 1653 così si legge: “St.ta Lucia, seu Mascalucia: 1412, Mompíleri 515”. Comincia così il lungo periodo del baronaggio pseudo feudale che durerà fin oltre il 1868. 

Fin dal 1821 esisteva in Mascalucia una vendita di Carbonari, che, dal nome antichissimo avuto da questo paese, s’intitolava la “Vendita degli Umbri Liberali ” ed a cui erano affiliati tutti gli uomini di questa parte dei contado catanese aspiranti alle idee di libertà. Nel 1837 Mascalucia fu tra i paesi più attivi. L’insurrezione in simbiosi con il suo capoluogo, inalberò la bandiera della franchigia, cantando il “Tedeum” nella Chiesa Madre. Questi fatti, fallito il tentativo rivoluzionario, procacciarono a Mascalucia l’istituzione di un processo politico e la condanna di parecchi paesani che avevano preso parte a quei fatti. Nel 1848-49, confermò questo suo attivismo liberale iscrivendo molti suoi giovani nei ruoli dell’esercito sicilia no; Matteo Consoli, inteso Su sanno, possidente di egregia famiglia di Mascalucia fu vitti ma della reazione borbonica com’è ricordato da Atto Vannucci nel libro dei Martiri pe l’Indipendenza Italiana. Il Barone Gaspare Rapisardi, dopo il ritorno dei regi, venne condannato alla deportazione all’isola di Favignana. Moltissimi i danni, gl’incendi, I uccisioni subite da Mascalucia e dai paesi limitrofi, quando essendo cadute le sorti della rivoluzione, l’efferato Del Carretto, dopo l’eroica ed infelice difesa di Catania, sguinzagli sulla città e sul contado la su “barbara” gente. Una parte veramente significante Mascalucia l’ebbe nei fatti insurrezionali del maggio 1860.

Lo sbarco di Garibaldi a Marsala e l’invasione di Palermo, non avevano ancora determinato una partecipazione altrettanto attiva nel resto dell’isola. Catania era silenziosa, e i patrioti non sopportavano quell’atteggiamento inerte dei catanesi; il comitato provinciale rivoluzionario era accorso a Mascalucia; lì si fuse col comitato locale, diramò i suoi ordini per la concentrazione a Mascalucia delle squadre rivoluzionarie che si andavano formando nei diversi punti della provincia, convertì le piazze pubbliche e le case di molti privati in arsenali di munizioni da guerra, costruendo cartucce, e preparando polvere e piombo. Tutto ciò si faceva alla scoperta beffando così Clary e Rivera, i generaliregi, che, con forza numerosa, si trovavano di stazione a Catania, e che non ebbero l’ardire di opporsi alle operazioni dei rivoluzionari. De Sivo, storiografo dei Borboni, così scrive: “… Clary e Rivera avrebbero potuto agguantarli e dissolverli in quel vicino nido…”. Ma i generali borbonici non l’osarono e Mascalucia fu il primo paese dell’isola, dopo Palermo, ad inalberare la bandiera della rivoluzione. Martino Speciale, da un balcone della casa comunale, abbassata la bandiera del Borbone, fece sventolare quella di tricolore. Le squadre rivoluzionarie della provincia intanto si andavano raggruppando in Mascalucia e, all’alba del 30 maggio, sotto il comando del generale Giuseppe Poulèt, mossero verso Catania, alla volta dei nemico. Lì non ebbero fortuna; impazienti di combattere, non attesero altre squadre che, da Lentini, dovevano unirsi a loro; furono sgominati, disfatti, lasciando così libero il varco verso Mascalucia, alle truppe regie. Il generale Clary si preparava velocemente a raggiungere questo paese, per punirlo della sua audacia e disfarlo “fin dalle fondamenta” com’ebbe a rispondere a qualcuno che per carità di Patria s’era spinto a domandare pietà per quello sventurato paese. Per enorme fortuna degli abitanti di Mascalucia, giunse un ordine superiore che lo chiamava immediatamente a Messina dove il Borbone voleva tentare l’ultima resistenza. Non solo eroi di “spada” aveva Mascalucia, ma diede i natali ad un grande poeta estemporaneo, che per la sua acuta satira, uno studioso del tempo appellò “Aristofane di Mascalucia”; il suo nome anagrafico era Vito Mangano, conosciuto come “Sciddica-sapuni”, di umilissime origini e autore di un componimento “il Parlamento Italiano”, composto tra la fine del 1866 e l’inizio del 1867. Con la sua “penna”, insofferente della tirannide dei Borboni, esaltò le imprese del 1848 e la rivoluzione del 1860; questo “canto” è un documento significativo delle opinioni popolari sul parlamento italiano nel periodo d’involuzione e di crisi che seguì l’unificazione. 

Desidero concludere con quanto mi è stato riferito dal Signor Longo Francesco in merito a ciò che è avvenuto a Mascalucia nel 1848: “In occasione dei Moti Rivoluzionari dietro la chiesa di San Nicolò vi era un trappeto per a macina delle olive. Mia nonna Concetta Rapisarda che abitava lì accanto ha visto i patrioti fondere il piombo per fare le pallottole dei fucili per i moti rivoluzionari che si sono svolti a Catania in Piazza dei Martiri ed al ritorno ha visto che avevano le mani bruciate dal tanto sparare. A proposito di ciò vi è una leggenda che dice: “i Borboni venivano su da Catania con l’intenzione di punire Mascalucia per aver dato rifugio ai patrioti, quando per la strada incontrarono un giovane di bell’aspetto (San Vito) che li indirizzò da tutt’altra parte”.


Vigne, agrumi, anzi cemento!

Alla edificazione selvaggia non è seguito nell’ultimo ventennio un armonico sviluppo di infrastrutture e servizi L’anacronistica utilizzazione del territorio del Comune di Mascalucia, più che materia di urbanisti dovrebbe essere materia di psicologi e magistrati. Se in altre realtà il rapporto fra territorio e profitto è stato parte integrante dello sviluppo, a Mascalucia questa è stata l’unica ed incontrastata unità di misura della crescita economica. La selvaggia cementificazione ha sacrificato qualsiasi valore della realtà culturale della Mascalucia dei primi decenni del dopoguerra. Per chi come me ha vissuto le varie stagioni di crescita di Mascalucia, ed ha potuto giudicare i fatti ed i comportamenti dei mascaluciesi, non resta altro che il rimpianto di non aver lottato abbastanza o di non aver compreso l’importanza e la qualità dello scontro. Il periodo che va dal dopoguerra ai primi degli anni ’60, fino cioè all’approvazione del primo programma di fabbricazione, è caratterizzato da atteggiamenti modesti e felici da parte di tutti (ci si divertiva con poco). Notevole importanza assumevano le attività sportive e culturali: gli stessi antagonismi calcistici con Gravina, San Giovanni La Punta e San Gregorio rappresentavano momenti di genuina vitalità. Tutto ciò fino a quando qualcuno non scoprì che la “terra” potesse essere utilizzata per lo sviluppo urbanistico – ed anche per arricchirsi. A questo contribuì il fallimento dell’agrumeto, quale coltura principale, ed il tradimento delle politiche comunitarie, che favorirono la trasformazione degli ottimi vigneti, in aranceti, utilizzati solo a fini industriali. Ciò coincise con l’avvento della sindacatura del barone Rapisarda, le prime fortune dell’impresa Palmeri ed un programma di fabbricazione che permise per un decennio l’edificabilità di tutto il territorio comunale (il cosiddetto 10%). Questo trinomio, che generò nuovi ricchi e nuove figure sociali, non tenne conto di regole elementari per uno sviluppo ordinato e civile, quali la crescita di servizi adeguati alle necessità dei cittadini: dalle scuole alle strade, all’acqua, alle strutture di ordine pubblico per un controllo efficace, al flusso migratorio, alle strutture per il tempo di non lavoro per giovani ed anziani. Si costruì in tal modo una città senz’anima, una città per dormire, ed il sentimento della gente, che aveva scelto Mascalucia quale nuova dimora, si trasformò da amore in indifferenza e poi in odio. Si giunse così ai primi anni ’80. Fu adottato dal Commissario Regionale un nuovo Programma di Fabbricazione che dall’oggi al domani bloccò ogni attività edificatoria in attesa di redigere un vero Piano Regolatore Generale. Nacque il fenomeno dell’abusívismo con un ulteriore sconvolgimento degli assetti sociali e politici di Mascalucia. Il consenso passò a coloro i quali fecero finta di non vedere, permettendo la definitiva distruzione del territorio. Troppo tardi venne approvato un Piano Regolatore inutile, in quanto elaborato su di una cartografia vecchia che non rispecchiava la realtà dei luoghi: servizi e strade previsti dovevano sorgere dove già esistevano case o progetti approvati. C’è da chiedersi, tenuto conto dell’alto costo per elaborazíone dello strumento urbanistico, dove stiano le responsabilità di tale inefficienza. Ed a causa di ciò la regione Siciliana ha richiesto una nuova elaborazione della zona agricola e zona C5, che a tutt’oggi non è stata eseguita, causando gravi danni a tutta una serie di piccoli proprietari, che si vedono negato il diritto di costruire sul proprio terreno acquistato certamente con grandi sacrifici. Grandi sono le responsabilità della classe che non ha avuto né la capacità né la volontà di intervenire per un definitivo assetto urbanistico del territorio di Mascalucia, forse frenata da vincoli clientelari e di condizionamenti esterni al Palazzo. Nello stesso tempo c’è da chiedersi perché, dopo un lungo periodo di commissariamento, nulla di concreto si vede in materia urbanistica, considerato che il potere decisionale della tema di commissari non è come quello dei sindaco, vincolato al giudizio della Giunta Municipale e del Consiglio Comunale. I Commissari, infatti, rispondono solo alle leggi ed al loro rispetto; sono quindi in grado di dare risposte urgenti e concrete ai cittadini, ai quali interessa l’efficienza e la certezza del diritto.


La tradizione artigiana dell’ex capitale del vino

Un serio discorso sulla realtà artigianale mascaluciese, oggi, non può non essere condizionato dagli avvenimenti che negli ultimi 25 anni, hanno letteralmente rivoluzionato la vita socio-economica del paese Mascalucia, nel giro di qualche lustro – alla fine degli anni ’60 – ha visto ridurre, fino a quasi scomparire del tutto, le attività trainanti della sua economia, quali agricoltura ed artigianato. All’inizio del settimo decennio l’attività edilizia ha avuto un tasso d’incremento paragonabile a quello di una metropoli. Nell’edilizia l’occupazione è aumentata rapidamente, con la conseguenza che artigianato e settore agricolo hanno cominciato a segnare il passo. La popolazione è cresciuta in 20 anni del 1000%, ed i terreni agricoli hanno dovuto lasciare spazio all’edilizia forsennata. Mascalucia, sebbene oggi sia poco più che un sobborgo di Catania, è ancora ricordata nell’hinterland etneo – e non solo per il vino; la sua storia è legata, a doppio nodo, con lo sviluppo della viticoltura. Il vino che l’ha resa celebre nelle guide turistiche nazionali, è quello di Contrada Ombra, zona che si estende in quella fetta di terreno che confina con Pedara. Al centro di tutta l’area si innalzala vecchia Torre Ombra, punto di riferimento per la moltitudine di massari e braccianti che lavoravano la terra; i vigneti sorgevano tutt’intorno. Di questo oggi rimane solo il rudere della Torre ed i resti di sconfinate vigne coltivate a terrazze. Molti vigneti, poi – a causa della solita politica regionale – furono trasformati in agrumeti, con il risultato di immettere sul mercato arance scadenti a scapito di ottimi vini. Il segreto dell’elevata qualità del rosso dell’Ombra, è il terreno lavico e la posizione collinare circa 420 metri slm -. Ai nostri giorni del vino Ombra è giunto addirittura un  doc-prodotto più per motivi sentimentali dall’ingegnere Bonaccorsi nelle poche vigne rimaste – e buone intenzioni (ma solo quelle) per far entrare Mascalucia nel gran tempio dei ricordi. Le attività tradizionali dell’artigianato locale, parlano invece al femminile, con l’arte del ricamo e dei tappeti. Mascalucia, ma anche altri paesi della fascia pedemontana, era la meta dei catanesi in cerca di ricamatrici. Un tempo i negozi di -abbigliamento erano solo per pochi benestanti, ed il rifugio, per tutti, si trovava nelle sarte. Si cuciva di tutto, dalla biancheria intima agli asciugamani; dalle camice alle lenzuola da letto; dai pantaloni agli abiti da lavoro. Il massimo della frenesia si raggiungeva in tempo di sposalizi: tutto passava dalle ricamatrici, il più delle volte parenti della sposa. A lavoro ultimato, poi, tutto il corredo era orgogliosamente esposto a congiunti ed amici. La figura centrale del ricamo era la “mastra “. A lei venivano affidate le giovani fanciulle per l’apprendistato. E dalle severe “mastre”. uscivano fuori provette ricamatrici pronte a cucire il proprio corredo. Per molte l’arte del ricamo giovava a far quadrare il bilancio familiare. Erano tempi duri per tutti e filo ed ago permettevano, quanto meno, di risparmiare sui vestiti. L ‘attività artigianale che ha maggiormente caratterizzato Mascalucia, è però quella della tessitura dei tappeti. La patriarca dei telai è Domenica Pellegrino, che insegnò la tessitura di lini o semplicemente di pezze di vestiti smessi, negli Istituti d’Arte. L’inizio di questa forma artigianale, si ebbe quando le ristrette condizioni economiche costrinsero la popolazione a trarre dal nulla il soddisfacimento dei bisogni quotidiani. Così i vestiti vecchi divennero materia prima per la tessitura. Gli indumenti, tagliati a strisce, erano prima immersi nei pentoloni con la tintura del colore desiderato, e poi tessuti. E’ questo il tipico tappeto mascaluciese figlio della “vancalata” la coperta che gli asinari ponevano in groppa al somaro. Di questa attività, che per alcune famiglie divenne un’occupazione dalla quale ricavarne un utile, oggi rimane ben poco. Tutto è nelle mani della nipote di Domenica Pellegrino, Cettina Poma, che con enormi sacrifici, tenta di tenere viva la maggiore tradizione mascaluciese.


Un progetto per ridare dignità alla vecchia “Vampulieri”

Mompilerì, oasi da salvare

Nutrita campagna delle “Vigne” di Catania, il casale fu seppellito nell’eruzione del 1669. Dopo 300 anni un gruppo di nostalgici vuol far rivivere la collina ferace e rigogliosa Sorgeva ai piedi dell’omonimo monte, la “Terra di Mompileri”, nella zona nota come le “Vigne di Catania”. li suo territorio – completamente distrutto dall’eruzione del 1669 – era largo un miglio e lungo un miglio e mezzo (circa due chilometri per 3) e ricopriva circa un terzo dell’attuale territorio di Mascalucia, di cui, oggi, è contrada. Il vecchio casale di Momspelero, (divenuto poi Vampuleri e quindi Monpileri), apparteneva al nobile Calvagno de Turtureto, che lo cedette, insieme ai casali di Mascalucia, Trecastagni, San Giovanni La Punta, San Gregorio, Viagrande, Pedara, Plache, San Pietro, Sant’Agata, Trappeto e Caniporotondo, al Duca Giovanni Andrea Massa.; all’epoca – nel 1645 – contava 163 case e 626 abitanti. Nel suo territorio esistevano ben 8 chiese. La più importante era la chiesa Maggiore o Santuario dell’Annunziata, oggi ricostruita e meta di numerosi pellegrinaggi. Il motivo di questa massiccia presenza di luoghi sacri, è dovuta alla misticità dei luoghi ed alle magnifiche statue del Gaggini, che richiamavano un notevole numero di fedeli. Nel corso dei secoli, a causa della particolare posizione geografica, Mompileri fu investita da numerose eruzione dell’Etna. L’omonimo monte si formò proprio da un cratere eruttivo. Gli storici che descrissero il monte, ne parlarono come collina ferace e rigogliosa di vegetazione. Fra le eruzioni in tempi recenti, si ricordano quelle del 1447, 1536 e 1537. Un sentore di quello che poi successe nel 1669, gli abitanti lo ebbero nel 1537, quando una attività eruttiva iniziata nei pressi della Schiena dell’Asino, sputò lingue di lava che aggirarono il monte Mompileri e lambirono il casale al confine con l’attuale Borrello. Un altro fronte si diresse verso Mascalucia, arrestandosi all’altezza del monte Ceravolo. Le cronache giunte a noi parlano di un evento prodigioso propiziato dal Sacro Velo di Sant’Agata, esposto davanti al Santuario dell’Annunziata. La lava in quell’occasione si arrestò proprio sul muro di tramontana della chiesa, perforandolo appena, senza demolirlo. L’eruzione del 1537 è ricordata anche per lo sprofondamento del cratere centrale dell’Etna; a causa dei notevoli boati e dei terremoti che accompagnarono l’attività eruttiva, essa fu interpretata, dal popolo, come presagio del Giudizio Universale. Ma l’eruzione che cancellò dalla faccia della terra Mompileri, è datata 1669. La lava cominciò a fuoriuscire il 12 marzo di quell’anno e, in poco più di un mese, il magma in cuocato raggiunse Catania. Furono distrutte le contrade di Mompileri, Nicolosi e Camporotondo e l’abitato di Malpasso – che all’epoca contava 8 mila abitanti -. Sotto la coltre di lava finirono gran parte dei territori di Mascalucia, San Pietro Clarenza, San Giovanni Galermo e Místerbianco. La tremenda eruzione cessò il 15 luglio fra la gioia degli scampati e la disperazione di chi perse tutti i suoi averi. Praticamente la storia di MompiIeri finisce qui. Successivamente gli abitanti si spostarono nelle zone vicine. Gran parte di essi scelse Mascalucia, che ingrossò la popolazione. Alla chiesa dell’Annunziata è legata una storia mistica. Si racconta, infatti, che ad una giovane donna appari in sonno la Madonna che le disse di far scavare sotto il sito della vecchia Chiesa Maggiore, per riportare alla luce la statua della Vergine delle Grazie – del Gaggini – scampata alla lava per una bolla d’aria che la preservò. Così fece la giovane donna, e fra lo stupore dei fedeli e di quanti le credettero, nel mese di agosto del 1704, affiorò alla luce il simulacro della Vergine. Li fu edificato il Santuario di Mompileri che tutt’oggí è meta di pellegrinaggi. Poco distante dal Santuario si trova la Grotta dell’Eremita, utilizzata negli anni ’30 da un vecchio monaco, Fra Graziano, che li fissò la sua dimora. Quel che resta di Mompileri nel suo complesso è un infinito paesaggio lunare, costituito per la maggìore da deserto lavico colorato da gialle ginestre. Man mano che ci si allontana dal sito del Santuario della Madonna, spuntano come funghi villette e costruzioni che minacciano la quiete in cui riposa il vecchio casato di Vampuleri, seppellito dalle pietre nere. Un progetto per salvaguardare la zona di Mompileri dal degrado delle numerose discariche che lo soffocano e dall’edilizía che lo sta aggredendo, è stato realizzato dall’Arca – Associazione di Ricerca Culturale ed Ambientale – che in queste ultime settimane ha presentato la proposta di istituire un’Oasi. Il progetto mira a convertire la zona a fini ambientalistici e religiosi per tutelare e rivalutare le poche aree risparmiate dall’aggressione edilizia. Nell’Oasi, che dovrebbe comprendere aree del territorio di Mascalucia e Nicolosi, dovrebbero essere inseriti servizi ecologici di utilità sociale, quali un canile consortile per il ricovero e cura di animali randagi; e zone turistico-ricettive concriteri costruttivi compatibili con la funzione ecologica dell’insieme. A cura dell’Archeospeleologia dell’Arca (in tempi recenti) sono stati effettuati alcuni sopralluoghi all’interno delle grotte formate dall’eruzione del 1669, che hanno riportato alla luce nuove zone del vecchio Santuario dell’Annunziata. Il progetto dell’Oasi, inoltre, mira a salvare anche la Valle di San Marco, il quale paesaggio spinse il regista John Huston a girare le scene finali del kolossal cinematografico “La Bibbia” – Abramo che si appresta a sacrificare Isacco, si ritrova a transítare nelle distrutta città di Sodoma al quale , come comparse, presero parte anche alcuni mascaluciesi.


Mascalucia, 3 agosto 1943

Il tre agosto del 43 Pedara e Mascalucia furono protagoniste di una sollevazione spontanea contro le truppe tedesche ormai in fase di ritirata dopo la battaglia, che dalla metà di luglio, infuriava con esiti alterni nella piana di Catania. La caduta del fascismo del 25 luglio, l’arresto di Mussolini e le prime forme di organizzazione di resistenza antifascista avevano fatto deteriorare i rapporti, non sempre buoni, tra i comandi militari italiani e germanici. Questo scollamento cominciava ad essere avvertito anche a livello popolare dove pur non traducendosi ancora in una organizzazione politica con progettualità “resistenziale “, tuttavia cominciava a produrre fenomeni di intolleranza contro una serie di atti (sequestri di beni, animali, automezzi ecc.) accompagnati talvolta da violenze gratuite, messi in opera dai soldati tedeschi. Come scrive G. Motta nell’opuscolo “i fatti del 1943 di Pedara e Mascalucia”, pubblicato nel 1977: “toccato nella sua “roba” cioè nella disponibilità di quel poco che gli è possibile procurarsì a fatica… il nostro popolo è insorto … perché si sentì defraudato degli ultimi mezzi di speranza e per reagire alla soverchieria dello straniero”. La meccanica degli avvenimenti è variamente ricostruita da testimonì e cronache del tempo. “Il motivo occasionale fu dato dai cavalli che tre tedeschi volevano portare via agli Amato, sfollati a Mascalucia dove avevano un villino, i tre spararono a freddo ad uno degli Amato, che fu colpito a morte; un loro nipote, Gianni fu ferito alla coscia. Gli Amato risposero con le armi (a Catania erano titolari di un’armeria ed avevano molta merce a Mascalucia) e ne fornirono a quanti ne fecero richiesta. In breve si sparò dappertutto: dal campanile della chiesa-madre, dalle terrazze, dai vecoli, dai balconi contro ogni tedesco che si vedeva. Schiere di cittadini fluttuavano da un punto all’altro, armati di fucili anche a canne mozze e di pistole. Di quei tre tedeschi che erano andati dagli Amato per ì cavalli, non si seppe più nulla; si disse che erano stati uccisi, ma i loro corpi non furono trovati; qualche altro tedesco che si trovò a transitare per Mascalucia ci lasciò la pelle. Solo all’imbrunire gli animi si placarono. Verso sera si vide transitare per il paese un camioncino sul quale era stata píazzata una mitragliatrice con un lungo nastro, con a bordo soldati italiani e tedeschi. Evidentemente i due comandi, per evitare il peggio, avevano raggiunto un accordo. Quel camioncino fece e rifece più volte Via Etnea.


L’antico carnevale

In passato l’aria gioiosa del carnevale invadeva le strade già un mese prima del giovedì grasso, o meglìo dal giorno dopo l’Epifania sino alle Ceneri. Venivano montati, lungo la via Etnea e nelle due piazze principali, gli altoparlanti, conosciuti più comunemente coI nome di trombe, che diffondevano musiche allegre. Il cosiddetto “covo” era il Bar Caruso situato lungo la via Etnea nei pressi della chiesa Madre, lì era allocato tutto il materìale musicale che immancabilmente e senza remissione di sosta, esclusa la notturna, veniva diramato tramite apparecchiature speciali nella briosa aria mascaluciota. Quella musica rallegrava le ragazze che a casa erano in tende a cucire i propri vestiti e quelli dello “zito ” per poi indossarli nei gruppi in maschera. Il periodo carnascialesco cominciava con il giovedì delle comari ed era usanza che si pranzasse insieme con i vari compari di San Giovanni ovvero i Padrini e Madrine di Battesimo dei propri figli, ed infine ecco giungere il sospirato giovedì grasso, gioia di tutti, ma specialmente dei bambini e dei macellai che in quell’occasione vendevano moltissima carne di maiale., infatti in questa giornata si è soliti preparare per menù, pasta di casa o maccheroni a cinque “purtusi” il tutto condito con abbondantissimo sugo con carne di maiale. Mangiate pantagrueliche innaffiate da litri e litri di vino della contrada “Ombra”, Dolci tipici cannoli alla ricotta (famosi i cannoli di donna Angela; oggi i migliori, secondo il mio palato, sono quelli di Nello Torrisi che oltre ad essere buoni sono anche giganteschi!). Il ballo in piazza Chiesa Madre, però era quello più atteso dai giovani che dagli anziani. Le ragazze indossavano il “dominò ” per poter ballare inosservate agli sguardi dei curiosi, con i ragazzi che da tempo facevano loro l’occhiolino. Le maritate, anch’esse rese irriconoscibili dal dominò, la mascherina ed i lunghi guanti, scherzavano e ballavano con i parenti o con gli scapoli spacconi; durante le manovre la dona non doveva mai parlare, ma solo ballare e ammiccando, alla fine convinceva il Cavaliere ad invitarla da “Teresino ” o da “Caruso” e lì si facevano regalare una scatola di cioccolattini. L’euforia, i colori, i fiori, ed il ritmo che caratterizzavano il carnevale di Mascalucia, attiravano moltissimi abitanti del paesi viciniori che si lasciavano prendere dalla voglia di divertirsi e di farsi contagiare dalla sana follia di questo periodo. Altra tipica usanza, molto più antica, erano i “diri ” che venivano recitati da persone di tutte le età che giravano per le strade del paese recitando conefare scherzoso rimatefavolette a doppio senso. Giuseppe Pitrè così parlava di questa usanza: “Chiamasi diri nella Sicilia orientale una rappresentazione popolare in dialetto siciliano, sia profana, sia sacra, che colà suole comporsi ed eseguirsi da villici o da maestri… Ricordo specialmente le carnalivarate di Catania e i diri di Mascalucia …. In Mascalucia, negli ultimi giorni della baldoria carnevalesca, scriveva nel 1889 Vito Giuffida, la truppa degli attori improvvisati, camuffati da donna, da Prologo, da Corriere, da padre, da amante – i personaggi più frequenti in queste rappresentazioni – vi improvvisano una originalissima recita in versi. Giunti in piazza, in un crocicchio di vie, aduna cantonata in cui stazionava gente, domandando un poco di spazio, fanno allargare la folla, formano in mezzo ad essa un cerchio e v’incominciano le loro rappresentazioni. Anzi il primo verso caratteristico dì siffatte declamazioni suole essere il seguente: Largu, signuri mei, facemu ruota,…” Sempre il Pitrè, in un altro suo libro parla delle “Carnalivarate di Mascalucia “; ” .. in quel vago, gentile e pittoresco comune, è costume nel Carnevale recitarsi dal popolo commedie satiriche in maschere nelle pubbliche piazze, e Sciddica-sapuni (soprannome di un Vito Mangano 1807- 1870), poeta popolare estemporaneo, le compone anno per anno…”


Architettura religiosa

S. ANTONIO ABATE

A sud del centro storico di Mascalucia, all’interno del cimitero centrale, si trova un tempio di stile gotico antico la cui architettura risale ai primi tempi dei Cristiani in Sicilia. La sua architettura originale pare risalga ad epoca anteriore alla venuta dei Saraceni (anno 827). Sicuramente doveva far parte della giurisdizione dei P.P. Benedettini a quell’epoca diffusi in tutta l’isola. Attraverso la donazione di Tertullio, padre di San Placido, erano entrati in possesso dì immensi beni, tra cui molte terre nei dintorni di Catania In seguito appartenne all’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani, ed essendo unica chiesa, tra le contrade etnee, fu parrocchia dei paesí limitro quali San Giovanni Galermo, Gravina, Tremestieri etc.. Nel 1446, per elevare a Collegiata la chiesa parrochiale di S. Maria dell’Elemosina di Catania, il Papa Eugenio IV associò varie Parrocchie di pertinenza alla vasta Diocesi Catanese, fra cui quella di S.Antonio Abate di Mascalucía chiamata allora San Nicola,” .. nec non de Itriapraedicta, et parochialem S. Nicolai de Maschalsia insimul canonice unitas, quarum quadraginta duorum,…. ” alla quale ordinò, di pagare annualmente alla nominata Collegiata, unitamente con la parrocchia di Santa Maria dell’Itria di Catania, la somma di 42 fiorini. Il tempio ha il prospetto a sudest, verso l’oriente. Lo stile all’origine della sua edificazione era puramente gotico, modificato nei secoli da innovazioni. La porta maggiore del prospetto e la finestra rotonda al di sopra, sono di tipico stile gotico moderno continentale con influssi arabo- normanni; mentre l’altra porta a mezzogiorno è di stile gotico ad arco a sesto acuto. Sino agli anni sessanta, era possibile ammirare il caratteristico pavimento, il quale per lunghezza era diviso in due parti uguali da uno scalino in pietra lavica alto circa 15 cm.; il livello diverso del pavimento era una necessità assoluta nei primi tempi del Cristianesimo, affinché le donne si trovassero separate dagli uomini, le due porte della chiesa servivano infatti per differenziare l’ingresso delle donne e degli uomini, le prime infatti si servivano della porta laterale, gli altri della porta anteriore. All’interno un grande arco ogivale, che poggia su bassissimi piedistalli, divide la navata dalla tribuna. Lungo il lato a mezzogiorno vi è una porta bassa ed angusta a sesto acuto, in pietra bianca, e due finestre piccole e lunghe semi circolari, di cui una murata, ma visibile e una seconda che appare soltanto all’interno, poiché venne chiusa all’esterno nel 1719, anno in cui si edificò una cappella dedicata a Maria Vergine. Nel muro di tramontana vi è una finestra uguale alla prima, chiusa anch’ essa per r l’edificazione de Ila cappella di S. Nicolò di Bari. Un ampio arco disegna la navata centrale metre nel muro opposto a tramontana è una porta di pietra bianca che riporta la data del 1617 e dà ingresso alla cappella del SS. Sacramento, costruita dall’omonima Confraternita. All’interno della Chiesa, al centro della parete di fondo della tribuna s’inarca una piccola abside in cui è collocato un altare. Nell’abside, simile ad una nicchia, si possono notare degli affreschi di attribuzione ignota, che vengono così definiti dal Guglielmini: “… Il nicchione è dipinto da certi affreschi da fare strabiliare anche i morti: è in centro scarabbocchiato una badiale conchiglia sopra due cornucopie a conserto: e come queste si confacciano con quello, vattello a domandare al tintore, che la inventò, ed il quale con lo stesso giudizio volle anche nei lati del volto accoppiare due grossi vasi di terra con fioroni rossi onde non trovarsene di simili in natura. Con lo stesso cattivo gusto è scovertamente tinto il frontespizio, che finge d’essere una specie di loggiato, sebbene non si possono distinguere, e altri imbratti di calcina, onde furono cassati. Però è tuttavia visibile in uno dei riquadri inferiori di essi il Santo in alto di essergli apparso a tentare Satana sotto la figura di Centauro” A poco più di un metro di distanza dallo spigolo di sud-est del Tempio sorge una torre campanaria che si appoggia a questo con un arco a mattoni rossi compatti sormontato da blocchi di pietra lavica impastati con “terra rossa”. Questa torre campanaria consiste in una costruzione quadrangolare, di pietra lavica lavorata a blocchi, priva di porte, finestre e di scale (sia interne che esterne delle seguenti dimensioni due lati misurano circa due metri e mezzo e gli altri due un metro e sessanta). Alla sua sommità, tra due colonne semi distrutte c’è una campanella, che suona solo con la forza del vento. Probabilmente la torre campanaria avrà subito gravissimi danni dai terremoti, che nei secoli hanno colpito Mascalucia. Ecco cosa scrisse Francersci Granata, nel 1957, a riguardo di questo bellissimo Tempio: … “La Domenica del Corriere “, nel 1902, non esitava a catalogare il Tempio di S:Antonio Abate di Mascalucia tra “le bellezze d ‘Italia “. Il pavimento, in piastrelle di terracotta di gusto tipicamente siciliano, è valorizzato da lapidi in marmo bianco, ognuna con epigrafi ad allo valore morale; su una di queste, senza data, si possono leggere le seguenti parole: ” collego Rodo Tero Sic Devoro -Digero Condo- Defunctos Omnes Quas Pia Mater- Amat”. Nel 1903 l’Amministrazione di Mascalucia, conscia del tesoro che possedeva, ordinò dei restauri al monumento comprendenti la ricostruzione del tetto sprofondatosi nel 1828 ed il consolidamento delle mura.


CHIESA MADRE

Recentemente il Parroco Don Pasqualino Distefano (che ringraziamo per le notizie forniteci) Distefano ha porta io alla luce un antichissimo altare nell’attuale cappella del Sacro Cuore, chiamata sino ad ottant’anni addietro “Cappella di San Nicola”. Questo altare che porta ancora l’iscrizione “J:H:S” (Jestis Hominum Salvator) dì colore nero, avrebbe fatto parte dell’antica Chiesa Madre della “Terra di Santa Lucia” nei secoli XII-XV, dedicata al Patrono San Nicola. Nel XVI secolo, la Chiesa Madre, sempre nella direzione tramontana-mezzogiorno, fu arricchita da diversi affreschi realizzati da maestranze della zona, alcuni dei quali sono ancora visibili nell’attuale cappella del Sacro Cuore e del Crocefisso: colonne a torciglione, immagine di San Nicola Cristo alla colonna, Cristo con la croce… L’eruzione del 14 e 15 marzo 1669 risparmiò il centro del paese e così anche la Chiesa Madre. Ma il successivo terribile terremoto del 1693 danneggiò gravemente le sue strutture compreso l’appena allestito campanile che nel 1690, il Principe  Butera Nicola Placido II Branciforte aveva fatto edificare a completamento dell’edificio. Agli inizi del secolo XVIII, con molto fervore, si avviò l’opera di riedificazione. Alla Chiesa Madre si volle dare un aspetto ancora più imponente. Fu orientata da ovest ad est riutilizzando come transetto della nuova chiesa la parte meno danneggiata dell’antica fabbrica. Fu pure costruita una grande sacrestia ed i monaci che venivano a villeggiare nel vicino convento di “Sant Antuneddu” realizzarono in bellissimo stile rococò gli armadi ed i sedili per abbellirla. Essi, inoltre, scolpirono anche gli stalli del coro e i quattro confessionali, ancora oggi esistenti. Negli anni settanta la sacrestia fu usata come scena di alcuni famosi film. Ai primi dei 900 il vicario sac. Vito Longo dirigendo personalmente i lavori, ampliò la chiesa con la costruzione delle due navate laterali e del secondo campanile lasciato però incompleto. La chiesa contiene diverse opere d’arte di un certo pregio tra cui: balaustra dell’altare maggiore con colonnine monolitiche in marmo, quattro altari a scultura ed a intarsio in marino; nella cappella del Sacro Cuore, un ricchissimo altare della “Esposizione” realizzato con molta maestria in legno dorato; “Tavola” attribuibile al Giordano, raffigurante la Madonna delle Grazie; tela di Michele Rapisardi raffigurante la Madonna Addolorata. All’esterno si può ammirare come i conci di pietra lavica, ben tagliati e squadrati, fanno da cornice alla facciata di colore chiaro. Un elegante campanile affiora al di sopra della facciata ed acquista rilievo plastico e spessore prospettico per la scansione ritmica degli archetti che lo rifiniscono. La bella cupola conica in cunei invetriali epolicromi completa la grazia artistica dell’insieme conferendo, tra l’altro, una suggestiva nota di colore. Questa chiesa di stile normanno siculo è degna sorella della Chiesa Madre di Pedara, simile nello stile e nel campanile che fa presupporre, viste le parallele vicende storiche, una simile progettualità di ricostruzione se non le stesse maestranze. Le ampie superfici dei prospetti principali non ché l’uso della pietra lavica da taglio nelle grandi paraste la collocano tra gli esempi più significativi delle “chiese nere ” dell’Etna.

 SAN VITO MARTIRE: A sud del paese sorge la chiesa dedicata all’attuale Santo Patrono “San Vito” Sulla facciata principale, che guarda la via Etnea, sono posti ai lati le statue di San Modesto e di San Crescenzio. Sull’architrave troneggia San Vito con a lato i cani che simboleggiano la fedeltà e la nobiltà contro le insidie avverse. La costruzione è della seconda metà del settecento. L’attuale chiesa di stile romanico è a tre navate. La chiesa di San Vito negli ultimi decenni è stata rimodernata ed arricchita da fregi marmoreì alle pareti che non sempre ne hanno rispettato lo stile e l’armonìa. All’interno in un apposito altarino “corazzato”viene custodita la statua secentesca del venerato santo protettore San Vito con tutto il suo tesoro (oggetti preziosi ecc.). Esiste una paia di altare “San Vito e Artemia” del 1857 del famoso pittore Michele Rapisardì, (1822-1886). Da segnalare la Madonna delle Grazie, incisione su ardesia che veniva venerata nell’anonimo “atareddu ” nel palazzo Cirelli. Sul coro affreschi ottocenteschi sul miracolo e la glorificazione di San Vito, opera pittorica di Sebastiano Conti di San Giovanni La Punta.

 CHIESETTA DEL SOCCORSO: A nord del centro urbano di Mascalucia vi è la contrada “Soccorso” ed in essa, prima che il fiume di lava del 1669 devastasse Mompileri, esisteva una chiesa dedicata alla Beata Vergine del Soccorso, detta della Miserícordia. All’epoca, veniva curata e retta da un prete eletto un tempo dall’ Abate di Mascalucia, assegnato nell’anno 1650 dall’Arcivescovo di Messina. In questa chiesa si venerava con singolare culto la Beatissima Vergine dell’Aiuto ed era meta di molti pellegrini. L’eruzione del 1669 risparmiò la chiesetta addossando la colata lavica al muro di tramontana, purtroppo, anche se risparmiata dall’Etna, essa subì l’incuria dei cittadini e del tempo. Oggi è un rudere e solo pochi sanno che un tempo fu un luogo sacro meta di continui pellegrinaggi.

MADONNA BAMBINA: Non molto distante dalla chiesa della Madonna del Soccorso, quasi a confine con il territorio di Belpasso, si trovano i ruderi di una chiesetta dedicata alla Madonna Bambina. Costruita in pietra lavica essa rappresentava il punto di raccolta di molte mamme che pregavano, per le figlie, la Vergine Bambina. Un bellissimo affresco si può ancora notare su una parete, anch’essa mezza diruta, che raffigura Maria Santissima Liberatrice dal fuoco materiale (la lava) e dal fuoco spirituale. La Madonna dal volto dolcissimo, coronata da una corona dorata, tiene col braccio sinistro il piccolo Gesù e con la mano destra aiuta a salvarsi dalle fiamme un bambino che si aggrappa ad un nastro da lei teso. La Madonna è raffigurata su una nuvola che sovrasta un paese in fiamme. I colori dell’affresco sono molto delicati e appassiti dal tempo. Sull’altare che guarda a tramontana si . può intravedere una pittura murale della nascita della Vergine Benedetta. La maestra C. Tenerelli Pavia nel lontano 1923 scriveva: “Premesso il ricordo di questa chiesa, non è da omettere una prodigìoso avvenimento, ricordato da non interotta tradizione e da una iscrizione che leggesi sotto l’immagine della Madre di Dio, dipinta sul muro interno della Chiesa. Narra la tradizione che pochi giorni innanzi al funesto terremoto del 1693, che devastò Catania, la predetta ímmagine emise un abbondante sudore e sgorgarono lagrime dagli occhi della Beata Vergine, forieri dall’inaudito cataclisma “. A solenne ricordo di siffatto avvenimento fu posta la dicitura: “In sudore vultus mei, hanc patriam liberavi abingenti terremotu anni 1693 “.

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