Nicosia, la città Lombarda nel cuore della Sicilia

E’ terra di conflitti, Nicosia, ma anche di genti con una cura straordinaria della propria terra; genti le cui origi­ni sono da far risalire in larga parte alle migrazioni dalle regioni lombarde di popoli che hanno conservato il caratteristico idioma gallo‑italico e caratteri somatici “nordici”

Nicosia rappresenta l’estrema sintesi tra due Sicilie, quella dell’arte, della cultura, con la sua indiscutibile eleganza, e quella rurale con il suo fascino e con il suo carico di tradizioni. Non esiste alcuna contraddizione tra questi elementi che, in uno spazio apparentemente ridotto ma capace di dilatarsi a dismisura per far posto ad innumerevoli suggestioni, riescono, non soltanto a convivere, ma a completarsi vicendevolmente, attribuendo ai luoghi una dimensione impossibile da focalizzare per intero e difficilmente sintetizzabile senza correre il rischio di analisi superficiali ed in larga parte insufficienti. Il modo migliore per conoscere questo splendido luogo è, e rimane, il viverlo pienamente, assaporando l’atmosfera che, sempre diversa, si coglie in ogni suo anfratto. 

Le sue fortune straordinarie sono completate dalla meravigliosa bellezza di una natura incontaminata, dalle sue campagne, dai suoi boschi, dalle ardite formazioni geologiche che sembrano vigilare attente ed irremovibili sul paese e sui suoi magici dintorni. Quasi un angolo di Svizzera catapultato dopo un misterioso incantesimo nel cuore della Sicilia. Ed in questo pezzo di Sicilia, nel cuore di una regione spesso sede di contraddizioni forti, di conflitti talvolta drammatici tra l’uomo, la sua storia e l’ambiente, è facile riconoscere la diversità di Nicosia nell’amorevole cura con cui le sue genti si occupano del proprio paese, delle terre, riuscendo a coniugare sapientemente le più moderne tecnologie con l’arte empirica dei contadini di un tempo, tramandata da secoli da padre in figlio. E’ proprio l’essere altro, unico più che raro, l’aspetto più eccitante, il primo che colpisce l’immaginario di chi raggiunge questi luoghi, sia esso turista o semplice viandante, stupito dalla profondità del paesaggio e dall’intensità dei suoi colori, ma anche da quel particolare dialetto delle genti del posto, una strana e dolce mistura tra il siciliano ed un idioma antico come il gallo‑italico. Diversa, quindi, Nicosia, ma anche complessa, a cominciare dal centro abitato, capace di raccogliere gli stili architettonici più svariati, ciascuno dei quali a sua volta in grado di raccontarci un frammento della storia del paese. Una storia, appunto, complessa fatta di periodi di assoggettamento a popoli molto diversi tra loro, la cui presenza è testimoniata non soltanto nella sovrapposizione di influenze architettoniche o in quel particolare dialetto, ma anche nei modi di dire che consentono di individuare, ad esempio, come saraceni,gli abitanti del quartiere di San Michele, la cui ubicazione è presumibilmente la stessa dell’originario borgo fortificato in cui si insediarono gli Arabi, così come indicato dallo storico El Idrisi E dopo gli Arabi i Normanni, che, nel 1062, alla guida del Conte Ruggero, occuparono la città intrecciando, con i precedenti reggenti musulmani rimasti, rapporti molto forti che consentirono lo svilupparsi, in particolare sotto il regno di Guglielmo II detto il Buono, anche a Nicosia, come nel resto della Sicilia, di quel caratteristico stile architettonico arabo‑normanno che caratterizzò i secoli XII e XIII. Questo rapporto privilegiato tra la reggenza normanna e gli Arabi suscitò le gelosie di baroni ed ecclesiasti, provocando la reazione dura di Guglielmo II che insieme a Piazzesi e Randazzesi nel 1069 mosse guerra ai ribelli. Nel periodo in cui detennero il controllo della città i Normanni provvidero a rendere più possenti le fortificazioni dell’antico borgo, rinforzando mura, castello e porte d’accesso. Ma soprattutto, i Normanni, consentiro­no il popolamento di tutto il territorio da parte di coloni Lombardi, provenienti in particolare dal Monferrato, ed attirati in Sicilia dalla concessione di terre ed immunità. La loro presenza contribuì alla nascita proprio di quel particolare dialetto gallo‑italico che caratterizza il parlare e le caratteristiche somatiche tipicamente nordiche degli abitanti di Nicosia e delle altre città “lombarde” come Aidone, Piazza Armerina, San Fratello, Novara e Fondachelli‑Fantina. Lo splendore in questa fase storica del nicosiano, gratificato del feudo di Asgotto dal sovrano svevo Federico II, è evidenziato anche dall’opportunità concessa alla città di inviare, nel 1240, due suoi delegati alla Corte generale a Foggia. Il periodo successivo, a partire dal 1270, è invece un momento difficile per la popolazione di Nicosia sottoposta al pesante giogo angioino, che avrebbe determinato l’esplosione in tutta la Sicilia, nel 1282, del Vespro. 

Nicosia diviene, nel 1337, sede di un’Assemblea dei baroni e dei Grandi del Regno con cui Pietro II d’Aragona intendeva dichiarare la sua avversità nei confronti di Federico Antiochia Conte di Capizzi, e del nicosiano Conte di Ventimiglia, rei di avere congiurato contro di lui. Il contesto in cui aveva luogo questo conflitto tra potenti era lo stesso che divideva la parte alta della città, abitata dai Mariani (di origine normanna e rito religioso latino che facevano riferimento alla chiesa di Santa Maria), e quella bassa, popolata invece dai Nicoleti (di origine greca e rito religioso bizantino con riferimento nella chiesa di San Nicolò), le cui diverse origini erano prese a pretesto per contendersi il paese. Le due fazioni finirono con l’affrontarsi in battaglia e lo scontro, sempre più cruento, fu fermato soltanto dall’intervento del Mastro Giustiziere del Val Demone, che nel 1340 fece sottoscrivere alle due parti l’Atto di Concordia con cui le magistrature civiche venivano divise paritariamente tra i due quartieri. Sopiti, per il momento, i conflitti religiosi, Nicosia poté godere dei benefici della rinascita castigliana sotto Alfonso il Magnanimo che, a partire dal 1416, rilanciò in Sicilia l’economia e le arti. E’ a questo periodo che risalgono gli splendidi dipinti del soffitto ligneo della cattedrale. Ma nel 1514 riesplose violento lo scontro tra i due riti confessionali sostenuti dai due cleri contrapposti, a difesa dei quali spesso scendevano in campo anche i laici dei rispettivi quartieri. Quest’ennesima esplosione di intolle­ranza causò l’intervento dell’arcivescovo messinese monsignor Rettana che sancì la divisione del paese dichiarando le due chiese “matrici” ma ciascuna nell’ambito del proprio quartiere. L’atto fu successivamente modificato con l’attribuzione del matriciato alle due chiese con rotazione annua. 

Ogni quartiere organizzava quindi le proprie festività religiose, e la contemporanea celebrazione di eventi religiosi come il Venerdì santo, con le risse che nascevano da eventuali sconfinamenti delle due processio­ni, valsero a Nicosia l’appellativo di “città dei due Cristi”. I conflitti religiosi non furono le uniche a causare problemi agli abitanti di Nicosia, ma ad essi si unirono pestilenze e, nel 1757, una tremenda frana che distrusse parte dell’abitato e la chiesa normanna di Santa Maria Maggiore, ricostruita più tardi a partire dal 1767. Ciononostante Nicosia vide aumentare di molto la sua popolazione e fu sede fiorente di arti e cultura come testimoniano la presenza in paese del medico‑filosofo Marcello Capra, fondatore di un’Accademia medico filosofica, di una confraternita di artisti con sede in Sant’Antonio Abate, nel 1600, e del­l’Accademia Simetina. Tra il ‘700 e l’800 furono edificati alcuni edifici religiosi come San Vincenzo, Santa Domenica e San Biagio. La presenza in città di numerosi nobili determinò anche la costruzione di importanti palazzi nobiliari di un certo interesse come il La Motta, La Motta San Silvestro, Falco, Testa ed altri. La semplice proposta, nel 1778, d’istituire in Nicosia un vescovado, produsse una nuova crisi tra i due quartieri per la scelta della sede conte­sa tra le due chiese di San Nicolò e di Santa Maria. La sede vescovile venne concessa al paese nel 1817 insieme allo status di sede di sottoprefettura e capoluogo di circondario.


Un medioevo che non muore

In giro per Nicosia è possibile godere appieno, dalle balconate che si aprono improvvise sul fondo di ripide e strette stradine, di scorci paesaggistici di straordinaria bellezza, esaltati da un contesto di rara eleganza architettonica che rende magico ogni angolo del paese

Avvicinandoci a Nicosia essa ci appare come inerpicata su un alto sperone roccioso con il magico sfondo delle Caronie. La sua essenza ci viene svelata lentamente percorrendo la strada che da Agira ci conduce, in un continuo sali‑scendi di tornanti, verso la cittadina, che conserva per buona parte del suo centro storico l’antica pianta medievale derivata dall’originario borgo arabo fortificato. Circondata da verdi campagne, il paese ci rivela scorci improvvisi di paesaggi mozzafiato anche al suo interno, con ripide stradine che terminano improvvisamente in ampie balconate, dopo averci mostrato, ai propri margini, pregiati edifici religiosi ed eleganti palazzi nobiliari. Percorrere le sue strade equivale a riscoprire la sua natura di importante centro medievale. Una visita al paese può iniziare giungendo in piazza Garibaldi attraverso la “salita Salomone” lungo la quale fa bella mostra di sé, maestoso ed elegante, il settecentesco Palazzo Salomone. La piazza, cuore della città, si apre creando uno scenario unico e grandioso, a cui fanno da cornice i palazzi baronali Marocco, Nicosia, Di Falco, La Via ed il Palazzo Comuna­le. Ma tutta la piazza sembra essere il grande teatro le cui quinte sono rappresentate dalla Cattedrale di San Nicolò. Dell’originario stile gotico­normanno, la Cattedrale, intitolata al santo protettore del paese, conserva l’ampio Portale Maggiore, il Campanile, ed i Portici. Queste strutture, tutte risalenti ai secoli XIV-XV, presentano tipici motivi riccamente intagliati (rosoni, archi, bifore, trifore, stemmi … ). 

Una gabbia, resa necessaria da interventi di restauro, non consente la completa visione della chiesa. L’interno dell’edificio religioso custodisce opere pregevoli come un crocifisso attribuibile a fra’ Umile da Petralia, opere del Gagini e di alcuni scultori locali, e, in un aula annessa, dipinti di Pietro Novelli, Salvator Rosa e dello Spagnoletto. Ma il vero tesoro è senz’altro lo straor­dinario soffitto ligneo a capriate, dipinto i primi del XV secolo con straor­dinaria abilità e gusto rappresentanti una perfetta sintesi dell’arte siculo­arabo‑ispanica. Alle spalle della Cattedrale, la bella facciata barocca del Palazzo Vescovile. Più in basso, rispetto alla Cattedrale, in via Randazzo, vero gioiello è la chiesa di San Biagio con le decorazioni di stucchi rococò. All’interno, un gruppo marmoreo di Antonello Gagini. Ritornati in Piazza Garibaldi è possibile risalire attraverso via Salomone per apprezzare altri palazzi nobiliari alcuni dei quali, purtroppo, in parte deturpati. In questo tragitto che ci porta verso la parte più alta del paese è possibile godere di scorci straordinari che si affacciano in un dedalo di viuzze intricatissime. L’ascesa ci consente una visita all’ex monastero di San Vincenzo Ferreri all’interno della quale vi sono dipinti degli inizi del XVIII secolo opera del pittore fiammingo Guglielmo Borremans.
Al termine della nostra risalita, sormontata dai ruderi del Castello, la Basilica di Santa Maria Maggiore, centro del quartiere popolato un tempo dai Mariani, gli abitanti di Nicosia di origine greca e rito bizantino. La basilica è dotata di un ampio e luminoso portale ornato da statue pagane (Venere, Bacco, Cerere) e conserva, al suo interno il trono di Carlo V, che visitò nel 1535 la città di Nicosia. 

Menzione merita anche la “cona” in marmo dorato opera di Antonello Gagini. Il Castello conserva ancora un imponente ponte normanno e i resti di alcuni torrioni. La fortezza venne descritta per la prima volta dal geografo arabo EI Idrisi che ne rimarcava la sua funzione difensiva dell’antico borgo fortificato, mansione che conservò anche in epoche successive sotto il dominio svevo e aragonese. Da queste postazioni è possibile scorgere anche la chiesa di San Michele (secc. XI-XII) con la maestosa torre quattrocentesca e le absidi normanne, e la chiesa del SS. Salvatore, dotata di campanile e loggia di sapore normanno con cui domina la città. 

Nella parte più in basso del paese si erge maestoso Palazzo Cirino, con la facciata suddivisa nei tre ordini “neoclassici” (ionico, dorico, corinzio). Nelle sue vicinanze le chiese di San Calogero, con tetto a cassettoni, e di S. Antonio Abate con facciata rinascimentale ed interno gotico. Ancora più in basso, lungo via S. Benedetto, l’ex convento omonimo del trecento, la cui facciata è arricchita dallo splendido portale e dal bel rosone. Il convento sembra fondersi con la cupola della chiesa di San Calogero che lo sovrasta.

Un viale alberato, intitolato allo scultore Giambattista Li Volsi, conduce al Santuario del Carmine, il cui interno è arricchito da un dipinto raffigurante l’Annunciazione, opera di Antonello Gagini. Antistante alla chiesa una “villetta” con alberi secolari ed una fontana settecentesca, e poco distante, si può ammirare la bella facciata tardo barocca di palazzo Speciale.


Una città nella campagna

Le masserie del nicosiano, come spesso accade nelle aree a forte popolamento rurale, sono divenute luogo di aggregazione sociale e di interessi economici che si sposano con la cura delle terre nel rispetto di una natura spesso selvaggia ed incontaminata

All’indiscutibile fascino del suo centro storico Nicosia unisce le bellezze delle sue fertili campagne che continuano ad ospitare parte consistente della popolazione del paese. Un tempo questa era abitudine consolidata, e i contadini raggiungevano il paese solo ed esclusivamente in occasione delle feste patronali. Il fiorire di una alta concentrazione della popolazione nelle campagne ha in realtà origine antica e si realizza concretamente con l’arrivo dei coloni “lombardi”, che stabiliscono dimora nelle campagne curandosi della terra nelle forme più diverse: come piccoli proprietari di terre attribuite loro dai Normanni o ricevendo i campi in mezzadria, enfiteusi o gabella dai feudi comunali ed ecclesiastici. 

L’affermarsi di questo stile di vita faceva nascere nelle contrade dei territori limitrofi a Nicosia veri e propri borghi costituiti da più masserie, alcuni dei quali meritano una visita per le suggestioni in grado di trasmettere e perché rappresentano un pezzo importante di storia. Il vero cuore dell’attività svolta “fuori porta” è proprio la masseria, centro nevralgico della vita nei campi, dimora del massaro e della sua famiglia. Essa ospita contadini e lavoranti, e le principali attività produttive della terra, ma anche le prime fasi della commercializzazione dei prodotti derivanti da agricoltura e pastorizia ed attività artigianali connesse con queste attività. E’ ovvio che, essendo quella agro‑pastorale la forma di economia più sviluppata del territorio, anche i nobili nicosiani si posero il problema di una propria dimora in campagna, anche solo per  villeggiarvi. Sotto Carlo III e Bernardo Tanucci i ricchi possidenti edificano le proprie ville, molte delle quali (La Via, La Motta Salinella, La Motta San Silvestro) si concen­trano sulla cosiddetta “collina dei baroni” che sorge a San Giovanni, di fronte al paese, mentre altre, prevalentemente liberty, sorgono in località San Giacomo. Il territorio è poi costellato di insediamenti rupestri come case Salerno e Rossignolo e in contrada Mercadante. Di fascino indiscutibile il piccolo borgo feudale di Villadoro, oggi frazione di Nicosia, nel quale si celebra, nella Settimana Santa, una suggestiva Passione di Cristo. Questo tradizionale rivolgersi alla terra è oggi tutt’altro che sopito ed anzi più che mai colpisce la capacità dei contadini nicosiani di coniugare le antiche tradizioni del lavoro nei campi con le più moderne ed avanzate tecnologie il cui parsimonioso utilizzo non sembra intaccare più di tanto la splendida realtà ambientale di questa propaggine dei Monti Nebrodi. Ed anzi le bellezze naturali del territorio meritano una particolare menzione per la straordinaria varietà geomorfica e 

vegetazionale del paesaggio. Di recente istituzione sono tre riserve naturali orientate, quella del monte Sambughetti, del bosco di Sperlinga ed alto Salso e quella del monte Altesina. Di straordinario interesse naturalistico è la prima, nata per preservare un relitto di faggeta e una particolare vegetazione igrofila legata alla presenza dei piccoli laghetti Campanito. Di aspetto diverso, a causa dell’altitudine meno elevata, sono le altre due riserve, in cui spicca una vegetazione tipicamente mediterranea con querce, lecci, roverelle e numerose altre specie arboree ed  arbustive, anch’esse capaci di ricreare suggestioni paesaggistiche di notevole valore. Anche la fauna di questi luoghi appare straordinaria ed i più fortunati potranno incontrare nelle loro escursioni, peraltro per nulla faticose, rari esemplari di sparviero che sulle vette di questi monti trovano condizioni ottimali per la nidificazione.

Una ruralità al femminile, tradizione che non muore

La “massara”, la donna che vive in campagna con la sua famiglia, rappresenta forse l’elemento di maggior continuità nel garantire il rispetto ed il tramandarsi delle tradizioni rurali del nicosiano.

La realtà contadina nicosiana è forse unica tra le civiltà agresti; infatti il contadino con tutta la sua famiglia risiede nella “Masseria” l’intero anno pur avendo anche la casa in paese. Quando la “fantina” (la ragazza da marito) si fidanza con un contadino, sa già che l’attende la condivisione del lavoro della masseria. Di essa, veramente, diventa la padrona perché, mentre il marito pone tutte le sue energie nella coltiva­zione dei campi e nel raccolto, lei, la “massara”, è sempre a sfaccendare dentro e fuori. Sono suoi compiti: cucinare, fare il pane e la pasta, gover­nare la casa, allevare i figli, ma è anche consapevole del fatto che le annate non sono sempre favorevoli e, quindi, non potrà avere molto denaro da spendere per gli indumenti, per le comodità della casa, per l’igiene e per il corredo (a fighja tá fascia e a dota tá cascia ‑ la figlia in fasce e la dote nella cassapanca). Glielo ha insegnato sua madre e, prima sua nonna a sua madre, che “la donna fa la casa”. E la nostra massara ha compreso appieno il significato della collaborazione. Non può chiedere i soldi sempre al marito, non può fargli conoscere tutti i piccoli segreti che la vedono protagonista nel mandare avanti la casa, come, d’altronde, capita in tutti gli ambienti familiari. E se volesse fare, per esempio, un servizio in più per il corredo della figlia? Ed ecco il suo ruolo. Essa, rubando tempo al suo riposo, anche nei momenti più pesanti delle fredde giornate d’inverno, o di quelle calde d’estate, è sempre là, a governare il maiale (così si farà più grosso e gustoso); a mettere uova sotto le chiocce, ad allevare con amorevole cura pulcini, oche, tacchini, conigli, agnelli; a pulire molto spesso, per renderlo più accogliente, il pollaio, così le galline faranno più uova che lei venderà e, insieme a ciò che realizzerà dalla vendita dei polli, conigli, ecc., avrà abbondante “manio” (maneggio di denaro) per arricchire la sua casa per riempire le cassapanche, gli armadi della sua cucina e anche il suo guardaroba e quello degli altri Quando i lavori dei campi si fanno più pesanti ecco lei, con le sue ricette a spronare l’appetito del marito. Spesso sulla sua mensa sono presenti dolci squisiti e piatti succulenti che sa dosare con maestria utilizzando sino all’ultimo grammo la carne salata del maiale. Per lei tutto è utile; ricicla tutto. Il brodo di cottura della pasta serve per impastare la crusca da dare ai suoi galletti e al maiale insieme con le briciole della mensa, il latte avanzato e le impurità dei legumi: raccoglie ogni sorta di frutti che da in pasto ai suoi animaletti; rammenda a più riprese le calze; mette una pezza in un buco della camicia o dei pantaloni di marito e figli (ma c’è sempre un vestito lindo e profumato nell’armadio quando i suoi si devono vestire per la festa); toglie le erbac­ce dall’orto così le verdure crescono meglio; usa nel giusto modo la legna ed ha cura di spegnere la brace in modo da avere la carbonella necessaria per cuocere i suoi cibi delicati. La sua casa è sempre in ordine e pulita e non vi sono i cattivi odori delle stalle perché ha cura di governare gli animali con un altro paio di scarpe, cosa che obbliga fare anche gli altri. Una massaia deve sempre tener presente il reale valore del denaro; a lei costa tanta fatica guadagnarselo. La stanchezza però scompare nel momento in cui spende per la casa e per la famiglia, ed è molto contenta se può contribuire all’acquisto di un pezzo di terra, di una macchina agricola ‑ aspirazioni queste di ogni contadino che ama risparmiare per ingrandire la sua proprietà. “A rroba, si, a rroba” (la proprietà) ti fa massaro, e ti procura una vita di duro lavoro, ma di grande unione familiare, di prospettive per l’avvenire. Il massaro è sereno nei rapporti con i vicini, non si arrabbia quasi mai anche per una sorta di fatalismo che gli fa ripetere spesso “se vuole Dio”. “Se vuole Dio che piove seminiamo. Se vuole Dio che il grano matura bene avremo un buon raccolto. Domani cominciamo la raccolta delle olive, se vuole Dio”. Ed è in questo ambiente, sereno e pregno di amore, nei legami e nella serietà dei rapporti, che affondano radici le più vive tradizioni, le ricette, i comportamenti che poi sono la vera cultura di un popolo. Il popolo dei contadini è il vero depositario del sapere, dalle cui radici nascono e crescono quei germogli sani che spanderanno in maniera integra il profumo della loro civiltà. E’ serietà di comportamenti oppure ostentazione del proprio ruolo? Non hanno una cultura tale da ostentare il loro modo di vivere; per loro ogni atteggiamento è un fatto naturale. 

Se ogni contadino ha ereditato il gusto del sano, dei gustosi piatti, dei dolci fatti in casa, ogni contadina sa come soddisfare il palato del suo compagno e della sua famiglia, e, giorno dopo giorno, rubando spesso ore al suo riposo, mentre gli altri dormono lei veglia e prepara, prepara come un angelo che tesse la soave trama dove avviluppare con contorni d’amore la pace della sua famiglia. Qui non è retorica la figura della massaia “angelo della casa” perché lei sa, ne ha ereditato consapevolmente il ruolo, che molti dei nodi di cui è intessuta la vita li dovrà sciogliere lei, lei con la sua abilità e con il suo amore. E i giorni scorrono sereni, quasi fatali, nel ciclo annuale dei lavori. Non è monotono accudire ogni giorno, ogni momento tutti gli animali che alleva; non è facile pulire le stalle, portare fieno e biada. Nutre gli  animali con la stessa cura con cui nutre i figli. 1 figli frutti d’amore e gli animali valido aiuto per mantenere in famiglia quel clima di benessere che consolida i rapporti. Lei sa, e in questi lavori mette tutta la sua esperienza. Come si sa la vita dei campi è dura e, spesso, non dà i frutti sperati e i figli, crescendo, vanno alla ricerca di quel “pezzo di carta”, che, chissà, darà loro forse un posto e, quindi, studiano con un certo impegno ma con un occhio sempre rivolto ai campi. L’istruzione li arricchisce, forti dell’esperienza che con saggezza viene loro trasmessa dagli anziani della famiglia, presenti in ogni masseria, con i loro detti e i loro proverbi (alcune volte sembrano dare fastidio, “i proverbi”) che consentono di apprezzare meglio la vita di tutti i giorni. Il fatalismo dei contadini non deve farli apparire succubi di chissà quali forze e volontà esterne. E’ nel loro essere buoni e pazienti, nella schiettezza del loro animo, nella certezza che tutto si risolverà, il loro vivere sereni. E aspettano i cicli stagionali con l’ansia di chi vuole vivere col massimo impegno e, in questi cicli ha ancora un grande ruolo la  “massara”. Ad essa non sfugge nessun particolare: sa quando è tempo di preparare questo o quel dolce, questa o quella pietanza adattandoli alla stagione, alla temperatura, alle particolari predilezioni dei suoi cari. E porta in tavola “bracialete e mestazole, canole e tortonedde, boscote e zzucarine, pastesecche, colombedde, torron e pozziddate”. D’inverno: “supa e piciotta, tagghiarine co cesgere e dentichie, menestre de verdure, taccoe e macarroe, sughe che nen se pono ddivè de mbocca, na gaddina a brodo, n conighjo asugo, soozziza restuda, fave chi gede, balottine calae tá sarsa o na frogia”, il tutto reso molto gustoso dalla sapiente dosatura con pancetta o lardo delizia della sua cucina. Il contadino non è conservativo per cultura, ma per fatto naturale. Le sue tradizioni non sono scritte da nessuna parte, eppure, lui e la sua famiglia le seguono tutte: è cultura orale che si trasmette di padre in figlio giorno dopo giorno, anno dopo anno, ciclo dopo ciclo. I lavori, le ricette sono parte integrante della loro vita.
Detto questo si potrebbe pensare che il contadino nicosiano sia praticamente “isolato” dal resto del mondo, se il suo mondo è quello ristretto della sua campagna e della sua masseria. Nulla di più sbagliato. Egli, infatti, partecipa alla vita associativa tramite le confraternite, cura personalmente i rapporti che ha con banche e uffici, con commercianti di tutti i generi, partecipa alle fiere, ai convegni di categoria, sbriga da se le faccende in provincia; e la moglie vende e acquista nel mercato del giovedì e si rifornisce di ciò di cui ha bisogno nei ben forniti magazzini del centro (biancheria, indumenti, corredi, utensili, elettrodomestici) che arricchiscono la masseria rendendola calda e accogliente. 

I figli, da piccoli, accompagnano i genitori alle feste, alle cerimonie tra amici e parenti; da grandi assumono autonomia (l’occhio rivolto ai consigli degli anziani); hanno la macchina e si recano in paese come ogni altro giovane, a trascorrere qualche ora con gli amici o alle feste. Al ritorno una mamma apprensiva si piega al sonno solo dopo aver sentito che la porta è chiusa per la notte. Grandi meriti, dunque, alle famiglie contadine per tutto ciò che è la loro fatica e per la conservazione di usi e costumi. Ma non si può parlare di contadini senza ascrivere a loro merito un altro interessantissi­mo fatto: la conservazione della lingua nicosiana. Si, perché Nicosia ha una parlata tutta particolare: Il gallo‑italico. Questo dialetto se resiste bene, se non subisce corruzione lo si deve proprio ai contadini che in famiglia e nei rapporti con gli amici lo parlano come lo hanno ereditato. Se vengono a contatto però, con gente non nicosiana, il loro linguaggio diventa più aulico perché consci che non sarebbe comprensibile. A questo proposito è bene ricordare che il vastissimo repertorio di canzoni nicosiane, soprattutto quelle che si cantavano alla Bella o per amore o per sdegno erano e sono in lingua più comprensibile che è formata più di parole siciliane che nicosiane:

Quanto see bedda fighja do massaro
che vae vestuta de scolinghje d’oro.
Sa che voe bene a mia dome n retratto
ma spoghjio e me te corco la lo letto.

Quanto sei bella figlia di massaro
che vai vestita con pendagli d’oro.
Se mi vuoi bene dammi una fotografia
mi svesto e me la corico nel letto.

In questi ultimi anni, grazie a ricercatori universitari, vi sono state, e vi sono ancora, tante iniziative tendenti a riscoprire, raccogliere, studiare, mettere insieme ‑ per consegnare ai posteri ‑ tutto il materiale culturale che le parlate gallo‑italiche contengono come grandi tesori. Nicosia è un centro dove questo tipo di ricerca assume primaria impor­tanza. La parlata incontaminata dei contadini, i loro usi e costumi, le loro ricette e le loro feste, l’uso dei vocaboli non più attuali in città, l’arguzia nell’esprimersi a seconda dei casi, con modi di dire e proverbi, fa di ogni famiglia contadina un vero archivio da cui attingere quel sapere genuino che affonda le sue radici in tanti secoli di storia. I molti non nicosiani residenti, che per motivi di studio o di lavoro sono venuti a contatto con questo dialetto ‑ pur non comprendendolo a pieno ‑ lo apprezzano per la mancanza di qualsiasi inflessione e per la immediatezza che ha nel rendere i concetti. Se a questo si unisce un fiorire di iniziative volte a valorizzare il nicosiano ‑ lingua viva ‑ è facile arguire che l’interesse degli studiosi trova il suo massimo riscontro nel contatto diretto con i veri depositari di questa somma di culture che sono i contadini. Non voglio con ciò dire che essi soli sono al centro dell’attenzione ma, rappresentano sicuramente le fonti privilegiate‑basi per l’inizio di qualsiasi ricerca culturale.

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