I mulini ad acqua nel territorio di Troina

Mulini ad Acqua TroinaNell’ambito dell’attuale territorio di Troina e località limitrofe ad esso, si possono osservare, ancora oggi, una serie di edifici che, un tempo, costituivano le strutture deputate alla molitura del grano e dei cereali in genere.

Tali opifici, alimentati dall’acqua fluviale o di sorgente, per tipologia e caratteristiche strutturali, risalgono quasi tutti al periodo medievale; in effetti, la struttura ed il funzionamento dei mulini ad acqua dei secoli XIV e XV non differiva di molto da quelli presenti nei secoli successivi, fino alla loro scomparsa avvenuta, definitivamente, subito dopo il secondo conflitto mondiale quando l’energia del vapore prima e l’elettricità dopo, sostituiranno definitivamente quella idraulica.

Da indagini topografiche effettuate in tutto il territorio, è emerso che buona parte di questi edifici si trova ubicata lungo il fiume Sopra Troina, al confine nord Troina-Cesarò, a pochi chilometri dal centro abitato.

Una menzione di mulino ad acqua, presente già nel medioevo, si riscontra in un diploma normanno del 1082, riferito alla Chiesa di Troina, alla quale il Conte Ruggero, con il ripristino del vescovato, assegna dei possedimenti. Nell’elenco dei beni, infatti, figura un mulino, del quale si sconosce il luogo dove potesse sorgere, e dieci villani: “et decem villanos in Civitate Troinae, et unum molendinum in flumine…”. La tradizione orale identifica questo mulino con un rudere sito in contrada Amoruso.

Idrisi, viaggiatore arabo del XII sec., nel descrivere i fiumi presenti nel territorio di quest’area, accenna alla presenza di mulini idraulici.

Per una documentazione e descrizione più chiara e completa dei mulini presenti nel territorio di Troina, bisogna giungere al XIV secolo. Da documenti riguardanti un certo Filippo de Samona, proprietario di terreni e di mulini nel vasto territorio troinese, si possono ricavare alcuni spunti sulla ubicazione e conduzione degli stessi opifici. In tali documenti, oltre ai tenimenta terrarum posseduti dal de Samona, vengono citati diversi mulini collocati lungo la fiumara di Troina, detta flomaria magna, lungo il corso, cioè del fiume Sopra Troina: Mulino di contrada Torre, Mulino di contrada de Barda, definito molendinum magnum, Mulino di contrada de Ponte e Mulino di contrada Chappas de Franco; per quest’ultimo viene citata pure una torre, una casa ed un fondaco.

In particolare da un atto del 1347 si evince l’autorizzazione a costruire un acquedotto nella fiumara di Troina, in contrada Pontis, per l’impianto di un nuovo molendinum, citato “… cum prisa, saltu et aqueductu, molis et instrumentis…”.

Dal XVI fino al XVIII secolo, scarse e frammentarie risultano le notizie relative ai mulini ad acqua troinesi; alla fine del XIX secolo, erano ancora presenti e, buona parte in funzione, almeno quattordici mulini ad acqua, una decina dei quali posti lungo la fiumara. Partendo, infatti, dalla parte alta del fiume Sopra Troina, subito dopo le rocce di Mannia e di Ancipa, a quota 900 m. s.l.m. circa, il primo manufatto che ancora oggi si incontra è il cosiddetto Mulino Soprano, in contrada Calamaro; seguono i mulini del Paratore, del Carmine, di Santa Clara, dell’Artimagna, di Faidda, di Palummo. Attraversando il ponte medievale, a due arcate, detto di Sant’Angiledda, si incontrava, sul torrente, sul torrente Sant’Elia, fino a non molti anni or sono, un secondo ponte che permetteva di arrivare al Mulino di San Cataldo o del Ponte, in territorio di Cesarò. Seguivano più a valle altri due mulini, il Mulino di San Teodoro, anch’esso in territorio di Cesarò ed il Mulino di Pacione, in territorio troinese.

Altri opifici presenti sono il Mulinazzu, posto lungo l’omonimo vallone, in contrada Amoruso; il Mulino d’Ordine; il Mulino della Lavina, in contrada Sotto Badia, quello del Salice, ai margini della foresta di Troina, oggi in territorio di Cesarò.

Dei mulini sopracitati, i più evidenti e meglio conservati risultano ancora il Mulino della Lavina, il Mulino d’Ordine, costituito da due acquedotti in serie, ed il Mulino di San cataldo, con due acquedotti in parallelo.

A partire dalla seconda metà del sec. XVI, l’espansione territoriale del mulino ad acqua è correlata all’aumento della popolazione ed all’estendersi della coltivazione del frumento. In tale periodo vengono dissodati e messi a coltura terreni fino ad allora a bosco o a pascolo, assistendo, di conseguenza, anche ad una maggiore esigenza di macina del grano.

Tutto questo porta alla saturazione ed al monopolio dei siti dove era possibile, tecnicamente, poter edificare un mulino ad acqua. Per tali motivi si assiste al potenziamento di quelli già esistenti attraverso l’aggiunta di altre macine in strutture parallele o appena più a valle. Il nuovo mulino, detto suttanu, sarà azionato dall’acqua fuoriuscita dal mulino originario, detto supranu.

Sempre in questo periodo iniziano a sorgere i mulini alimentati non più dall’acqua ma dal vento; ed a Troina, come in altri luoghi della Sicilia, il mulini a vento nasce fuori e contro i rapporti di produzione dell’età feudale.

Caratteristica costruzione a pianta circolare, ancora ben conservata, il Mulino a Vento di Troina, realizzato a spese dell’Universitas, si può far risalire, appunto, al XVI secolo; tuttavia esso rimarrà un caso isolato nell’ambito del territorio.

Se la funzione primaria dei mulini era quella della molitura dei cereali, edifici simili a questi verranno utilizzati per la follatura, una particolare fase del processo di lavorazione dei panni di lana che aveva lo scopo di infeltrire e rendere più compatto il tessuto. Tale operazione, fin dall’antichità affidata ai robusti piedi dei follatori, nel medioevo viene sostituita da impianti denominati paratori, costituiti da pesanti magli di legno azionati dall’energia idraulica.

Lo scenario dei mulini della Piana di Faidda, serviti da una complessa rete viaria, al giorno d’oggi viene documentato soltanto dalle mappe catastali. Punto di riferimento, per viaggiatori e viandanti, i mulini divennero luogo di incontro e di rapporti sociali; si ha notizia, infatti, che il Mulino di San Cataldo fungeva anche da fondaco; assieme alle fiere, quindi, il mulino diventa luogo ed occasione di ritrovo e di socializzazione.

La realizzazione di un mulino idraulico presupponeva non soltanto il diritto, dal punto di vista giuridico, di disporre del corso d’acqua, ma anche le spese che la costruzione e le eventuali riparazioni avrebbero implicato. L’edificio e le opere accessorie, incidevano in maniera determinante sui costi di primo impianto e di manutenzione. Tali oneri facevano si che la costruzione fosse vantaggiosa a condizione che essa servisse alla molitura di una quantità abbastanza rilevante di prodotto, così da venire ammortizzata nel tempo.

In generale, tenendo conto delle caratteristiche dei corsi d’acqua della zona, a carattere torrentizio, con periodi di magra alternati a periodi di piena, un buon numero di mulini ad acqua viene ubicato nei punti dove è possibile captare e diramare l’acqua per il loro funzionamento, lungo cioè la fiumara, oppure nei pressi di sorgenti, in modo da disporre, durante la maggior parte dell’anno, di un flusso idrico costante necessario a far girare le mole.

Da una presa posta a monte, per mezzo di un complesso di canali, le cosiddette saje, l’acqua riusciva ad alimentare questi opifici e, dopo aver fatto girare la prima ruota, attraverso un successivo canale, defluiva alla seconda ruota e così via.

In questa maniera si permetteva di sfruttare al massimo la forza idraulica di una fonte di approvvigionamento d’acqua, anche di portata limitata.

foto3La mancanza di piogge, a partire dalla tarda primavera in poi, causava l’arresto della molitura per tutto il periodo estivo, fino all’autunno: i mesi di inattività erano compresi tra giugno-luglio fino a ottobre-novembre.

Lo schema tecnologico dei mulini ad acqua, giunti fino ai nostri giorni, rispecchia quello del periodo arabo, costituito, cioè, da alcune parti essenziali: la presa, il canale, l’acquedotto, la ruota (orizzontale), le mole.

La capacità di molitura dei mulini sopra descritti è stata stimata, a ciclo continuo, nelle 24 ore, in quattro salme di grano, pari a circa 10 quintali.

Oltre ai rappresentanti del patriziato urbano e della borghesia (Di Napoli, Polizzi, Di Giunta, Di Franca, Castiglione, ecc.), sono anche gli enti religiosi (Convento del Carmine, monastero di Santa Chiara, abbazia di San Michele Arcangelo), a detenere il monopolio sui mulini.

Il mulino, di solito, veniva dato dal proprietario in gabella per un limitato numero di anni, da uno a tre, dietro un canone stabilito, sia in natura che in denaro, riservandosene sempre la proprietà, anche se non mancano casi di subconcessione a titolo di enfiteusi.

L’affittuario si impegnava a restituirlo nelle condizioni in cui egli era stato consegnato: la manutenzione ordinaria, quindi, risultava a carico di quest’ultimo (manutenzione della presa d’acqua, della canalizzazione, della ruota, delle mole); la scadenza del contratto veniva fissata a fine agosto.

A seguito dell’avvento di altre fonti di energia, quali il gas e l’elettricità, si ebbe definitivamente l’abbandono dei suddetti mulini; già negli anni trenta, buona parte di tali edifici si presentava in disuso; rimanevano in attività solamente il Mulino del Ponte, uno dei mulini di Faidda ed il Mulino di Santa Clara.

Nell’arco di pochi anni, da un procedimento di molitura definito artigianale, si passò ad un procedimento industriale.

Ulteriori disposizioni legislative, quale l’art. 8 della Legge 7 novembre 1949, n. 857, favoriranno, ancora per qualche anno, la sopravvivenza dei mulini di alta montagna, situati al di sopra dei 700 metri, purché costituiti da un solo palmento e scarsamente accessibili.

foto2Dei mulini ad acqua, esistono ormai solo dei ruderi: l’unico elemento strutturale ancora visibile è l’acquedotto.

In questi ultimi decenni, lungo gli argini del fiume Sopra Troina sono state realizzate delle strutture di cemento che hanno danneggiato irreparabilmente gli stessi edifici. Le saje, ai margini delle quali cresceva una gran quantità di piante (salici, tamerici, pioppi, equiseti, canne, ecc.), hanno finito di svolgere la loro primaria funzione ed, in alcuni casi, sono state cancellate del tutto.

Anche se tali edifici, per la loro particolare ubicazione presso corsi d’acqua, rientrano nell’ambito della fascia a vincolo fluviale, nessuno finora ha avuto cura ne segnalare demolizioni e vandalismi perpetrati ai danni di questi.

Ciò che resta dei mulini ad acqua dell’hinterland troinese costituisce elemento di notevole interesse dal punto di vista storico, del paesaggio e dell’ambiente; sarebbe opportuno, quindi, mettere in evidenza i dati storici e culturali dell’origine degli impianti, reinserendoli nel contesto sociale e paesistico in cui ricadono, in modo da far ritrovare un momento di rivisitazione della propria storia e del proprio passato a tutta la comunità locale.

Ed il solo recupero che si potrebbe proporre, per qualcuno di questi, sarebbe una riqualificazione a monumento con percorsi di carattere naturalistico-ambientale.

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