Viaggi fuori dai paraggi

Cosa c’entra una pittrice svizzera con un giornale come La Freccia Verde? In apparenza nulla. E tuttavia, ad un’analisi più attenta le ragioni di questo connubio albergano quiete in quella strana dinamica che molti, utilizzando un termine che rappresenta il perfetto anello mancante tra queste due esperienze apparentemente così lontane, chiamano viaggio. Non è forse vero che “Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”? (Guy de Maupassant, Al sole, 1884).

Insomma, La Freccia Verde aiuta ad aprire una di quelle porte, e la nostra pittrice, spalancando le sue ci invita in una realtà cui non rimane che accedere con il più liberatorio dei « Finalmente!”. Finalmente qualcosa che spazza via il rutilante mondo dei professionisti della tecnica pittorica raffinatissima, la cerebrotica ricerca della perfezione stilistica, il pedante rincorrere soluzioni per forza nuove, artificiose. Finalmente qualcosa che lascia spazio alla pura e semplice invenzione estemporanea come strumento di comunicazione dell’io segreto dell’artista.

I quadri di Daniela “Zuniko” Baldinger hanno il carattere straordinario di chi rifiuta schematismi, non insegue effetti speciali, semplicemente disconosce il senso di un arte repressiva, vincolata al colpo di genio “mercantile” della scolastica più banale e camuffata d’estri autocelebrativi. Daniela fa questo di mestiere, spiazza, strania, confonde, diverte, emoziona, poetizza gli oggetti più insignificanti.

Dare una lettura delle sue opere è, però, assai complesso se non si tiene conto della biografia dell’artista. Daniela passa da un luogo all’altro per un tempo indefinito: la Svizzera, la Turchia, la Francia, l’Italia, si confronta con questi luoghi e ne svela l’essenza più profonda. Quindi, si sposta, va oltre, decide di vivere nel mondo: il luogo dove si trova, fosse anche quello definitivo, fa parte d’un universo assai più ampio di cui abita ogni anfratto. Così, ogni volta che ne ripercorre il più improbabile dei dettagli, poi se ne allontana recando con sé una valigia carica di memorie materiali, di oggetti tangibili che poi, in un disegno diacronico, ridistribuisce nelle sue opere in ordine sparso, sovrapponendoli in una dimensione solo in apparenza caotica, in realtà sintesi di quello spazio immenso e liberatorio, d’orizzonti assoluti, infiniti, in cui l’unica regola definibile è la libertà.

C’è spazio per chiunque in quest’universo illimitato, per chiunque abbia voglia di goderne l’emozionante imprevedibilità, senza cercare in alcun modo di pianificarne il carattere e di ingabbiarne la rappresentazione. Daniela è un talento vero, che si esprime istintualmente, senza mediazioni tecniche; persino l’uso dei materiali pittorici non ha alcuna ricercatezza, appare quasi casuale, spontaneo al punto tale da apparire irrilevante. La sensazione più immediata al cospetto dei suoi quadri è quella di un desiderio disvelato.

L’assenza pressocché totale di abitanti nel mondo di Daniela, non è il rifiuto della costruzione di sistemi relazionali ampi e gratificanti, al contrario, è l’invito al ricomporre in luoghi altri inedite socialità su principi nuovi.

In definitiva è l’invito per se e per tutti coloro che hanno voglia di ascoltare la lirica dei suoi quadri a liberarsi delle gabbie del conformismo più becero ed annichilente e ad accettare l’immaginazione come ultimo ed essenziale approdo d’una lunga e liberatoria fuga.

Il rifiuto della convenzione, per nulla studiato, ma istintivo e meravigliosamente evocativo d’orizzonti affatto scontati, potrebbe ritrovarsi sintetizzato nell’incipit d’un vecchio libro: “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio.”
(Henry Laborit, Elogio della Fuga)

sito:  www.zuniko.altervista.org – mail: danielabaldinger@hotmail.itzuniko@libero.it

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