E’ stato formalmente adottato con decreto ministeriale del 13 luglio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 agosto. L’atteso e sollecitato Piano olivicolo italiano 2026-2030. Si tratta di un provvedimento necessario per l’olivicoltura italiana. Ma andiamo a vedere i 10 punti focali del Piano
- Aumentare del 25% la produzione nazionale di EVO
È probabilmente l’obiettivo quantitativo più importante. L’aumento dovrebbe derivare da nuovi impianti, recupero degli oliveti tradizionali, ammodernamento e maggiore stabilità produttiva.
- 300 milioni di euro per il rilancio olivicolo
Le risorse specificamente collegate al Piano ammontano a 300 milioni di euro, distribuiti tra 2027, 2028 e 2029, attraverso il provvedimento Coltiva Italia.
- Recuperare gli oliveti abbandonati
Il Piano considera l’abbandono uno dei problemi strutturali dell’olivicoltura italiana. Si punta quindi al recupero produttivo degli oliveti tradizionali e dei terreni inutilizzati, non soltanto alla realizzazione di nuovi impianti.
- Modernizzare gli impianti
Sono previste azioni per migliorare la produttività attraverso ristrutturazione degli oliveti, meccanizzazione, irrigazione e innovazione tecnologica. Particolare attenzione viene data alla riduzione dei costi di produzione.
- Affrontare strutturalmente la Xylella
È uno dei capitoli più rilevanti. La strategia comprende monitoraggio, prevenzione, ricerca, controlli e nuovi strumenti di governance, con una struttura commissariale nazionale prevista dal Coltiva Italia.
- Ridurre i costi di produzione
Il Piano non si limita ad aumentare la produzione: prevede formazione professionale, digitalizzazione, sistemi di supporto alle decisioni, rafforzamento dei frantoi e infrastrutture di filiera. È prevista anche un’attenzione specifica al monitoraggio dei costi e dei prezzi.
- Rafforzare la filiera e la cooperazione
Si vuole superare la storica frammentazione dell’olivicoltura italiana, rafforzando Organizzazioni dei produttori, cooperazione e accordi di filiera, così da aumentare il potere contrattuale degli olivicoltori.
- Più tracciabilità e controlli sull’olio
Il Piano si accompagna al rafforzamento dei controlli sulle importazioni, sull’olio sfuso, sulla tracciabilità e sulle dichiarazioni di origine. L’obiettivo è contrastare frodi, pratiche commerciali sleali e concorrenza basata sulla confusione dell’origine.
- Valorizzare l’identità dell’olio italiano
Non solo quantità, dunque, ma qualità, origine, certificazioni, sostenibilità e distintività. Il Piano prevede una grande campagna nazionale di promozione dell’EVO italiano, educazione alimentare nelle scuole e formazione per ristorazione e distribuzione.
- Oleoturismo e valore territoriale
Il Piano riconosce esplicitamente la possibilità di valorizzare l’olio attraverso visite agli uliveti e ai frantoi, degustazioni, divulgazione e percorsi territoriali. L’olivicoltura viene quindi considerata anche una componente culturale, ambientale e turistica delle aree rurali e interne.
Il Piano cambia abbastanza chiaramente la prospettiva: non vuole soltanto sostenere economicamente gli olivicoltori in difficoltà, ma aumentare la capacità produttiva e la competitività della filiera. In sintesi, il provvedimento mira a: più produzione, meno costi, più organizzazione, più qualità, più controlli, maggiore valore dell’olio italiano.
E c’è un aspetto particolarmente importante: il Piano riconosce che il problema dell’olivicoltura italiana non è soltanto agricolo, ma riguarda contemporaneamente reddito, territorio, ambiente, paesaggio, qualità, mercato, turismo e cultura. È proprio questa impostazione che potrebbe rendere interessante applicarlo alla realtà siciliana.
Per la Sicilia, però, vedo una questione critica: aumentare la produzione del 25% è un obiettivo condivisibile, ma bisogna capire come il Piano intenda conciliare intensificazione, meccanizzazione e irrigazione con il patrimonio delle cultivar autoctone, gli oliveti tradizionali, la biodiversità e le condizioni delle aree interne siciliane.










