Grazie al cielo c’è Sanremo


Mi limito a sedermi davanti alla TV e, detto per inciso, a godermi lo spettacolo. Prima dello spettacolo un giornalista ci  informa che  il Festival di Sanremo ha sessant’anni. Dal 1951 l’Italia è cambiata, il Festival di Sanremo no. Da sessant’anni il Festival di Sanremo accompagna la nostra vita. Le canzoni hanno riflesso la cronaca e la storia, i problemi, le ambizioni e la politica. Da quella prima volta nel 1951, quando Nilla Pizzi vinse cantando “Grazie dei fiori” davanti a un pubblico di clienti del casinò. Nilla fu subito la regina alla quale occorreva contrapporre un reuccio, ed ecco Claudio Villa. Era tempo di case popolari, e nelle città le chiamarono “casette in Canada” come nella canzone. Nel 1958 fu Modugno a spiegare agli italiani che era arrivato il tempo del sogno, che stavamo per avventurarci tutti in un cielo blu di miracolo economico. Da quel momento “Volare” è diventato il nostro secondo inno nazionale. Le donne, però, restavano fedelissime, avvinte come l’edera. Tra innovazione e conservazione: “24 mila baci” da una parte, “Romantica” dall’altra. Sempre così, a volte la donna italiana non ha l’età, a volte muore d’amore. Sul palcoscenico sanremese transita ogni fenomeno: la contestazione arriva tra pietre e fiori nei cannoni, viene seppellita dalla zingara che legge la mano e capisce in anticipo. Inutile gridare “nessuno mi può giudicare”, ritornello che non è mai passato di moda, basta leggere i giornali. La stagione degli scioperi a Sanremo si risolse in un consiglio: “Chi non lavora non fa l’amore”. Negli anni di piombo Sanremo è sopravvissuto senza acuti, con vincitori dei quali non si ricorda nessuno. C’è voluto “un italiano vero” con un presidente partigiano per restituire dignità all’Italia in un momento difficile per resuscitare alla grande Sanremo. Sanremo: tanti ne parlano male, ma poi quasi tutti lo guardano. Ehilà, basta con la storia di Sanremo. Ma quando arrivano le canzoni. Ah, eccole.  E questa chi è? Oh, adesso la riconosco. Arisa, quella di “Sincerità”. Canta “Malamorenò”, un pezzo che parla di un uomo e una donna rimasti soli sulla Terra, e costretti ad andare avanti solo con il loro amore. Bella canzone: sarei contento se vincesse il festival. Cavolo, si è fatto tardi. Sorseggio l’ultimo drink. Poi spengo le luci e vado a letto. A dormire, o a provarci. Nella penombra, mi riecheggiano le note delle canzoni di Arisa: “Può scoppiare in un attimo il sole. Tutto quanto potrebbe finire. Ma l’amore, ma l’amore no.

Anche i prati rinunciano ai fiori. Perché i fiori hanno perso i colori. Ma l’amore, ma l’amore no…” Così mi addormento ricordando le parole di Arisa…


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