I muri a secco nel paesaggio rurale Ibleo

muri_a_seccoI muri a secco, che caratterizzano il paesaggio ibleo, sono dettagli apparentemente insignificanti dell’architettura rurale. Sopravvissuti a diverse epoche, restano a cimelio di un tempo trascorso e raccontano di un padrone che ha lasciato la “proprietà” a due figli, o a tre.
Poi sono venuti i nipoti e ancora altri a succedersi nella gestione di un latifondo inizialmente vasto ma di volta in volta frazionato quasi seguendo una naturale suddivisione catastale.
Insieme le generazioni hanno svolto un lavoro collettivo scrivendo quello sconfinato libro che è il paesaggio agricolo delle valli e delle colline iblee.
I muri a secco sono sorti come delimitazione, se occorreva come recinzione, come sostegno di terrapieni o forse anche per riparare il fertile podere da coltivare, dal troppo vento che avrebbe potuto portare via la terra tanto preziosa.
Il materiale per eseguire tali opere, veniva prelevato dal campo stesso, “spitrato”, per poter essere arato. Per un’antica abitudine a dare un’utilità a tutte le cose, i blocchi o i grossi pezzi di calcare duro, divelti dai loro alloggiamenti, venivano ammonticchiati e sul posto grossolanamente squadrati.
Se ne occupava “u mastru ri mura”, con colpi di “martello a testa” che, producevano fratture piane, adattandoli con la “mazzetta” e con lo scalpello; li metteva in opera disponendoli con la faccia maggiore orizzontale e con la maggiore dimensione (la lunghezza) parallela al parametro del muro. Il suo spessore era proporzionato all’altezza, portava come carico il solo peso proprio e per resistere allo schiacciamento la sua azione trasversale era, quasi sempre, trapezoidale. Più largo alla base, più ridotto lo spessore in testa, era formato quindi da due corsi di conci che ne costituivano i parametri esterni mentre la parte interna era costituita da pietrame minuto o in pezzi irregolari e scaglie.
La testa del muro cioè la parte superiore era curata disponendo a chiusura conci pressoché uguali come grandezza, con una faccia piena, quella a contatto con lo strato sottostante ed una faccia arrotondata, quella esterna.
La stessa cura, nella scelta delle pietre tutte uguali, veniva adottata quando il muro era interrotto per consentire l’ingresso.
A volte, riducendo lo spessore dell’opera muraria, si lasciavano fuoriuscire blocchi squadrati, disposti in diagonale, per piccole pedate di una scaletta al naturale che consentiva il valico del muro particolarmente alto.
Queste strutture speciali, cui le condizioni ambientali da secoli ne hanno consigliato l’applicazione, si adottano tuttora, sia perché perdurano le stesse condizioni, sia per tradizione. Infatti percorrendo la strada che da Pergusa porta a Marina di Ragusa, si notano al posto del “guardrail”, dignitosi e bianchi muri a secco di recente fattura con calcare ancora vivo di colore paglierino.

Più in là, in divisione geometrica, la rete degli altri muri a secco, di più antica fattura: alti, bassi, di grosso o medio spessore, delimitano i campi che come fazzoletti variopinti lasciano intendere la destinazione delle loro colture.

Il verde uniforme del grano non ancora maturo o il verde variegato di bianco e di giallo delle erbe selvatiche fiorite: senape, cicoria, borragine, un tempo cibo per mense povere oggi considerate verdure prelibate e ricercate per le loro proprietà curative.
Un poco più lontani dalla strada, i campi con le svettanti piante di fave cariche del loro frutto o semplicemente campi con pascoli che oziano sotto gli alberi di carrubo, ridotti ad ombrello perché privati dei rami bassi le cui foglie sono spuntino prelibato per le mucche.
Ma se l’albero doveva essere preservato ecco un muro a secco costruito a circolo intorno al tronco per tenere lontano gli animali.
muri a seccoLa gente del luogo sa inoltre che camminando lungo i muri a secco si possono trovare piante di asparagi selvatici o ammirare bellissimi fiori di asfodelo; che dopo un acquazzone, lungo i muretti, si possono vedere uscire, dalle intercapedini lumache bavose, che nelle mattinate calde si possono scoprire lucertole tranquille prendere il sole sulle pietre calde o guizzare veloci nascondendosi all’interno del muro.
Immagini usuali di sapore antico, sopravvissute in quanto legate ad un elemento costruttivo lasciato intatto dall’azione del tempo ma sicuramente non dall’azione dell’uomo.

I muri a secco, che caratterizzano il paesaggio ibleo, sono dettagli apparentemente insignificanti dell’architettura rurale. Sopravvissuti a diverse epoche, restano a cimelio di un tempo trascorso e raccontano di un padrone che ha lasciato la “proprietà” a due figli, o a tre.

Poi sono venuti i nipoti e ancora altri a succedersi nella gestione di un latifondo inizialmente vasto ma di volta in volta frazionato quasi seguendo una naturale suddivisione catastale. Insieme le generazioni hanno svolto un lavoro collettivo scrivendo quello sconfinato libro che è il paesaggio agricolo delle valli e delle colline iblee.

I muri a secco sono sorti come delimitazione, se occorreva come recinzione, come sostegno di terrapieni o forse anche per riparare il fertile podere da coltivare, dal troppo vento che avrebbe potuto portare via la terra tanto preziosa.
Il materiale per eseguire tali opere, veniva prelevato dal campo stesso, “spitrato”, per poter essere arato. Per un’antica abitudine a dare un’utilità a tutte le cose, i blocchi o i grossi pezzi di calcare duro, divelti dai loro alloggiamenti, venivano ammonticchiati e sul posto grossolanamente squadrati.
Se ne occupava “u mastru ri mura”, con colpi di “martello a testa” che, producevano fratture piane, adattandoli con la “mazzetta” e con lo scalpello; li metteva in opera disponendoli con la faccia maggiore orizzontale e con la maggiore dimensione (la lunghezza) parallela al parametro del muro.

Il suo spessore era proporzionato all’altezza, portava come carico il solo peso proprio e per resistere allo schiacciamento la sua azione trasversale era, quasi sempre, trapezoidale. Più largo alla base, più ridotto lo spessore in testa, era formato quindi da due corsi di conci che ne costituivano i parametri esterni mentre la parte interna era costituita da pietrame minuto o in pezzi irregolari e scaglie.
La testa del muro cioè la parte superiore era curata disponendo a chiusura conci pressoché uguali come grandezza, con una faccia piena, quella a contatto con lo strato sottostante ed una faccia arrotondata, quella esterna.

La stessa cura, nella scelta delle pietre tutte uguali, veniva adottata quando il muro era interrotto per consentire l’ingresso.
A volte, riducendo lo spessore dell’opera muraria, si lasciavano fuoriuscire blocchi squadrati, disposti in diagonale, per piccole pedate di una scaletta al naturale che consentiva il valico del muro particolarmente alto.
Queste strutture speciali, cui le condizioni ambientali da secoli ne hanno consigliato l’applicazione, si adottano tuttora, sia perché perdurano le stesse condizioni, sia per tradizione. Infatti percorrendo la strada che da Pergusa porta a Marina di Ragusa, si notano al posto del “guardrail”, dignitosi e bianchi muri a secco di recente fattura con calcare ancora vivo di colore paglierino.
Più in là, in divisione geometrica, la rete degli altri muri a secco, di più antica fattura: alti, bassi, di grosso o medio spessore, delimitano i campi che come fazzoletti variopinti lasciano intendere la destinazione delle loro colture.

Il verde uniforme del grano non ancora maturo o il verde variegato di bianco e di giallo delle erbe selvatiche fiorite: senape, cicoria, borragine, un tempo cibo per mense povere oggi considerate verdure prelibate e ricercate per le loro proprietà curative.

Un poco più lontani dalla strada, i campi con le svettanti piante di fave cariche del loro frutto o semplicemente campi con pascoli che oziano sotto gli alberi di carrubo, ridotti ad ombrello perché privati dei rami bassi le cui foglie sono spuntino prelibato per le mucche.
Ma se l’albero doveva essere preservato ecco un muro a secco costruito a circolo intorno al tronco per tenere lontano gli animali.

La gente del luogo sa inoltre che camminando lungo i muri a secco si possono trovare piante di asparagi selvatici o ammirare bellissimi fiori di asfodelo; che dopo un acquazzone, lungo i muretti, si possono vedere uscire, dalle intercapedini lumache bavose, che nelle mattinate calde si possono scoprire lucertole tranquille prendere il sole sulle pietre calde o guizzare veloci nascondendosi all’interno del muro.

Immagini usuali di sapore antico, sopravvissute in quanto legate ad un elemento costruttivo lasciato intatto dall’azione del tempo ma sicuramente non dall’azione dell’uomo.

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