MODICA

“Un teatro era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabillie. E cime adorava di gelsomino sul far della sera… quante campane c’erano a Modica allora, per nozze e battesimi, con pietre, angelus, ma soprattutto per funerali…”

Dal romanzo Argo il cieco di  Gesualdo Bufalino

Sembra una vecchia nobildonna con il suo fascino inalterato Modica, che vezzosa si nasconde per poi far capolino dalla profonda valle in cui giace, accogliendo i visitatori secondo un rituale antico, indossando l’abito da sera più elegante che possiede e facendo ampio sfoggio dei suoi gioielli più pregiati: le sue cento chiese, il suo barocco, i suoi eleganti palazzi che, improvvisamente, ci si parano dinnanzi in tutto il loro splendore mentre percorriamo la fitta rete di piccole stradine e la lunga teoria di scale che si intrecciano nel suo centro storico, o lungo la via principale. Modica si trova adagiata in una vallata verso cui digrada a partire da un alto sperone nel cuore degli Iblei, a pochi chilometri dalla splendida costa del Canale di Sicilia. L’immagine della città ci coglie quasi di sorpresa con la sua elegante trama urbana mentre percorriamo, per raggiungerla, l’alto ponte che la domina, il più alto d’Europa, come si vantano da queste parti. L’assetto

urbanistico della città è stato profondamente trasformato dal terribile terremoto del 1693 a seguito del quale si ebbe la ricostruzione che diede libero sfogo ai fasti del barocco. La sua grandiosità e i suoi aspetti salienti caratterizzati dalle inutili giravolte, dagli arditi ghirigori sono indicativi del tentativo di esorcizzare l’evento luttuoso. Tutte le città più famose del Val di Noto, Noto in testa, hanno subito la stessa sorte travolte dal sisma a cui è seguita la catarsi della ricostruzione, ma, in alcuni casi, non sembrano oggi in grado di resistere all’incuria ed alla dabbenaggine delle istituzioni che non hanno saputo preservare lo straordinario patrimonio architettonico e culturale, frutto di una reazione d’orgoglio dei siciliani dell’epoca, facendo di recente la loro ultima vittima con il crollo della Chiesa di San Nicola a Noto. Dal fondo della valle le due vie principali, il Corso Umberto 1 e viale Medaglie d’Oro, separati da Piazza C. Rizzone, sono il punto di partenza per la nostra visita nell’ex capitale della Contea, un tempo regno nel regno con una propria amministrazione ed una propria autonomia praticamente assoluta. Partendo da Corso Umberto 1 una gradinata conduce al fastoso Duomo di San Giorgio. Si sa, queste vecchie signore sono talvolta un po’ bizzose, quindi, prima di mostrarci le meraviglie della propria casa, ci costringono a sudare non poco. E la Chiesa di San Giorgio è sicuramente una delle cose piùpregiate dell’arredo urbano di Modica e, per quanto sopra, è abbastanza faticoso risalire i 250 gradini che separano la città bassa dal sagrato della chiesa. Un consiglio può essere quello di prendersela  comoda e soffermarsi indugiando ad ammirare gli angoli più caratteristici e lo splendido panorama della città dai belvederi durante la nostra  risalita. Giunti in cima, prima di affrontare l’ultima  rampa di scale, godiamoci la sontuosa facciata della chiesa, una delle massime espressioni dell’ ultimo barocco del Val di Noto e, prima di visitarne l’interno, ammiriamo sulla sua sinistra anche l’elegante prospetto di Palazzo Polara. La chiesa di San Giorgio è stata edificata per la prima volta nel XII secolo, distrutta dal terremoto del 1613, fu ricostruita per volontà del conte Alfonso Enriquez Cabrera nel 1643 e danneggiata nuovamente dal sisma del 1693. La facciata, a torre a tre ordini viene attribuita per analogia con altre opere dell’artista, a Rosario Gagliardi. L’interno di San Giorgio ornato di stucchi, mostra subito la sua unicità con la struttura a cinque navate (che già si

intuiva osservando la facciata) con transetto e cupola. Nel 1895, sul pavimento, è stata tracciata una meridiana. Tra le opere d’arte, donate dai conti di Modica, da menzionare, nel presbiterio alle spalle dell’altare, il polittico attribuito a Bernardino Niger databile intorno al 1573 e costituito da tre registri sovrapposti che raffigurano in 10 tavole racchiuse in cornici finemente decorate scene della vita di San Giorgio, di Gesù e di San Martino. Di scuola gaginiana sono Giuliano Mancino e Girolamo Berrettaro, autori, nel 1511, della statua della Madonna della Neve ospitata nella cappella a sinistra della maggiore. Nella navata a destra in corrispondenza del secondo altare una tela raffigurante l’Assunta, opera del pittore Filippo Paladino e datata 1610. Da non perdere, nell’ultimo altare, l’elegante lavorazione dell’urna d’argento contenente le reliquie di San Giorgio opera di scuola veneziana del XIV secolo ma successivamente sottoposta a rimaneggiamenti sino agli inizi del secolo scorso. All’uscita di San Giorgio ritroviamo alla nostra destra il Palazzo Polara, edificio settecentesco sede della pinacoteca comunale. L’interno, visitabile,mostra ancora , il mobilio utilizzato dalla famiglia Polara inserito in un contesto pregevole frutto di un recente restauro in cui si evidenzia l’eleganza dei pavimenti e dei soffitti affrescati. L’edificio è stato donato dai vecchi proprietari al Comune di Modica. Alle spalle di San Giorgio ancora un edificio settecentesco di pregiato barocco, Palazzo Tomasi Rosso, sulla cui facciata spiccano i balconi sostenuti da mensole con motivi antropomorfici. Più in alto si giunge alla rupe del Castello su cui domina la maestosa Torre dell’Orologio. Le recenti abbondanti piogge di questo strano inverno hanno determinato alla base della rupe alcuni crolli che hanno riportato miracolosamente alla luce i vecchi locali dell’antico edificio e una scala cinquecentesca. Strano segno del destino nell’anno del settecentesimo anniversario della fondazione della Contea di Modica (1296-1996). Ritornati su Corso Umberto 1, ripercorrendo a ritroso la strada e la scalinata che ci avevano portato in cima alla rupe che domina il paese, faticando di meno ovviamente, perché come si dice in Sicilia “a scinniri tutti i Santi aiutunu”, dirigiamoci verso la chiesa di San Pietro, ammirando la teoria di palazzi sette-ottocenteschi che si affacciano sulla strada. Purtroppo, dell’edificio religioso, chiuso    per restauri, potremo ammirare solo la magica scalinata ornata dalle statue dei dodici apostoli, che conduce al sagrato, e la facciata barocca. La chiesa ha subito la stessa sorte di San Giorgio essendo stata edificata già nel XIV secolo per essere poi gravemente danneggiata dal terremoto del 1613 e successivamente da quello del 1693 e ricostruita nel ‘700. Possiamo crucciarci di perdere l’interno a tre navate della chiesa sulle sue 14 colonne con eleganti capitelli corinzi e, tra l’altro, il monumentale organo a 3.200 canne e la statua marmorea rappresentante la Madonna dell’Ausilio di scuola gaginesca. Ma meglio rinunciare oggi per un restauro  che per sempre in seguito ad un crollo. Proseguiamo la nostra visita risalendo per Corso Umberto 1 sino a raggiungere il Palazzo di Città ex convento di S.Domenico, all’interno del quale val la pena di visitare l’elegante chiostro che presenta in una delle sue colonne la targa che segnala il livello a cui giunse l’acqua durante la terribile alluvione che riguardò Modica nel 1902. In seguito a questo ennesimo catastrofico evento naturale, che modificò ulteriormente l’aspetto della città, eliminando i ponti che univano le opposte rive dei due torrenti che giacciono a fondo valle, fu resa necessaria la razionalizzazione del regime delle acque sino alla completa copertura dei letti dei torrenti. Usciti dal Palazzo di Città, vale la pena dare un veloce sguardo alla contigua chiesa di S. Domenico, in stile barocco siciliano, una della poche rimaste in piedi dopo il terremoto del 1693; al suo interno, nel terzo altare di destra, è conservata una grande tavola della Madonna del Rosario (1535-40) di Vincenzo da Pavia, discepolo del Perugino. Percorriamo quindi via Marchesa Tedeschi giungendo a piazza S. Maria in cui si erge la Chiesa di S. Maria di Betlem, ricostruita anch’essa nel ‘700 dopo il terremoto. All’interno, con soffitto ligneo a tre navate su colonne, una cappella nella navata di sinistra conserva un interessante presepe inaugurato nel secolo scorso con sessanta personaggi in terracotta vestiti con i costumi tipici del contado di Modica; a destra, invece, attraverso un portale ogivale si accede alla Cappella del Sacramento (Cappella Cabrera) il cui stile architettonico tardo-gotico-rinascimentale ne denuncia l’origine del XV secolo. Continuando a percorrere Corso Umberto 1 in direzione di Piazza C. Rizzone, sulla destra, troviamo via De Leva dove è possibile ammirare lo splendido portale omonimo in stile arabo-normanno risalente al XIII secolo e finemente cesellato di pietre. Più avanti, sempre lungo il corso principale, a sinistra è Piazza Matteotti presso cui sorge la Chiesa del Carmine con l’elegante portale chiaramontano sormontato da un bel rosone che testimoniano la sua origine antecedente al terremoto del 1693. L’interno custodisce, disposto nel secondo altare a sinistra, un pregevole gruppo marmoreo del XVI secolo attribuito alla bottega di Antonello Gagini, rappresentante l’Annunciazione e una tela del ‘600 raffigurante l’Incontro della Madonna con Gesù risorto di Daniele Monteleoni, collocata nel terzo altare a sinistra. Superata Piazza G. Rizzone e imboccato Viale Medaglie d’Oro, sulla sinistra, una traversina conduce al Palazzo dei Mercedari, un convento settecentesco che al suo primo piano ospita il Museo delle arti e tradizioni popolari intitolato a Serafino Amabile Guastella. Il museo etnografico è stato istituito nel 1978 da alcuni intellettuali modicani che hanno voluto lasciare un segno indelebile delle tradizioni popolari della zona. Il locale è suddiviso in 15 ambienti adattati a costituire una masseria, centro di tutte le attività che si svolgevano nel mondo rurale di un tempo; della masseria fanno parte un bàgghiu (cortile), una stalla e diversi ambienti utilizzati per le attività artigianali, come la lavorazione del pane e dei prodotti caseari, la bottega del fabbro, del sellaio, del carradore, del mielaio, del falegname ecc., ed infine un ultimo vano è adibito a camera da letto. Tanti altri sono gli angoli di Modica che meriterebbero altrettanta attenzione ma, come è facile comprendere, non è possibile dare una panoramica completa delle meraviglie che questa città è capace di offrirci.

E divenne “regnum in regno” 

Tanto potente da meritarsi l’appellativo di regno nel regno, la Contea di Modica godeva di un’autonomia amministrativa pressoché totale dal Regno di Sicilia

Una conca formata da quattro colline con corsi d’acqua che l’attraversano, aveva certamente tutte le caratteristiche per costituire fin dai secoli più lontani un luogo ideale per essere “frequentato” e poi stabilmente abitato. Anche se le fonti ed i ritrovamenti archeologici dei siti antichi non dimostrano nulla di 11scientificamente” certo, tuttavia è probabile che durante il periodo  castellucciano ” (200-1400 a. c.), esistessero insediamenti nel territorio. Le successive ondate migratorie, dei Sicani prima e dei Siculi poi, l’influenza fenicia, sicuramente hanno determinato in questo sito un più o meno consistente nucleo abitativo che alcuni autori locali (Solarino, Modica Scala) definiscono “fiorente città”. Durante il periodo della colonizzazione greca si hanno testimonianze dirette del coinvolgimento degli insediamenti della contea nella lotta di predominio tra le città greco-sicule (VIII-VI sec. a. c.). Con l’occupazione romana di Siracusa e la successiva eliminazione dall’Isola della presenza cartaginese, imaggiori centri della contea come Modica e Ibla, essendosi arrese spontaneamente, furono classificate come città decumane. Le forti imposizioni di imposte e tributi e le illecite vessazioni degli esattori del periodo verrino (73 a. c.) ridussero drasticamente il numero degli “aratori” (in tre anni pare siano passati da 187 a 86), determinando un notevole calo della produzione di frumento con relativa decadenza dei centri urbani e instabilità sociale. Nell’età di Lepido, anche se si assistette ad una certa stabilizzazione sociale, il sistema di produzione fondato sul latifondo ad economia schiavista, non assicurò certo migliori condizioni di vita. Dall’età del tardo Impero la contea entra in un precoce e progressivo Medio Evo senza tempo, scandito da una diffusione sempre più ampia del Cristianesimo testimoniata da numerosi “ipogei” e catacombe che hanno il loro fulcro nella Cava d’Ispica ed ancora in necropoli (Michelica e Renninello) o borgate scomparse (Miglidulo, Cavetta, ecc.). La presenza bizantina, successiva alla conquista, è testimoniata, oltre che dalla pur rara presenza archeologica, anche dall’influenza che la loro cultura greco-ortodossa ha lasciato nei costumi, nei siti religiosi, nella toponomastica. Il sito fu certamente fortificato e denominato “Rocche di Mudicaq” che la “Cronaca di Cambridge” riferisce essere caduto in mano musulmana nell’844-45. Il periodo saraceno fu caratterizzato da un impulso nella produzione agricola determinato dall’accrescimento delle culture intensive attraverso nuove tecniche di irrigazione (“saie” e “gabbie”) e di coltivazione, l’introduzione di nuove colture arboree (agrumi, ulivo e in particolare il carrubbo) tutt’ora parti integranti del paesaggio ibleo. La presenza di toponimi di origine araba caratterizza la Contea così come gran parte dell’Isola. Con la conquista normanna della fine dell’XI sec., il territorio viene modificato in base ai nuovi assetti di tipo feudale e prelude all’istituzione della Contea. Dopo la rivolta del Vespro (1282) Modica è feudo dei Mosca, ma la svolta storica avviene con l’incoronazione a re di Sicilia di Federico d’Aragona che riunisce in un unico stato feudale, di straordinaria importanza storica, le contee di Modica e Ragusa, affidandole, come testimonia un “diplorna” redatto in Palermo il 25 marzo del 1296, a Manfredi di Chiaramonte. Da questa data si fa partire l’inizio ufficiale dell’istituzione della Contea di cui quest’anno ricorre il settecentenario. 1 fasti e il potere della Contea sotto il dominio di questa importante famiglia sono testimoniati in modo inequivocabile dalle innumerevoli testimonianze architettoniche (chiese, castelli, palazzi) in stile, per l’appunto, chiaramontano. Una svolta storica nelle vicende siciliane e per la Contea rappresenta, nel 1377, la morte di Federico 111 il Semplice, allorché vengono nominati reggitori del regno per conto della quindicenne Maria, rimasta orfana, Manfredi 111 Chiaramonte, Artale Alagona, Francesco Ventimiglia e Guglielmo Peralta. Nel 1390 Maria va in sposa a Martino, figlio del Duca di Montblanc. che non nasconde la propria intenzione dì impossessarsi del trono di Sicilia. Spaventati da questi propositi, non volendo cedere la Contea agli aragonesi, i Chiaramonte convocano i vicari del regno progettando una difesa ad oltranza del proprio territorio e segnando nel contempo, loro malgrado, la fine del loro potere. Infatti non appena Manfredi III di Chiaramonte d’Alagona e il Ventimiglia muoiono, Martino e la moglie Maria sbarcano a Trapani con una potente armata agli ordini del Capitano Generale Bernardo Cabrera. Rapidamente tutti i baroni dell’Isola devono sottomettersi ai sovrani, con la sola eccezione di Andrea Chiaramonte figlio di Manfredi che, rifuggiandosi a Palermo, pone invece una strenua resistenza. Ingannato da una promessa di perdono ed immunità, l’ultimo dei Chiaramonte viene invece giustiziato nel giugno del 1392. Ad egli succede, nel controllo della contea, Bernardo Cabrera premiato dai sovrani per le sue gesta anche con la nomina a Grande Ammiraglio del Regno. Nel 1410, rimasta a reggere il trono di Sicilia Bianca di Navarra, si scatenano le lotte per il trono rimasto vacante. Il conte di Modica, Bernardo Cabrera, vi aspira anch’egli puntando al matrimonio con Bianca di Navarra, il cui vicariato ha però termine con l’ascesa al trono di Ferdinando 1 di Castiglia.Dopo la morte di Bernardo Cabrera la Contea vive alterne vicende ma il suo possedimento è sempre molto ambito e toccherà, nel 1481, a Federico Henriquez, parente del re di Spagna, che sposerà l’ultima dei Cabrera, Anna. Subito dopo le nozze gli sposi fecero edificare la chiesa di Santa Maria del Gesù con l’annesso convento dei Frati Minori Osservanti. Gli Henriquez-Cabrera riconducono la Contea ad uno splendore e ad una potenza tale da meritare l’appellativo di “regnum in regno” con facoltà da parte dei conti di emanare leggi proprie. In particolare il conte Giovanni Alfonzo Henriquez-Cabrera, la cui famiglia aspira al trono di Sicilia, viene nominato icerè. Con Ludovico Il, gli Henriquez-Cabrera divengono protagonisti di una profonda trasformazione socioeconomica della contea, determinando il passaggio dai vecchi modelli dello stato feudale ad una struttura economico-produttiva più moderna. Alla base di queste trasformazioni è la riforma amministrativa che prevede la concessione di numerose terre in enfiteusi e cioè in locazione secondo precise norme gestite da uno specifico istituto giuridico secondo cui il feudatario o il possessore di immobili potevano cedere il proprio bene come “domino diretto” ad un concessionario o come “domino utile” in cambio di un censo annuale che poteva protrarsi per un periodo di tempo indeterminato. Le metamorfosi sociali sono immediatamente percepibili con il decentramento dei flussi economici e con la nascita, nella campagna modicana, di numerosi ed importanti insediamenti rurali. Questa riforma va ad aggiungersi alla preesistente concessione di una importante franchigia ottenuta dai conti per l’esportazione di merci, contribuendo al potenziamento delle strutture economiche della contea. In questa fase, e per tutto il periodo della Controriforma, all’espansione delle attività economiche si aggiunge una notevole attività culturale determinata anche dalla presenza in Modica di numerosi ordini monastici; tra questi i Padri Riformati, i Domenicani e i Gesuiti cui si deve l’edificazione di numerosi luoghi di culto e conventi. Fu questo un periodo fervido per lo sviluppo nella Contea delle arti, delle scienze, delle lettere e della filosofia che ebbero la loro massima espressione nel genio di Tommaso Campailla, assertore convinto delle teorie cartesiane ed autore dei poema “L’Adamo, ovvero il mondo creato”. Il Campailla fu testimone oculare. a soli 25 anni, del terribile terremoto che sconvolse il Val di Noto l’11 gennaio 1693 e che, come riferisce Rocco Pirri, lasciò la città di Modica “medietas devastata” con 2.400 morti. La capacità delle classi nobiliari di investire in ricostruzioni, che rispetto ai tempi furono rapidissime, testimonia la loro stabile condizione patrimoniale e il ruolo crescente della ricca borghesia agraria nonché la presenza di maestranze artistiche ed artigianali di alto livello che raggiunsero la massima espressione delle loro potenzialità nella riedificazione della chiesa di San Giorgio, l’esempio più compiuto del tardo barocco del Val di Noto. Come scrive Giuseppe Barone (prefazione al testo di G. Raniolo La Contea di Modica nel regno di Sicilia, 1993) “La ricostruzione si snoda con fasi alterne lungo il XVIII sec. ed esprime il livello più alto della progettualità politica dei gruppi dirigenti locali: dall’edilizia monumentale ecclesiastica a quella di committenza laica, dalla cortina delle fabbriche dI ceto civile alle più modeste case di artigiani e popolani, il tessuto urbanistico delle cittadelle iblee qualifica il secondo momento ‘alto’ della Contea, perché esprime compiutamente l’ascesa ed il gusto delle colte borghesie locali, la loro scelta lungimirante di ‘pietrificare’ rendite e profitti con un uso scenograficamente sapiente dei volumi e degli spazi. Non si trattò affatto di un miracolo ma di una consapevole direzione dei processi di trasformazione da parte dei patriziati urbani e degli intellettuali”. La storia dei conti di Modica procede di pari passo con le vicende politiche dell’epoca. Dopo che il conte Giovanni Tommaso, accusato di lesa maestà perdette il possesso della Contea, essa fu incamerata dal demanio spagnolo. Successivamente, nonostante la pace di Utrecht del 1713 avesse assegnato la Sicilia al Duca di Savoia Amedeo 11, la Contea di Modica rimase possesso feudale di Filippo V che impose, anche con la minaccia delle anni, tale condizione al nuovo re dell’isola. Dopo la sconfitta di quest’ultimo la Contea, il cui controllo era passato a Carlo VI successore di Amedeo, fu aggregata al dominio austriaco. Solo intorno al 1729 la Contea fu riconcessa a Pasquale Henriquez-Cabrera durante la cui signoria, a causa della guerra di successione al trono polacco e all’avvento al potere di Carlo 111 di Borbone, la Sicilia e quindi la Contea tornò sotto il dominio spagnolo cui la popolazione, nel bene o nel male, era già avvezza. La decadenza di questa signoria ormai lontana prosegue ininterrottamente sino al 1812 , data che segna l’abolizione della feudalità. Agli ultimi Conti non rimasero che i titoli ed alcuni beni personali come al Conte Carlo Michele Fitzjames Stuart y Stolberg Silva Alvarez… che contava di gran lunga più nomi che beni, essendo stato, per debiti, espropriato delle residue proprietà. L’ultimo della serie, con cui si estinse la casata fu Giacomo 11. Con il Risorgimento Modica fu tra le prime città siciliane ad issare, nel 1860, il tricolor divenendo successivamente capoluogo di provincia, sostituita più tardi dalla vicina Ragusa. Nonostante siano numerosi i contributi storiografici dedicati alla Contea essa costituisce ancora oggi un ricco serbatoio per studi a venire di cui tappa fondamentale è l’istituzione di un Comitato scientifico insediato in occasione delle celebrazioni per il suo settecentenario. Una prima occasione di incontro e di verifica è già stata avviata nel marzo del ’96 con l’apertura del Convegno “La terra e il potere: la Contea di Modica nel medioevo”. Un’occasione per fare il punto sullo stato delle ricerche storiche fin qui effettuate (nuove testimonianze ci verranno dalla consultazione dei materiali depositati presso gli archivi spagnoli studiati dal professor Vittorio Sciuti Russi) per l’individuazione di quei caratteri originali di un’area regionale o sub-regionale che costituiscono le costanti della sua storia osservata in prospettiva plurisecolare

Presi per la gola

Un semplice itinerario per Modica difficilmente potrà essere percorso in un sol giorno, tanto più se vi lascerete guidare dagli odori che si sprigionano dalle molte pasticcerie che incontrerete lungo la strada, tutte capaci di proporvi imperdibili golosità frutto della secolare arte gastronomica modicana, tramandata fedelmente sino ai giorni nostri. Beh, già che ci siete, non perdetevi gli affucaparrini, biscotti duri preparati con farina, uova, strutto e zucchero; i nucatoli, teneri biscotti di origine araba, ripieni di fichi secchi, cannella, noci, mandorle e miele; i gel alla cannella, alle mandorle, all’anguría, al limone; il torrone, gli amaretti e gli squisiti mpanatigghi con ripieno di mandorle, filetto di vitello e spezie; i pastieri, un pasticcio di carne tritata di capretto e agnello con uova, formaggio e pepe: le ‘mpanate ragusane e le scacce,costituite da sottili sfoglie di pasta di farina condite con broccoli, spinaci, pomodoro o, ancora, con prezzemolo. A sera, se vi fermate in una delle trattorie del posto, non dimenticate di assaggiare i ravioli fatti in casa ripieni di ricotta, la salsiccia la gelatina, o finireste per commettere un delitto imperdonabile. L’arte casearia è nella zona straordinariamente sviluppata, favorita anche dagli abbondanti pascoli del territorio ibleo e dai metodi di allevamento che difficilmente raggiungono dimensione industriale tutto vantaggio della qualità dei prodotti. Per accompagnare queste pietanze si consiglia di assaggiare il vino caratteristico della zona, considerato superiore alla media e ottenuto dal vitigno “Nero di Avola” di cui sono disponibili due specie, uno più scuro e dalla gradazione piuttosto alta e uno più chiaro e leggero.

I muri a secco nel paesaggio ibleo 

I muri a secco, che caratterizzano il paesaggio ibleo, sono dettagli apparentemente insignificanti dell’architettura rurale. Sopravvissuti a diverse epoche, restano a cimelio di un tempo trascorso e raccontano di un padrone che ha lasciato la “proprietà a due figli,o a tre. Poi sono venuti i nipoti e ancora altri a succedersi nella gestione di un latifondo inizialmente vasto ma di volta in volta frazionato quasi seguendo una naturale suddivisione catastale. Insieme le generazioni hanno svolto un lavoro collettivo scrivendo quello sconfinato libro che è il paesaggio agricolo delle valli e delle colline iblee.1 muri a secco sono sorti come delimitazione, se occorreva come recinzione, come sostegno di terrapieni e forse anche per riparare il fertile podere da coltivare, dal troppo vento che avrebbe potuto portare via la terra tanto preziosa. Il materiale per eseguire tali operazioni veniva prelevato dal campo stesso,”spitrato”, per poter essere arato. Per un’antica abitudine a dare un’utilità a tutte le cose, i blocchi o i grossi pezzi di calcare duro, diveltí dai loro alloggiamenti, venivano ammonticchiati e sul posto grossolanamente squadrati. Se ne occupava ” u mastro ri mura” con colpi di ‘rnartello a testa” che producevano fratture piane, adattandoli con la “mazzetta” e con lo scalpello; li metteva in opera disponendoli con la faccia maggiore orizzontale e con la maggiore dimensione (la lunghezza) parallela al perimetro del muro. li suo spessore era proporzionale all’altezza, portava come carico il solo peso proprio e per resistere allo schiacciamento la sua azione trasversale era, quasi sempre, trapezoidale. Più largo alla base, più ridotto lo spessore in testa, era formato quindi da due corsi di conci che ne costituivano i perimetri esterni mentre la parte interna era costituita da pietrame minuto o in pezzi irregolari a scaglie. La testa del muro cioè la parte superiore era curata disponendo a chi usura conci pressoché uguali come grandezza, con una faccia piena, quella a contatto con lo strato sottostante ed una faccia arrotondata, quella esterna. La stessa cura, nella scelta delle pietre tutte uguali, veniva adottata quando il muro era interrotto per consentire l’ingresso. A volte, riducendo lo spessore dell’opera muraria, si lasciavano fuoriuscire blocchi squadrati, disposti in diagonale, per piccole pedate di una scaletta al naturale che consentiva il valico del muro particolarmente alto. Queste strutture speciali, cui le condizioni ambientali da secoli ne hanno consigliato l’applicazione, si adottano tutt’ora, sia perché perdurano le stesse condizioni,sia per tradizione.

Cava d’Ispica

Lasciando Modica, in direzione di Pozzallo, segnali turistici ci indicano la presenza della Cava d’Ispica, uno dei maggiorì complessi rupestri della Sicilia. Si tratta di un canyon lungo 13 chilometri, scavato dal torrente Busaitone, che reca in sé le testimonianze di una frequentazione costante dell’uomo dai primi insediamenti Sicani sino al più recente utilizzo di alcune delle sue grotte per il ricovero delle greggi. Nel corso dei secoli la Cava d’Ispica ha conosciuto momenti di grande splendore, in particolare tra i secoli IV e VII d.C., in relazione al movimento monastico che dall’Oriente si diffuse per tutto il Mediterraneo. La visita è resa particolarmente agevole dalla presenza di un parcheggio per le auto, di un ufficio informazioni e di comodi sentieri che tracciano un interessante itinerario. Subito sulla destra, all’ingresso del sito, si può visitare la grande catacomba paleocristiana di “Larderia”, databile tra il IV e il V secolo d.C.. La catacomba conta oltre trecento tombe disperse lungo tre corridoi. Il corridoio centrale (o decumano centrale) conduce al “cubicolo del baldacchino”, una monumentale sepoltura sormontata da un baldacchino con pilastri regolari e costituita da un vano quadrato sulla sinistra del corridoio. Proseguendo la visita del sito ci si imbatte ancora in testimonianze di epoche diverse della presenza umana. Ritornati sulla strada e percorrendola verso Rosolini, dopo poche centinaia di metri, si imbocca una carrozzabile sulla destra e, poco dopo, a sinistra, si possono ammirare i resti della chiesa di San Pancrati a pianta longitudinale tricora, databile tra il V e il VI secolo. Nelle vicinanze della chiesa si trova “u rutt’e santi”, un’interessante grotta che conserva resti di pitture bizantine purtroppo in pessimo stato. In zona anche la grotta di San Nicola, una piccola chiesetta rupestre di età bizantina. La descrizione delle numerose testimonianze della presenza umana nella Cava d’Ispica non rende merito alle suggestioni paesaggistico-naturalistiche pure staordinarie. Tornando indietro all’ufficio informazioni, fatevi indicare un altro interessante sito, il “Castello”, un complesso di abitazioni rupestri a più piani di età tardo-medievale, abitato sino agli anni ’50.

I Caricatori della Contea

Uno degli elementi che fecero della Contea di Modica il “regno nel regno” è stato sicuramente la capacità dei Conti di conquistarsi ìl privilegio di potere spedire le proprie mercanzie senza incorrere nel pagamento di dazi al governo centrale, utilizzando una franchigia così ampia che spesso i prodottì dell’economia locale da soli non consentivano la sua copertura. A tal proposito venivano spesso importate merci da altri luoghi per poterle poi esportare, per cosi dire, esentasse dai territori della Contea. Un ruolo strategico in queste operazioni di “elusione” fiscale ante litteram, giocavano i caricatori, enormi magazzini costieri in cui le derrate venivano stoccate per poi essere imbarcate sulle navi che provvedevano al loro trasporto verso altri lidi mediterranei. Tra questi caricatori sicuramente i più importanti erano quelli di Pozzallo e Sampieri. Il primo si espanse sino a divenire una grossa cittadina rívíerasca, emancipatasi dalla feudalità e quindi dalla subordinazione alla Contea di Modica con il decreto regio del 1829 con cui diveniva comune autonomo. La storia del caricatore di Pozzallo comincia con Manfredi di Chíaramonte. Il “Caricatore”, punto di sfogo sul mare della Contea di Modica, appartenne, dalla fine del XIV secolo, al Conte Bernardo Cabrera che per concessione reale aveva il diritto di esportare da esso dodicimila salme di frumento. Dell’antico caricatore rimane, insigne testimonianza, la Torre, fatta erigere dal Conte Bernardo Cabrera a difesa del sito dalle incursioni dei pirati. Della Torre parla dettagliatamente, nella sua opera Descrizione dell’Isola di Sicilia (a cura di G. Dì Marzo, Palermo, 1877), il Camilliani, che ne riconosce l’importanza strategica proponendo anzi l’elevazione di altre fortificazioni a difesa della costa, probabilmente mai edificate. L’imponenza della Torre, visibile dalla piazza principale di Pozzallo, parla anche il Fazello che la definì “ingens et magnifica” (Dell’istoria di Sicilia, Palermo 1558). L’edificio ha subito, nel corso dei secoli, numerose modifiche sia di natura strategico-militare, come i rinforzi per sorreggere le artiglierie ed un terrapieno verso il mare voluti da Carlo V, sìa di vera e propria ricostruzione, come quelle volute dagli Henriquez Cabrera dopo il disastroso terremoto del 1693. Importante presidio militare, la Torre era gestita. come ci tramanda lo Spannocchi. da un cappellano al comando di 4 uomini. Oggi l’edificio si presenta come una costruzione austera e omogenea il cui rigore è scarsamente interrotto da elementi costruttivi. La sua altezza attuale di circa 20 metri è inferiore all’originale in cui erano presenti le ormai perdute merlature. All’interno della Torre, oggi chiusa per restauri. si accedeva per mezzo di un ponte levatoio, mentre verso il mare è ancora possibile osservare i resti del potente bastione deputato al sostegno delle artiglierie. Di una torre analoga il Camilliani propone l’edificazione a difesa del caricatore di Sampieri, ma è improbabile che la sua costruzione sia mai stata effettuata. Sampieri, frazione di Scicli, è invece oggi un piccolo borgo di pescatori discretamente conservato nella sua parte più antica, attorno a cui si è sviluppato un grosso centro turistico

Brancati e Modica

Nel suo “Diario romano”, scritto tra il ’47 e il ’54 ma pubblicato postumo nel 1961, Vitaliano Brancati traccia, dopo un suo ritorno a Modica nel 1948, un breve viaggio nella memoria della sua “fanciullezza”.

“Modica, la città in cui ho trascorso la fanciullezza. Ne partii a dieci anni, un mattino di luglio, dopo una notte di luna trascorsa quasi interamente nel giardino di un amico. Avremmo dovuto passare l’estate a Marzamemi, e tornare in autunno. Invece non tornammo più. Mio padre fu trasferito dall’una all’altra città siciliana, e sebbene i nostri nuovi soggiorni fossero vicini a Modica, non accadde mai più che vi tornassimo, nemmeno per un’ora. Vi ritorno nel 1948, dopo trenta anni. 1 giorni della fanciullezza mi assaltano da tutte le parti. Poiché, tornando in un luogo, noi siamo portati a riprendere la nostra vita nel punto preciso in cui l’abbiamo lasciata, e a seguitarla senz’alcuna interruzione, questo mio giorno di quarantenne s’attacca immediatamente a quella mia notte di ragazzo decenne, con una dolcezza mostruosa mentre tutto il tempo, intercorso in altri luoghi, fra la notte deVI 8 e il suo domani dei ’48, compresso, strappato, amputato, salta via come un tronco marcio. Profondo doloroso diletto di perdere trenta anni di vita smisuratamente meno felici di quei dieci che soli mi vedo dietro le spalle camminando per queste strade, in questa città che non conta per me un’ora, un minuto, che non sia brillante di sensazioni vivacissime, e che solo oggi vado sporcando di sguardi fiacchi, passi gravi, pensieri malinconici e stanchi. Modica riempie una stretta valle e i quattro monti che le fanno cerchio. Mentre passeggio per la via principale, vedo nitidamente quanto accade in un vicoletto che, a piedi, raggiungerci dopo mezz’ora di faticoso cammino, e con lo sguardo raggiungo subito nelle sue più interne minuzie, perché sta librato davanti a me a poca distanza nell’aria. Nei giorni dell’epidemia spagnola, con la fronte poggiata ai vetri del balcone, vedevo chiaramente i lutti di cui era disseminata la città, le finestre che si chiudevano, i portoncini da cui usciva una bara. In una stradetta di Modica alta, riparata da un muricciolo che giungeva al ginocchio del passante, vidi una mattina un carro funebre andare lentissimamente stipato di bare. D’un tratto si spaccò. Seppi la sera che le bare erano state restituite alle famiglie; ma nell’angoscia e confusione di quei tempi, non s’era stati molto attenti nella triste operazione, sicché quando le famiglie vollero rivedere la cara persona, che uscita per l’ultima volta, tornava ancora una volta a rincasare con gli occhi chiusi, e schiodarono il coperchio, in fondo alla bara videro uno sconosciuto, infinitamente pietoso nella sua incapacità di resuscitare, con le sue fattezze di estraneo, un antico e lungo amore in coloro che lo guardavano. Ma la morte non spaventa la fanciullezza. La sera noi leggevamo a voce alta I Promessi Sposi: “Scendeva da uno di quegli usci… ” ” Smettetela! ” diceva mio padre dal suo studio, quando la porta socchiusa lasciava passare la nostra voce. ” E’ proprio questo il momento di leggere la peste di Milano? ” Quando arrivai a Modica dal mio paese natio, avevo tre anni. Ecco la chiesa di San Giorgio che, affacciandomi nella terrazza, vidi per la prima cosa, e che mi penetrò profondamente nell’occhio, in un punto in cui torna a colpirmi dopo trent’anni: sporgente dalla parete del monte su cui sorge, come un enorme altorilievo, col tortuoso strascico delle sue scalinate. Ecco, sui muri, i capperi coi fiori rosa…. E i palazzi l’uno sull’altro, ciascuno con una striscia di cielo imprigionata dietro la ringhiera delle terrazze o dei balconi. Il sonno, a quel tempo, era assoluto e fitto, senza il minimo spiraglio, ma nient’affatto simile alla morte, al contrario succosissima, profonda, compatta sensazione di vita. Il sonno mi rimpastava alle cose da cui la incipiente coscienza mi distaccava a poco a poco. Una sorta di allucinazione. Nessuno è invecchiato. Ecco gli uomini che lasciai di quarant’anni, quelli che mi facevano cavalcare sui loro ginocchi e mi mandavano alle narici, dall’interno della camicia, un leggero puzzo di vecchiaia. Sono sempre gli stessi, hanno sempre quarant’anni: li riconosco ad uno ad uno; potrei chiamarli per nome…. Ahimè, non sono loro! sono i figli, che hanno piano piano indossato i nasi dei padri, le loro pancette, il loro puzzo di vecchiaia, il loro modo di sedere davanti al circolo. Sono ì miei compagni di scuola, i miei coetanei”.

L’antico Carnevale di Modica

Nella Contea dì Modica il carnevale era qualcosa di eccezionale sia per la partecipazione corale di popolo che per la varietà di espressione. Perlomeno a sentire Serafino Amabile Guastella (Chiaramonte Gulfi 1819/1899) che con la sua acuta verve lo descrisse ne ” L’antico Carnevale della Contea di Modica” uscito dapprima a Modica nel 1876 e qualche anno ripubblicato da Piccitto & Antoci tipografi editori ragusani. Le maschere, i riti e le rappresentazioni che lo caratterizzarono fino agli inizi dell’Ottocento rivivono nelle pagine del Guastella e, tra ironia e partecipazione, il lettore viene condotto pagìna dopo pagina attraverso le città della Contea, quando ancora la gente sapeva divertirsi con poco e non temeva di sfidare i potenti e il potere con l’unica arma concessagli: l’ironia e lo sberleffo. Ecco il poeta popolare che in piazza viene issato su un podio improvvisato: i suoi strali si appuntano dapprima sulla categoria degli artigiani (è evidente che egli rappresentava i contadini ed è contadino lui stesso), poi è il turno degli avvocati imbroglioni e dei notabili sempre pronti a fregare la povera gente ed infine gli amministratori attaccati alle poltrone, incapaci ed al servizio del potentato politico ed economico. Si sa che il poeta è sacro, specie in questo periodo; per cui i colpiti masticavano amaro e magari facevano progetti di vendetta per quando “l’immunità” sarebbe scaduta. Intanto per le strade la gente ride e scherza; alcuni gruppi mimano o rappresentano episodi e personaggi: Don Spadaccino, a suo dire terribile coi nemici, spaccatutto e prode spadaccino, ma nella realtà gradasso e pavido, sempre pronto a prender la fuga in caso di pericolo; facile l’identificazione col personaggio locale, il capo della gendarmeria o delle guardie municipali o uno “sbirro” più temuto. 0 lo zù Rusà (zio Rosario) il contadino ignorante e volgare, o l’Allampacucci detto anche Mastru Ruppiddu, la caricatura delle maestranze sempre affamato e servile. E a proposito di fame, sorella di quel bisogno a cui prìma si accennava, era in questa occasione che costei veniva esorcizzata con abbondanza di pasti e varietà di cibi Il giovedì grasso erano abitualì i maccheroni con sugo e carne dì maiale; la pasta approdava alle tavole dei contadini e popolani ancora il sabato, la domenica e il martedì di carnevale. Ed era abbondante per tutti, anche in considerazione del fatto che bisognava attendere un altro anno per rivederla. Un piatto unico di fave e verdura colta nei campi era il pasto quotidiano per molti di loro, per alcuni neppure questo. Si divertivano meno i nobili, col loro carnevale fatto di fastosi costumi, rappresentazioni mitologiche o galanti, feste nei saloni dei loro lussuosi palazzi di Ibla, Modica, Scieli, Spaccaforno o Chiaramonte: ma mangiavano e bevevano abbondantemente tutti i giorni dell’anno! Come monaci, preti e monache, sottolinea con acutezza Guastella, che per altro non sfuggivano al fascino del carnevale, ed a parecchie sue licenze. Il popolo non sembrava farsene un cruccio, anzi accettava fatalisticamente e con un pizzico di ironia quello che era da sempe l’andazzo delle cose: tanto valeva scherzarci sopra! E in questa occasione accomunava potenti, nobili, sbirri, preti, avvocati e notai, e quanti altrì erano nati per la loro rovina, li rivestiva dei panni dello schemo e li affidava alla piazza, la terribile piazza! Quanto sia rimasto della vitalità del Carnevale della Contea di Modica è difficile oggi rintracciare, anche perché le attuali riproposte o elaborazioni di quel carnevale più che recuperarne frammenti stravolgono lo stesso spirito. D’altronde lo stesso Guastella all’inizio del suo saggio avvertiva che già ai suoi tempi “delle costumanze di esso talune susstino rigogliose, altre furono strozzate dalla reazione borbonica, e poscia dalla libertà nuova, e all’occorrenza dal carabiniere che ne spianarono le angolature più scabre; altre vivono nella memoria dei vecchi ……” (dal vol. “L’ulivo saraceno” di G. Cultrera)

Quasimodo e Modica

Quasimodo è considerato il rappresentante più tipico dell’ermetismo degli anni ’30. Il poeta trascorse l’infanzia e la prima giovinezza in Sicilia, per poi trasferirsi a Roma dove si iscrisse alla Facoltà di ingegneria. L’esigenza di trovare un lavoro subito, gli impedì di portare a termine gli studi e lo indusse ad impiegarsi presso il genio civile, prima a Reggio Calabria e in seguito a Imperia, a Cagliari, a Milano, Dopo qualche anno, nel 1938, abbandonò l’impiego e lavorò, prima come segretario di Zavattini poi, dal 1941, come professore in una scuola media superiore di Milano. Nel dopoguerra affiancò all’insegnamento un’intensa attività giomalistica e di traduttore (inaugurata nel 1940 con la celebre versione dei Lirici Greci). Nel 1959 ottenne il premio Nobel per la letteratura; morì a Napoli nel 1968. Nella produzione poetica di Quasimodo si possono individuare due fasi. La prima è quella propriamente ermetica, rappresentata dalla raccolta Acque e terre (1930) e Oboe sommerso (1932); tema dominante è la rievocazione dell’infanzia, strettamente connessa al paesaggio della Sicilia, che acquista agli occhi di Quasimodo una coloritura mitica. Nato a Modica il 20 agosto del 190 1, ebbe sempre il vezzo di affermare di essere nato a Siracusa per confermare, in questo modo, un suo tipico mito: quello di essere un siculo-greco. E manche possibile che il considerarsi siracusano fosse anche la testimonianza del rapporto amore-odio tra il poeta e la sua città natale. Lui, uomo di sinistra, non aveva mai superato le riserve culturali dei suoi concittadini dell’epoca. Oggi le cose sono profondamente cambiate con la nascita a Modica di un centro studi dedicato al poeta e l’impegno dell’Amministrazione, Comunale nell’intitolarglí una strada e nel riportare nella sua casa natale le sue carte. Un’operazione quest’ultima sicuramente complessa ma agevolata da un cospicuo finanziamento regionale stanziato a tale fine. La seconda fase della sua opera abbraccia la poesia del dopoguerra, raccolta in Giorno dopo giorno (1947) e La vita non è un sogno (1949) che si caratterizzano per il linguaggio più semplice e immediatamente comprensibile, perla maggiore attenzione rivolta alla realtà contemporanea e per i contenuti sociali e civili che esprimono.