Fiamme sul Tetto del Mondo

stop-genocid-tib19 febbraio 2013. Due teenager tibetani si sono autoimmolati ieri a Kyangtsa, contea di Dzoge, prefettura autonoma di Ngaba, nell’Amdo. Rinchen, 17 anni e Sonam Dhargey, 18 anni, si sono dati fuoco. 17 febbraio 2013. Namlha Tsering, quarantanove anni, si è dato fuoco nel pomeriggio a Sangchu, contea di Labrang, nell’Amdo, in segno di protesta contro il perdurare dell’occupazione cinese. 13 febbraio 2013, un altro tibetano, Drukpa Khar, un ragazzo di 26 anni, il centounesimo, si è auto immolato in Tibet per la libertà del suo paese. si è dato fuoco a Tsoe, nel distretto di Amchok, prefettura di Kanlho… Sembra inarrestabile il numero di tibetani che, per protestare contro il perdurare dell’occupazione cinese del proprio Paese, sceglie questa terribile forma di protesta. Alle repressive scelte politiche del governo cinese, i tibetani hanno risposto, nel 1987, nel 1989 e nel 2008 – alla vigilia dei Giochi Olimpici di Pechino – con grandi movimenti di sollevazione di massa. Nel 2008 le manifestazioni, iniziate a Lhasa, nella cosiddetta Regione Autonoma, si sono rapidamente estese a tutto il Tibet. Centinaia i tibetani morti, arrestati o semplicemente “scomparsi”. Dal 2009 la resistenza tibetana sperimenta un nuovo tipo di lotta non violenta: le autoimmolazioni. Monaci e laici, uomini e madri di famiglia, teenager e ragazzi poco più che ventenni scelgono di darsi la morte con il fuoco in segno di protesta contro l’occupazione e la repressione. Sono ormai centoquattro, dal 2009 ad oggi, i tibetani che, chiedendo la libertà del loro paese e il ritorno del Dalai Lama, hanno scelto questa morte atroce nella speranza che il sacrificio delle loro vite scuota l’indifferenza della comunità internazionale. Accanto e assieme alle torce umane che drammaticamente infiammano il Tibet, tutta la società tibetana si sta mobilitando, sfidando le severe disposizioni cinesi volte a stroncare ogni forma di resistenza: significative le recenti manifestazioni di massa degli studenti tibetani e il diffondersi del movimento della resistenza popolare tibetana “Lhakar Karpo” (http://lhakardiaries.com/ –  http://lhakar.org/ ) .

Tutto inizia nel 1950 quando, con un atto di vera e propria aggressione che, inequivocabilmete, violava le leggi internazionali, la Repubblica Popolare Cinese invade il Tibet. Nonostante i tentativi del Dalai Lama, capo spirituale dei tibetani per avviare una pacifica comvivenza, le spinte colonialistiche della Cina prendono subito il sopravvento. Inizia una sistematica sottomissione del popolo tibetano che sfocia, il 10 marzo del 1959, in una rivolta nazionale brutalemnte stroncata dall’Esercito di Liberazione Nazionale cinese e terminata con l’uccisione di oltre 87.000 civili. E da allora inizia l’afflusso dei profughi, tuttora inarrestabile, che lasciano il paese per sfuggire alle persecuzioni cinesi.

Gli effetti della colonizzazione cinese in Tibet lasciano senza parole:

– Oltre 1.000.000 Tibetani sono morti a causa dell’occupazione.

– Il 90% del patrimonio artistico e architettonico tibetano, inclusi circa seimila monumenti tra templi, monasteri e stupa, è stato distrutto.

– La Cina ha depredato il Tibet delle sue enormi ricchezze naturali. Lo scarico dei rifiuti nucleari e la massiccia deforestazione hanno danneggiato in modo irreversibile l’ambiente e il fragile ecosistema del paese.

– In Tibet sono di stanza 500.000 soldati della Repubblica Popolare.

– Il massiccio afflusso di immigrati cinesi sta minacciando la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione autoctona a una minoranza all’interno del proprio paese. Mentre prosegue la pratica della sterilizzazione e degli aborti forzati delle donne tibetane, la sistematica politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico a quello religioso e lavorativo.

– Lo sviluppo economico in atto in Tibet arreca benefici quasi esclusivamente ai coloni cinesi e non ai Tibetani.

– il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato.

– Miglialia di tibetani sono tuttora impriogionati, torturati e condannati senza processo. Le condizioni carcerarie sono disumane.

– I tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso.

– Monaci e monache sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista.

Demonstration for a free Tibet in BrusselsTutto ciò nonostante gli incessanti appelli della comunita internazionale. Nel 1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite approvarono tre risoluzioni a favore del Tibet in cui si esprimeva preoccupazione circa la violazione dei diritti umani e si chiedeva “la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all’autodeterminazione”. A partire dal 1986, numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione esistente in Tibet e all’interno della stessa Cina ed esortato il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. In diversi paesi si sono costituiti gruppi interparlamentari a favore del Tibet, e in 60 paesi, sono attivi oltre 100 gruppi di sostegno. Gli Stati Uniti, l’Austria, l’Australia e l’Unione Europea a più riprese hanno inviato in Tibet delegazioni parlamentari d’inchiesta.

Nonostante questo fermento internazionale, in Tibet la situazione rimane tuttora grave. Continua l’afflusso dei coloni cinesi che hanno ormai ridotto i tibetani ad una minoranza all’interno del loro paese, con una presenza di sette milioni e mezzo di coloni, contro sei milioni di tibetani. Le attività religiose e la libertà di culto sono fortemente ostacolate, proseguono gli arresti e le detenzioni arbitrarie e i detenuti sono percossi e torturati. Il “miracolo economico”cinese non reca alcun concreto vantaggio ai tibetani che sono progressivamente emarginati dal punto di vista sia economico sia sociale. Le stesse grandiose infrastrutture (gasdotti, ferrovie, aeroporti), volute dal governo di Pechino, non sono di beneficio alla popolazione tibetana: favorendo, di fatto, l’afflusso di nuovi coloni, costituiscono un’ulteriore minaccia alla cultura e alle tradizioni peculiari del paese oltre a comprometterne seriamente l’equilibrio ambientale.

Sessant’anni di dominazione cinese non hanno, comunque, piegato la resistenza dei tibetani. La dura repressione in atto in tutto il Tibet colpisce sia i monaci sia i laici: strettissima la vigilanza sui monasteri dove continuano le sessioni di ri-educazione patriottica durante le quali i religiosi sono costretti a rinnegare il Dalai Lama e a giurare fedeltà al Partito Comunista; il Dalai Lama, le cui foto sono bandite dagli altari dei monasteri e dalle abitazioni private, è accusato di separatismo e di istigare la popolazione del Tibet alla rivolta; è sistematicamente negata qualsiasi forma di libertà di espressione e di assembramento; i nomadi sono forzatamente trasferiti e ghettizzati in squallidi agglomerati urbani; è negato lo studio della lingua tibetana e il suo utilizzo nell’apprendimento delle materie scolastiche; tutto il paese è chiuso alla stampa e ai mezzi d’informazione. Tutto ciò nonostante le difese d’ufficio del Governo cinese che, rivendicaando la piena sovranità sul Tibet, sostiene di averlo trasformato in una società moderna e che la modernizzazione ha portato notevole beneficio al popolo tibetano, liberandolo a suo dire “dalla servitù feudale medioevale e dalla schiavitù”, e rendendo i tibetati “padroni della loro terra”. Forse sarebbe il caso di spiegare al Governo cinese che il vero parametro per giudicare se una società è moderna è se la gente che la compone ha il diritto di esercitare liberamente la propria volontà collettiva, godendo dei diritti democratici e possedendo la capacità di esercitarli. Questi sono i parametri che definiscono una società veramente moderna e libera. Senza che ci sia bisogno di 500.000 soldati stanziali in Tibet.

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