Carloforte. La capitale di sua maestà il tonno.


Se in altre parti, si “santifica il porco” Carloforte ha tutte le prerogative per canonizzare il tonno, o se volete il “cavallo del mare”. “Il Girotonno”, a seconda degli anni può svolgersi nella settimana a cavallo tra fine maggio e i primi di giugno o nella prima decade di giugno. In quei giorni, l’isola di San Pietro si allestisce a festa, e accoglie migliaia e migliaia di visitatori desiderosi di conoscere questo meraviglioso angolo del turismo internazionale. Carloforte si apre sul mare con una conformazione concava, due enormi braccia aperte, un modo curioso per stringere a se l’ospite che arriva; insieme alla cordialità e all’ospitalità della gente è il miglior modo per far sentire il turista a casa propria. La cittadina è il solo centro abitato dell’isola di San Pietro, distante appena 10 km dalla costa sarda, e costituisce, insieme alla vicina Isola di Sant’Antioco, l’Arcipelago del Sulcis-Iglesiente.
L’isola di San Pietro, da sempre, ha rappresentato un punto d’approdo per le popolazioni mediterranee. I fenici la chiamarono “Enosim” o “Inosim”, i greci “Hieracon Nesos” mentre i romani “Accipitrum Insula” (Isola degli sparvieri, o dei falchi). San Pietro ha un passato curioso, singolare ed affascinate che ha inizio nel 1542, allorquando, a seguito della nobile famiglia dei Lomellini, casato genovese dedito ai traffici, con a seguito un cospicuo numero di famiglie della cittadina ligure di Pegli e da alcuni paesi limitrofi, si insediarono sulla costa tunisina nell’isolotto di Tabarka nei pressi di Tunisi, trovando occupazione con la pesca del corallo e con il commercio marinaro. Dopo due secoli, nel 1738, la popolazione in preda ad una crisi economica e sociale, lasciarono la terra tabarkina per insediarsi nell’”isola degli sparvieri”, in prossimità della Sardegna, ribattezzandola isola di San Pietro. Il primo nucleo abitativo prese il nome di Carloforte, cioè, Forte di Carlo, riconoscenza e fedeltà al re Carlo Emanuele e San Carlo Borromeo, patrono della cittadina. Il nome dell’isola fu scelto come devozione della popolazione verso San Pietro, il quale, secondo una leggenda, vi approdò nel 46 d.C. Carloforte, fu realizzata su progetto dell’architetto piemontese Augusto de la Vallée.
Armonia e disarmonia che si manifesta nel loro dedalo di viuzze così strette da tendere una mano per avere complicità, amore, partecipazione, grovigli che servono per ripararsi dal freddo dal vento, dal caldo, ma anche dai nemici. Nonostante il sole arriva difficilmente in questo labirinto, il calore della gente riesce inesorabile a riscaldarli ugualmente. Vicinato fatto di scambi di necessità, di occhiate, di non segreti, di pregiudizi, di paure, speranze, attese. Ogni casa con la propria identità, con il suo caratteristico odore, la sua conformazione, il suo colore.
Un museo a cielo aperto “dell’isola nell’isola” E se non bastasse il museo a raccontare la storia dell’isola, basta seguire i pochi sentieri che intersecano il territorio per scoprire tutti gli angoli dei 51 km² (sesta isola italiana) per accorgerti che l’intero sistema faunistico, floristico e paesaggistico è un immenso museo a cielo aperto. Trentatré chilometri di costa dell’isola sono prevalentemente rocciosi fortemente modellati dalla salsedine, dalle acque del mare ma anche dal vento, forze della natura che sono riuscite a plasmare le rocce, ma non a piegare la popolazione tabarchina. Grotte, insenature, falesie e piscine naturali con diverse piccole spiagge caratterizzano la costa occidentale dominata dal faro e radiofaro di Capo Sandalo che come un gigante buono avverte i naviganti dell’oscuro pericolo. Rocce scolpite dal vento e della salsedine che come in un paesaggio lunare mostrano le bizzarrie della natura. L’isola è dominata dai monti Guardia dei Mori (211 m s.l.m.) e il Tortoriso (208 m s.l.m.), i quali mostrano delle ferite provocate dalle cave che sono servite, per trovare la pietra per costruire le abitazioni, e per rubare terreno agricolo al vento e alla salsesidine.