Discariche ed ingegneria naturalistica

L’ingegneria naturalistica è una disciplina tecnica che utilizza le piante vive negli interventi antierosivi e di consolidamento in genere, anche in abbinamento coi seguenti materiali:

  • paglia;
  • legno;
  • pietrame;
  • reti metalliche;
  • biostuoie;
  • geotessuti.

 

Fra i vari campi di applicazione si possono elencare:

  • difesa dei versanti dall’erosione;
  • contenimento e prevenzione frane;
  • sistemazioni idrauliche in zone impervie e montane;
  • reinserimento ambientale delle infrastrutture stradali e ferroviarie;
  • rinaturalizzazione cave e discariche;
  • rimodellazione delle sponde fluviali;
  • consolidamenti in aree costiere;
  • ricostruzione in generale delle reti ecologiche.

 

Le finalità principali di ogni intervento di ingegneria naturalistica sono le seguenti quattro:

  1. tecnico-funzionali: ad esempio antierosive e di consolidamento;
  2. naturalistiche: ossia non semplici coperture a verde ma ricostruzione e/o innesco di ecosistemi paranaturali mediante l’impiego di specie autoctone che non alterino gli equilibri ecologici preesistenti;
  3. paesaggistiche: di ricucitura al paesaggio naturale circostante, coerentemente coi pattern locali;
  4. economiche: creando strutture competitive ed alternative ad opere tradizionali.

L’ingegneria naturalistica affianca alla progettazione canonica una metodologia innovativa ed interdisciplinare, che comprende le seguenti fasi:

  • esame delle caratteristiche topoclimatiche e microclimatiche di ogni superficie di intervento;
  • analisi del substrato podologico con riferimento alle caratteristiche chimiche, fisiche ed idrologiche del suolo in funzione degli ammendanti e degli additivi da impiegare;
  • esame delle caratteristiche geologiche e geomorfologiche;
  • verifiche geotecniche e idrauliche;
  • valutazione delle possibili interferenze reciproche con l’infrastruttura. Prendendo ad esempio la costruzione di una strada, si considerano gli effetti dovuti allo spargimento dei sali antigelo, le ripercussioni sulla sagoma limite dovute allo sviluppo della vegetazione e, ancora, le interferenze e le implicazioni indotte dalla presenza della fauna indigena;
  • acquisizione della base conoscitiva, logistica e fitosociologica con particolare riferimento alle serie dinamiche degli ecosistemi interessati per l’efficace utilizzo delle caratteristiche biotiche di ogni singola specie;
  • utilizzo degli inerti tradizionali ma anche di materiali innovativi come biostuoie e geotessuti;
  • selezione delle miscele di sementi delle specie erbacee in funzione dell’efficacia antierosiva, dei processi di organicazione dell’azoto, della progressiva sostituzione delle specie impiegate con le specie selvatiche circostanti;
  • accurata selezione delle specie vegetali da impiegare, con particolare riferimento a specie arbustive ed arboree da vivaio, talee, zolle erbose da trapianto, stoloni e rizomi. Si privilegia il ricorso alle specie autoctone e derivate da propagazione locale;
  • abbinamento della funzione antierosiva con quella di reinserimento ambientale e naturalistico;
  • miglioramento nel tempo di tali funzioni, grazie allo sviluppo delle parti ipogee (sotterranee) ed apogee (aeree) delle piante.

Come si può vedere, la disciplina dell’ingegneria naturalistica abbraccia un campo vastissimo di applicazione, interlacciandosi in un rapporto di mutuo scambio tecnico-normativo con la classica ingegneria civile-edile.

La diffusione attuale è molto più larga in Europa (Scandinavia, Germania, Austria, Svizzera) che non in Italia ma si registra un interesse crescente da parte di addetti ai lavori e non, appoggiato anche dalle Amministrazioni Regionali che intendono incentivare l’utilizzo delle tecniche naturalistiche ed organizzare campagne di informazione e sensibilizzazione.  La previsione per il futuro è ottimistica, anche in virtù delle intrinseche proprietà di mitigazione d’impatto ambientale degli interventi di ingegneria naturalistica.

Le ricadute principali su uno studio di VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale) sono essenzialmente due:

  1. tutela preventiva dei beni ambientali coinvolti dall’opera progettata. Le tecniche naturalistiche ampliano la gamma di possibilità tra le quali scegliere il progetto a minor impatto;
  2. mitigazione e compensazione degli impatti residui inevitabilmente creati da qualsiasi intervento sul territorio.

Queste due finalità sono perseguite all’interno di tre principali settori:

  1. rinaturazione (o rinaturalizzazione): ricostruzione di biotopi o ecosistemi paranaturali, non collegata ad interventi di tipo strettamente funzionale;
  2. ingegneria naturalistica in senso stretto: realizzazione di sistemi antierosivi, stabilizzanti o di consolidamento realizzati con piante vive, in abbinamento con altri materiali innovativi e/o in “grigio” (calcestruzzo, etc);
  3. provvedimenti per la fauna, in particolare per garantire la continuità degli habitat e le vie di accesso tra i diversi elementi ecologici degli ecosistemi.

 

Il recupero ambientale delle discariche

Una volta conclusosi il ciclo di vita di una discarica, si vengono a creare vaste zone in terra sia sulla sommità dei cumuli di rifiuti, sia nelle aree adiacenti zone in terra sia sulla sommità dei cumuli di rifiuti, sia nelle aree adiacenti l’impianto. A questo punto è necessario recuperare a verde il terreno compromesso e ripristinare quanto più possibile le condizioni ambientali in armonia col contesto circostante, comprendente le specie boschive, gli aspetti paesaggistici, le caratteristiche pedolitologiche, ideologiche superficiali e così via.

La “resurrezione” è resa possibile dall’ingegneria naturalistica, con una procedura semplificata di rivegetazione che si articola lungo le seguenti fasi:

  • riporto di terreno vegetale sugli inerti drenanti di ricopertura;
  • eventuale trapianto in zolla a mosaico di cotici di formazioni erbacee di prati-pascoli polifiti. Un simile intervento è indicato soprattutto in aree ad elevata naturalità, come quelle adiacenti a SIC (Siti d’Importanza Comunitaria) e ZPS (Zone a Protezione Speciale);
  • semina con fiorame proveniente da formazioni naturali o paranaturali autoctone;
  • semine o idrosemine potenziate con miscele adatte alla situazione pedoclimatica ed ambientale locale;
  • messa a dimora di specie arbustive autoctone con disposizione a isole, evitando geometrismi che conferiscano un aspetto “artificiale” d’insieme. E’ importante considerare che l’impiego delle specie arboree deve essere limitato alle sole fasce marginali esterne al corpo della discarica, per ragioni funzionali di durata dei teli di sigillatura;
  • consolidamento dei terrapieni e sistemazione di canalizzazioni perimetrali, a volte abbinati con tecniche antierosive o stabilizzanti sulle parti della discarica poste in scarpata, sì da evitare ruscellamenti e solcature del pendio;
  • realizzazione di fasce boscate per creare un effetto tampone.

Si vogliono ora descrivere gli interventi di rivegetazione riguardanti due tipi di discariche.

  • Discariche Rifiuti Solidi Urbani

L’attuale tendenza è quella di sigillare completamente il corpo della discarica (incaramellamento) con materiali

impermeabili quali geomembrane e materiali bentonitici.

Sul rivestimento superiore è possibile mettere a dimora le specie vegetali che, pur inserendo i loro apparati radicali, non arrivano alla geomembrana, lasciandola intatta e perfettamente funzionante. L’unico problema pratico è il reperimento delle miscele idonee di sementi e degli arbusti locali, per poter effettuare un inserimento il più rispettoso possibile del paesaggio

circostante. Si cita a titolo d’esempio la realizzazione della discarica RSU di Sciaves (BZ), che è stata sovrimposta ad un vecchio scavo di versante ed è in serie ad un impianto di compostaggio in cui viene convogliata gran parte dei rifiuti organici. Il residuo in output dall’impianto è avviato definitivamente in discarica. Nel fondo della discarica i rifiuti conferiti sono ricoperti

con strati di terreno vegetale. A saturazione avvenuta, si effettua la copertura superiore dapprima con geomembrane e non

tessuti, che fungono da sigillanti, poi con lo strato drenante ed il terreno vegetale, che viene sottoposto ad idrosemina. Dopo un breve periodo di tempo necessario per lo sviluppo delle sementi e degli arbusti autoctoni, si può già vedere l’effetto positivo complessivo sul versante ripristinato a verde. Da notare che, pur essendoci una fitta popolazione di Pini silvestri sullo sfondo, questi non sono stati selezionati per il rinverdimento a causa del loro lungo apparato radicale, capace di approfondirsi molto e quindi potenzialmente dannoso per la geomembrana e in ogni caso destabilizzante per i ricoprimenti.

  • Discariche minerarie

Si riporta l’esperienza della ex miniera di Campo Pisano (CA), contenente sterili a basso contenuto di zinco e piombo. La superficie totale è di circa 1000 m2, tutti dislocati in pendenza da 40° a 45°. L’area è stata suddivisa in otto parcelle da 5 x 25 metri ciascuna, rinaturate con diverse metodiche in modo da poter confrontare i risultati ottenuti. Le tecniche adottate sono le

seguenti:

  • rivestimento con biofeltro preseminato e preconcimato, fissato con rete metallica a maglia 10 x 10 cm;
  • fascinate e cordonate vive di tamerici alternate a messa a dimora di arbusti autoctoni;
  • palizzata viva di tamerici;
  • copertura con stuoia in fibra di cocco e piantagione di piante erbacee perenni;
  • rivestimento in paglia con rizomi sminuzzati di graminacee e semina;
  • copertura con terra vegetale, stuoia in fibra di cocco e semina;
  • messa a dimora di arbusti autoctoni di gariga mediterranea e cespi di graminacee in vaso;
  • testimone (nessun intervento).

Su tutte le parcelle è stata eseguita una idrosemina di copertura con miscuglio di specie selezionate tra le più resistenti all’aridità e alla carenza nutrizionale. È stata irrigata la sola parte alta del versante e in effetti l’attecchimento maggiore ha riguardato proprio tale zona, a dimostrazione che l’acqua è fra i più importanti fattori limitanti per la rivegetazione di terreni compromessi. Alla fine l’impiego di arbusti pionieri mediterranei si è rivelato essere la scelta migliore, sia come attecchimento, sia come durabilità. Non altrettanto si può dire per le semine, a meno che non si adottino particolari espedienti come lo spargimento di fienagioni o il concomitante trapianto di cespi di graminacee locali.

Il contenuto del presente articolo è stato estratto dal testo “Manuale di Ingegneria Naturalistica Vol. 2”, realizzato dagli autori G.SAULI, P. CORNELINI, F. PRETI, su iniziativa della Regione Lazio.

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