“Sicilia Agricoltura”: l’agricoltore non smette mai di sperare. Buon 2026.

Il 2025 si chiude per il settore agricolo italiano con un bilancio di luci e ombre, segnato da una profonda crisi strutturale che mette a rischio la sopravvivenza di molte imprese. Questo avviene paradossalmente in un anno di grande prestigio internazionale, culminato con il riconoscimento della Cucina Italiana come patrimonio UNESCO nel dicembre 2025.

Nonostante gli ingenti stanziamenti pubblici elargiti negli ultimi tre anni – circa 15 miliardi di euro – l’agricoltura italiana continua a mostrare criticità sistemiche gravi e, per molti aspetti, irrisolte. Un’impresa agricola su tre è a rischio chiusura, gravata da costi di produzione che superano i prezzi di vendita, spesso, i prezzi riconosciuti in campo non compensano l’aumento degli oneri contributivi e burocratici; la cronica scarsità d’acqua e il moltiplicarsi di eventi meteorologici estremi riducono le rese produttive e scoraggiano gli investimenti; è evidente la difficoltà a reperire manodopera generica e qualificata che costringe gli operatori a non effettuare le raccolte; difficoltà si evidenziano anche per l’accesso al credito. L’Italia, inoltre, sconta un grave ritardo nella gestione sostenibile delle risorse idriche.

A ciò si aggiunge una gestione discutibile dei fondi del PNRR, che avrebbero potuto sostenere innovazione, infrastrutture e competitività a favore delle attività produttive, ma che spesso sono stati distribuiti secondo logiche clientelari. Gli investimenti in Agricoltura 4.0 (macchinari e attrezzature) hanno subito una contrazione dell’8% nel biennio 2024-2025, rallentando ulteriormente il processo di modernizzazione. Con un’agricoltura alle corde, sorge spontanea una domanda: chi dovrà sostenere il costo dell’innovazione?

Allo stesso tempo, lo scenario europeo e internazionale spinge verso una trasformazione tecnologica e genetica non più rinviabile per contrastare il cambiamento climatico. L’accordo raggiunto nel 2025 tra Parlamento e Consiglio UE sulle TEA apre nuove prospettive per il miglioramento genetico delle piante, consentendo di aumentare la resistenza a siccità e malattie senza ricorrere agli OGM. Proseguirà l’espansione del Parco Agrisolare, con 3,2 miliardi di euro destinati a raggiungere una potenza installata di 1.700 MW entro il 2026. In questo contesto, i giovani imprenditori agricoli, più aperti al digitale e alle biotecnologie, rappresentano una delle principali leve di resilienza futura del settore.

Il 2026 si apre quindi con impegni rilevanti, ma anche con nodi strutturali da sciogliere con urgenza: la semplificazione burocratica, per ridurre il peso asfissiante degli adempimenti sui bilanci aziendali; una PAC più povera rischierebbe di mettere definitivamente in ginocchio l’intero comparto; la pianificazione di bacini di accumulo per contrastare desertificazione e crisi idrica, soprattutto nel Sud Italia; interventi efficaci contro le pratiche sleali di filiera, per garantire una distribuzione più equa del valore dal campo alla tavola; lo sviluppo di nuovi strumenti assicurativi e di sistemi di difesa attiva contro fitopatie e dissesto idrogeologico.

Il riconoscimento UNESCO della Cucina Italiana rappresenta senza dubbio un traguardo prestigioso, con importanti ricadute turistiche e culturali. Tuttavia, è bene ricordare che la nostra cucina è il frutto diretto di un’agricoltura di qualità, basata su prodotti stagionali, su una riduzione dell’uso di fitofarmaci e su filiere radicate nel territorio, non su materie prime provenienti da chissà dove.

Per questo motivo, difendere e rendere efficiente l’agricoltura italiana significa garantire il futuro stesso della nostra cucina. Senza agricoltori, non c’è tradizione; senza imprese agricole sostenibili, non c’è patrimonio da celebrare.

Foto ricavata A.I.

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