L’agricoltura non si salva con i contributi comunitari, né tantomeno con il proliferare di sagre, fiere e manifestazioni enogastronomiche. Sono strumenti che possono avere una loro utilità, ma che non affrontano il vero problema: la perdita di dignità del lavoro agricolo.
Prima ancora di parlare di incentivi economici, è necessario riconoscere che quello dell’agricoltore non è soltanto un mestiere produttivo. È un’attività che custodisce il paesaggio, tutela la biodiversità, preserva il territorio dal dissesto idrogeologico, mantiene vive le tradizioni rurali e garantisce la sicurezza alimentare delle comunità. L’agricoltura è cultura, è presidio sociale, è difesa dell’ambiente e solo successivamente è economia.
Oggi, nell’epoca della globalizzazione, questa consapevolezza sembra essersi affievolita. L’agricoltore viene spesso considerato soltanto un produttore di beni alimentari, dimenticando il ruolo strategico che svolge per l’intera società. Senza una nuova coscienza collettiva che restituisca valore a questa professione, difficilmente sarà possibile invertire la crisi che investe il settore.
Produrre in Sicilia o in Italia significa sostenere costi elevati. Le aziende agricole devono rispettare rigorose normative in materia di sicurezza sul lavoro, costo dell’energia, tutela ambientale, tracciabilità, qualità delle produzioni, benessere animale e controlli fitosanitari, burocrazia, ecc. Si tratta di obblighi sacrosanti, che garantiscono ai consumatori alimenti sicuri e di qualità, ma che inevitabilmente incidono sui costi di produzione.
Il problema nasce quando questi prodotti devono competere con merci provenienti da Paesi dove gli standard ambientali, sanitari e sociali sono assai meno rigorosi. In molte aree del mondo vengono ancora utilizzati fitofarmaci vietati in Europa, i controlli sono limitati e i costi della manodopera risultano incomparabilmente inferiori. È evidente che una competizione costruita su regole tanto diverse non può essere definita equa.
A questo si aggiunge il tema del Made in Italy, marchio universalmente riconosciuto come sinonimo di qualità. Tuttavia, la normativa vigente consente che prodotti agricoli o semilavorati provenienti dall’estero, una volta trasformati in Italia, possano essere commercializzati come prodotti italiani. Una situazione che rischia di confondere il consumatore e di svilire il valore autentico delle produzioni nazionali, penalizzando gli agricoltori che coltivano realmente il territorio.
Occorre quindi interrogarsi su quale modello agricolo si voglia costruire il futuro. Se si continua a considerare l’agricoltura soltanto come un comparto economico, destinato a competere esclusivamente sul prezzo, il declino sarà inevitabile. Se invece si riconosce il valore pubblico dei servizi che essa offre, anche economicamente, sarà possibile immaginare politiche nuove, capaci di remunerare non solo ciò che l’agricoltore produce, ma anche ciò che tutela.
Anche il fenomeno delle sagre merita una riflessione. Troppo spesso queste manifestazioni vengono presentate come strumenti di valorizzazione delle produzioni locali, mentre nella realtà molti degli alimenti somministrati provengono da altre regioni italiane o dall’estero. Non è raro trovare carne, ortaggi, formaggi, legumi o altri prodotti acquistati attraverso i normali circuiti commerciali, senza alcuna garanzia che appartengano realmente al territorio che la sagra dichiara di celebrare.
In questo modo si offre un’immagine distorta dell’agricoltura locale. Le sagre finiscono spesso per promuovere il consumo, anziché raccontare il lavoro degli agricoltori, la stagionalità delle produzioni, la biodiversità, le varietà autoctone e il legame profondo tra cibo e territorio. Diventano eventi commerciali più che occasioni di educazione alimentare e culturale.
La vera promozione dell’agricoltura non consiste nell’organizzare un maggior numero di eventi, ma nel costruire una cultura del rispetto verso chi produce il cibo. Significa educare i consumatori a conoscere l’origine degli alimenti, sostenere le filiere corte, favorire la trasparenza dell’etichettatura, difendere le produzioni locali, promuovere iniziative pertinenti col territorio – Patrie alimentari – , e garantire agli agricoltori un reddito dignitoso.
L’agricoltore non produce soltanto alimenti: produce paesaggio, sicurezza, salute, identità e futuro. Ogni campo coltivato rappresenta un presidio contro l’abbandono delle campagne, contro gli incendi, contro il degrado ambientale e lo spopolamento delle aree interne.
La crisi dell’agricoltura siciliana e italiana non potrà essere risolta con iniziative occasionali o interventi frammentari o con inutili sussidi. È necessario un profondo cambiamento culturale che restituisca centralità al mondo agricolo e riconosca agli agricoltori il ruolo di custodi del territorio e della sicurezza alimentare e della biodiversità.
Solo quando la società comprenderà che il lavoro nei campi rappresenta un bene collettivo, e non un semplice fatto economico, sarà possibile restituire dignità a una professione dalla quale dipende il futuro del nostro ambiente, della nostra alimentazione e della nostra identità culturale.










