Non mi meraviglio più. Ormai ci siamo quasi assuefatti. Ma fa male assistere a questo diffuso disinteresse verso i problemi reali della Sicilia.
Mentre interi comparti produttivi arrancano e migliaia di famiglie affrontano ogni giorno difficoltà sempre più pesanti, gran parte della politica regionale sembra concentrata su tutt’altro: costruire alleanze, sciogliere partiti, fondare nuovi movimenti, riciclare vecchie sigle di partiti estinti e prepararsi alla prossima competizione elettorale.
È un continuo fermento. C’è chi cambia casacca, chi si rigenera, chi scompare per poi riapparire con un nuovo simbolo. Si discute di “campo largo”, “campo stretto”, federazioni, liste civiche e candidature, sindaci in fermento, indecisi con quale schieramento scendere in lista. Sembra quasi che l’unica emergenza della Sicilia sia individuare il prossimo candidato alla Presidenza della Regione. Oggi, a sentire le indiscrezioni, sembrano esserci già sei o sette aspiranti presidenti, quando ancora nessuno ha saputo indicare una strategia credibile per affrontare le vere emergenze dell’Isola.
Eppure i problemi sono sotto gli occhi di tutti.
Le aree interne continuano a spopolarsi. I giovani lasciano la Sicilia perché non trovano opportunità di lavoro adeguate. L’agricoltura vive una delle crisi più difficili degli ultimi decenni: manca la manodopera, il costo dei carburanti continua a incidere pesantemente sui bilanci delle aziende, i prezzi riconosciuti ai produttori sono spesso inferiori ai costi di produzione (grano, olio, frutta secca) e, nel settore lattiero-caseario, il prezzo del latte rimane su livelli che mettono in discussione la sopravvivenza di molte stalle.
Ma non è soltanto l’agricoltura a soffrire.
La sanità continua a registrare tempi di attesa incompatibili con il diritto alla salute. Gli ospedali di comunità, presentati come una svolta per l’assistenza territoriale, in molti casi faticano a decollare o restano incompiuti. Le imprese denunciano una burocrazia sempre più pesante, il commercio locale perde competitività, le aree industriali attendono interventi strutturali e le infrastrutture continuano a rappresentare uno dei principali freni allo sviluppo. Investimenti senza una visione complessiva. Sottogoverni in mano sprovveduti che si “muovono” con una logica di appartenenza politica senza una strategia comune.
Di fronte a questo scenario, ci si aspetterebbe una politica impegnata quotidianamente a costruire soluzioni, a confrontarsi con le categorie produttive, con i sindaci, con il mondo del lavoro, con le università, gli ITS, ecc. Invece il dibattito sembra ruotare quasi esclusivamente attorno agli equilibri interni dei partiti e alle future candidature.
Ciò che, però, mi colpisce e preoccupa ancora di più è vedere assemblee politiche gremite di persone. Mi domando: hanno davvero risolto i loro problemi? Costituiscono lo zoccolo duro di un’appartenenza politica che prescinde da qualsiasi valutazione sui risultati ottenuti? Oppure sono semplici comparse chiamate a fare numero? È una domanda che credo molti siciliani si pongano.
La politica è una funzione nobile quando interpreta i bisogni delle comunità e costruisce il futuro. Diventa invece autoreferenziale quando il consenso sostituisce il governo dei problemi e le campagne elettorali iniziano il giorno dopo la conclusione delle precedenti.
La Sicilia non ha bisogno di una campagna elettorale permanente. Ha bisogno di una visione, di programmazione, di coraggio amministrativo e di una classe dirigente capace di affrontare le emergenze economiche, sociali e demografiche che da anni rallentano lo sviluppo dell’Isola.
Perché, se continuiamo a discutere soltanto di chi governerà domani senza preoccuparci di come vive la Sicilia oggi, il rischio è uno solo: vincere le elezioni e perdere definitivamente la Sicilia.










