La storia dell’agricoltura siciliana e mondiale ha visto da sempre la donna come protagonista. Lo è stata e continua a esserlo: quando genera la vita, quando consiglia il marito nelle scelte, quando decide con discrezione nei momenti di dubbio e incertezza. Mamme, imprenditrici, consigliere, coadiutrici: in ogni fase della vita la donna svolge un ruolo spesso poco riconosciuto, silenzioso ma fondamentale per sostenere la famiglia e l’azienda agricola.
Le donne hanno svolto un ruolo centrale nella produzione alimentare, nella conservazione delle sementi, nella trasmissione delle conoscenze agricole e nella gestione delle risorse naturali. Ancora oggi, secondo i dati della Food and Agriculture Organization delle United Nations, le donne costituiscono circa il 43% della forza lavoro agricola nei paesi in via di sviluppo, con percentuali che in alcune regioni dell’Africa e dell’Asia superano il 50%. In Italia, le donne guidano oltre il 31,5% delle imprese agricole (circa 355-366 mila aziende).
Le ricerche archeologiche e antropologiche suggeriscono che le donne abbiano avuto un ruolo fondamentale nella nascita dell’agricoltura durante il Neolitico, circa 10.000 anni fa.
Nelle società di cacciatori-raccoglitori, le attività erano generalmente suddivise: gli uomini si occupavano principalmente della caccia, mentre le donne erano spesso responsabili della raccolta di frutti, radici, semi e piante spontanee. Questa attività richiedeva una conoscenza approfondita dell’ambiente naturale: riconoscere le specie commestibili, individuare i periodi di maturazione, comprendere i cicli stagionali delle piante.
Molti studiosi ritengono che proprio questa conoscenza abbia favorito la domesticazione delle piante e la nascita delle prime forme di coltivazione. Le donne avrebbero iniziato a selezionare e conservare i semi delle piante più produttive, sperimentando tecniche primitive di semina e gestione del suolo.
Questo processo portò gradualmente alla trasformazione delle comunità nomadi in società sedentarie, dando origine ai primi villaggi agricoli e alle prime civiltà organizzate.
Nella nuova agricoltura a vocazione “multifunzionale” le donne hanno portato, oltre al gusto, raffinatezza, spirito decisionale e innovazione. Hanno infuso coraggio e lungimiranza, offrendo al tempo stesso il contributo delle loro instancabili braccia.
Sempre nell’ambito della multifunzionalità, un riconoscimento particolare va alla donna della famiglia contadina. Lo racconta bene Franco Poggianti nel suo libro “Capre & cavoli” (AGRA editore):
“È lei che, di fatto, ha inventato il primo embrione dell’industria alimentare: panificatrice, confezionatrice di conserve e marmellate, preparava sott’oli e sottaceti. Essiccava e conservava sotto sale i pomodori, faceva seccare legumi (fagioli, ceci e fave), frutta (fichi, prugne) e funghi. Trasformava il prodotto primario della terra in una merce conservabile nel tempo o scambiabile con altre. In sostanza, con il linguaggio di oggi, chiudeva la filiera. Alla donna era poi tradizionalmente affidata anche l’ospitalità. Tutti compiti e funzioni legati alla pratica dell’agricoltura che i contadini di tutto il territorio nazionale hanno svolto per secoli senza alcun profitto: gratis et amore Dei”.
L’agriturismo ha contribuito anche a riportare molte donne in campagna, con il risultato di migliorare qualità, gusto e accoglienza nelle aziende agricole di tutta Italia.
Le donne sono entrate a pieno titolo nella gestione dell’azienda agricola, offrendo servizi sociali, culturali, educativi, assistenziali, formativi e occupazionali, spesso rivolti ai soggetti più fragili del vasto mondo del terzo settore.
Sono protagoniste indiscusse nella conduzione delle fattorie e delle aziende didattiche, instancabili nell’organizzazione di degustazioni e capaci di svolgere il ruolo di coach per attività sportive all’aria aperta, oltre che di coordinatrici di corsi didattici per scolaresche.
Sono inoltre interpreti nella gestione dei bed & breakfast rurali, attività ricettive a conduzione familiare in cui parte dell’abitazione viene dedicata all’ospitalità. Ma uno dei campi in cui il contributo femminile ha garantito maggiore successo è la vendita diretta. In questo ambito la donna assume il ruolo di comunicatrice aziendale: oltre a consigliare la qualità e il consumo dei prodotti, suggerisce anche come cucinarli.
La presenza femminile negli stand ha contribuito a migliorare il rapporto con i consumatori, creando quella che oggi viene definita fidelizzazione. Grazie a una naturale capacità comunicativa e persuasiva, le donne riescono spesso a trasformare una semplice relazione commerciale in un rapporto di fiducia e talvolta in una sincera amicizia.
La tradizione dello scambio di prodotti — lievito, pane, ortaggi e altri beni — tipica delle comunità rurali e custodita dalle donne, ha rappresentato nel tempo una forma antica di economia solidale. Questa cultura dell’interscambio ha favorito un avvicinamento tra produttori e consumatori, recuperando un modo di relazionarsi che il mercato moderno aveva quasi dimenticato.
Un’altra attività in cui uomini e donne trovavano una naturale sinergia era la lavorazione dell’intreccio. Agli uomini spettava la raccolta e la preparazione dei materiali vegetali — canne, palme, verghe di olmo, salice, olivastro, asfodelo e giunco — mentre alle donne era affidato il compito di intrecciarli per realizzare contenitori di uso quotidiano, panieri e cestini, destinati anche alla vendita e testimonianza di un’antica arte rurale.
Le donne hanno inoltre salvato e tramandato la cucina contadina e territoriale, fatta di piatti e ricette che caratterizzano la tradizione alimentare delle nostre campagne. Una cucina che per secoli si è trasmessa esclusivamente attraverso la tradizione orale e che solo in tempi recenti è stata codificata in ricettari e raccolte gastronomiche.
La cucina rurale, con le sue regole semplici e con l’uso di alimenti locali a chilometro zero — spesso prodotti nella stessa azienda agricola — cucinati con cura e amore, ha dato vita a una cultura gastronomica di eccellenza. Per le sue qualità più autentiche è stata definita “cucina territoriale”, diventando uno dei punti di forza del turismo enogastronomico.
Piatti equilibrati nei sapori, ricchi di profumi, realizzati senza fretta e nella loro essenzialità, diventano veri ambasciatori delle aree rurali. Pietanze che si possono gustare nelle migliaia di aziende agricole diffuse su tutto il territorio nazionale o, talvolta, nella casa di qualche famiglia contadina pronta ad accogliere gli ospiti con l’arte e l’alchimia di un tempo.
Per tutto questo, e per molto altro che ancora si potrebbe dire, appare naturale affermare con forza che, in questa giornata così speciale:
la festa delle donne è anche la festa dell’agricoltura.









