Da decenni il mondo della gastronomia riconosce alle donne un ruolo fondamentale nella trasmissione, nella conservazione e nella rinascita delle tradizioni culinarie. È soprattutto grazie a loro se molte ricette sono sopravvissute al tempo e ai mutamenti sociali, mantenendo vivo un patrimonio che non appartiene soltanto alla tavola, ma alla cultura stessa dei territori.
Molti piatti della cucina siciliana devono proprio alle donne la propria esistenza: una capacità creativa nata spesso dalla necessità, dalla mancanza di ingredienti costosi o rari, e dalla sapienza di trasformare ciò che si aveva in qualcosa di straordinario. È quella che si potrebbe chiamare “cucina della Provvidenza”, una modalità che reinventa senza tradire, che nobilita la semplicità e che ha generato capolavori come le sarde a beccafico o la caponata, espressioni altissime della gastronomia isolana.
Tradizioni a rischio nell’epoca della globalizzazione
Oggi, però, assistiamo a una progressiva perdita di valori gastronomici. La globalizzazione – semplificando, uniformando, rendendo tutto standard – tende a cancellare l’unicità che appartiene ai territori. Come scriveva l’antropologo Ernesto De Martino, i prodotti tipici sono vere e proprie “patrie alimentari”: non semplici cibi, ma connessioni profonde tra ambiente, storia e comunità.
Ignazio Buttitta definiva questo legame come un trittico inscindibile, “Marca di fabbrica”: prodotto–territorio–collettività.
Il merito delle donne bagheresi: salvare lo Sfincione bianco
Tra i patrimoni gastronomici più preziosi della Sicilia c’è lo Sfincione bianco di Bagheria, che preferisco definire una “torta salata”, per sottolinearne l’origine aristocratica. Le donne bagheresi lo hanno custodito, tramandato e protetto, salvandolo dall’oblio. È un piatto aristocratico nella storia, ma profondamente popolare nello spirito: gourmet per ingredienti e tecnica, familiare per cuore e intenzione.
Lo sfincione è sempre stato un piatto al femminile. Per tradizione, gli uomini non mettevano mano alla sua preparazione, che rimaneva un gesto d’amore e di cura: per il marito, i figli, le nuore, la famiglia intera. Prepararlo significava anche celebrare il Natale, trasformando la casa in un luogo di festa, profumi e condivisione.
Quando i forni cominciarono a produrlo commercialmente, spesso con ricette semplificate e adattate, il rischio di perdere la versione originale diventò concreto. Ma le donne di Bagheria avevano già fatto il lavoro più importante: tenerlo vivo nella memoria e nella pratica quotidiana.
Un alimento contro l’omologazione
In un’epoca dominata dai prodotti standardizzati – alimenti identici dalla Val d’Aosta alla Sicilia – lo sfincione bianco è un atto di resistenza culturale.
Resiste perché è unico in tutti i suoi aspetti: nella lavorazione laboriosa, negli ingredienti tipici del territorio, nei tempi lunghi di preparazione, nel suo essere piatto da condividere, non da consumare in fretta.
È un cibo che racconta identità, radici e comunità.
“Mani in Pasta”: un progetto per custodire il futuro
Michele Balistreri, comprendendo il rischio di trasformare lo sfincione in un prodotto folkloristico, estraneo al territorio e consegnato allo show cooking di moda, ha scelto di rilanciare il valore autentico di questo piatto identitario. Così è nato “Mani in Pasta”, un format che punta a trasmettere la tradizione alle nuove generazioni e a mantenere il legame con la comunità bagherese, lontano da contaminazioni che ne snaturerebbero il significato.
Una manifestazione sobria, radicata, sostenibile, che mette al centro il prodotto, le scuole, le famiglie, la memoria. Non il numero di visitatori o l’impatto mediatico, ma il valore culturale.
Lo sfincione come abbraccio e come rito
Lo sfincione bianco non è solo farina, tuma, cipolle, olio e mollica.
È un abbraccio che profuma di casa, un gesto d’amore impastato con pazienza e cura. È la gioia di fare insieme, di raccontarsi, di ritrovarsi intorno a una teglia.
Per l’associazione Piana d’Oro e Slow Food, cucinare insieme significa trasmettere memoria: i giorni di festa, le case piene di voci, i quartieri animati, la comunità che si stringe attorno a un rito collettivo.
Un’eredità da consegnare ai figli
Il progetto “Mani in Pasta” ha un duplice obiettivo: onorare le donne, custodi silenziose di questa tradizione, consegnare ai figli un’eredità gastronomica ed emotiva che rischiava di perdersi.
Perché lo sfincione bianco di Bagheria non è solo un alimento: è storia, identità, emozione, cultura. E finché ci saranno mani che impastano e cuori che ricordano, questo patrimonio continuerà a vivere.










