La politica ascolti il grido degli agricoltori, non soltanto le sirene dell’agroindustria. Mancano le competenze e l’interlocutore.

Dal quadro che emerge dal mercato nazionale e, in particolare, da quello siciliano, arriva un segnale sempre più drammatico: gli agricoltori non ce la fanno più. Non chiedono privilegi né assistenzialismo. Chiedono semplicemente di poter vendere ciò che producono a un prezzo capace di coprire i costi e garantire un reddito dignitoso. Chiedono, in altre parole, un prezzo equo.

Scelta diventata insostenibile.

La situazione è ormai sotto gli occhi di tutti. Ci sono produzioni vitivinicole invendute, campagne che si avvicinano alla vendemmia con quotazioni preoccupanti e prodotti agricoli venduti a prezzi che spesso non remunerano neppure il lavoro necessario per produrli. Nell’Agrigentino, ad esempio, si registrano quotazioni dell’uva intorno ai 45 centesimi al chilogrammo: una cifra che dovrebbe far riflettere profondamente la politica, le istituzioni e l’intera filiera.

Eppure, di fronte a questo grido di dolore, sembra che la politica continui ad ascoltare più facilmente le sirene dell’agroindustria e della grande distribuzione che la voce degli agricoltori. È una scelta che rischia di diventare insostenibile.

Non si può continuare a chiedere all’agricoltura italiana di competere ad armi impari con produzioni provenienti da Paesi nei quali i costi del lavoro, dell’energia, dei carburanti, e degli obblighi normativi sono spesso profondamente diversi dai nostri.

Quando il mercato è retto da speculatori

L’agricoltore italiano deve rispettare una quantità crescente di norme, sostenere costi burocratici, fiscali, energetici e contributivi e, nello stesso tempo, confrontarsi con prodotti importati che arrivano sul mercato a prezzi molto più bassi.

Come può un’agricoltura gravata da mille costi competere con chi produce a condizioni completamente differenti?

È questa la domanda alla quale la politica deve dare una risposta.

La competitività non può significare soltanto abbassare continuamente il prezzo pagato al produttore. Se la grande distribuzione persegue una politica fondata sulla ricerca permanente del prezzo più basso, a rimetterci è innanzitutto l’anello più debole della filiera: l’agricoltore.

E quando il prezzo scende sotto il costo di produzione, non siamo più di fronte a una normale dinamica di mercato. Siamo davanti a un modello economico che rischia di espellere gli agricoltori dalla terra.

Non è più sufficiente invocare genericamente la competitività.

Anche per questo non convince una politica che sembra affidare gran parte della responsabilità al consumatore, invitandolo a leggere le etichette o a scegliere consapevolmente. Certamente il consumatore deve essere informato e messo nelle condizioni di conoscere l’origine e la qualità degli alimenti. Ma non si può scaricare sul consumatore la responsabilità di una crisi che nasce molto prima dello scaffale del supermercato.

Quando la filiera non funziona

Il problema è strutturale e riguarda il funzionamento dell’intera filiera: dalla produzione alla trasformazione, dalla distribuzione alla formazione del prezzo.

Il ministro e il Governo devono intervenire con provvedimenti concreti, portando nelle sedi europee la questione della reciprocità delle regole, della tutela delle produzioni agricole e della sostenibilità economica delle imprese. Non basta raccontare l’agricoltura attraverso gli spot o attraverso messaggi rassicuranti. Servono politiche capaci di incidere realmente sul reddito degli agricoltori.

Come si aumenta il reddito agricolo?

La domanda fondamentale, allora, è una sola: come si aumenta il reddito agricolo?

La risposta non può essere soltanto attraverso i ristori quando arriva una crisi. I ristori possono essere necessari nelle emergenze, ma non rappresentano una politica agricola. Occorre intervenire sulla formazione del prezzo, sulla posizione contrattuale degli agricoltori, sull’organizzazione dell’offerta, sulla cooperazione, sulla trasformazione e sulla capacità delle imprese di trattenere una quota maggiore del valore prodotto.

Occorre soprattutto ridurre lo squilibrio di potere all’interno della filiera. Chi produce non può essere costretto ad accettare il prezzo imposto da chi acquista.

L’agricoltore deve poter conoscere il proprio costo di produzione e avere strumenti per negoziare un prezzo che lo remuneri. La trasparenza della filiera deve diventare una regola e non una dichiarazione di principio.

Il controllo sulle importazioni. Aprire le importazioni quando il prodotto agricolo nazionale è stato interamente consumato.

Il controllo delle importazioni agricole in Italia non può limitarsi alla verifica della sicurezza sanitaria delle derrate, ma deve tutelare anche la qualità, l’origine e la leale concorrenza. Occorre rafforzare i controlli alle frontiere e lungo la filiera, verificando pesticidi, residui, tracciabilità, origine e conformità delle produzioni importate. Particolare attenzione deve essere riservata ai prodotti provenienti da Paesi che applicano standard produttivi inferiori a quelli imposti agli agricoltori italiani ed europei. È necessario inoltre rafforzare l’attività dell’ICQRF contro le frodi sull’origine e sull’etichettatura. Servono banche dati integrate tra dogane, Ministero della Salute, MASAF e autorità di controllo, con controlli mirati sui prodotti e sui Paesi a maggiore rischio. L’Italia dovrebbe inoltre chiedere in sede europea l’introduzione di vere clausole di salvaguardia quando l’aumento delle importazioni provoca danni gravi ai produttori. Infine, bisogna pretendere reciprocità: chi vuole vendere nel mercato europeo deve rispettare standard equivalenti a quelli richiesti agli agricoltori europei. Non si può chiedere ai nostri agricoltori di produrre secondo regole sempre più rigorose e contemporaneamente esporli a una concorrenza che quelle stesse regole non deve rispettarle.

Difendere il reddito degli agricoltori significa difendere le campagne.

Quando un agricoltore non riesce più a vivere del proprio lavoro, abbandona i campi. E quando i campi vengono abbandonati, non perdiamo soltanto produzione agricola. Perdiamo paesaggio, biodiversità, manutenzione del territorio, cultura rurale, saperi, tradizioni e identità.

In Sicilia questo problema assume dimensioni ancora più importanti. Le aree rurali sono custodi di un patrimonio agricolo straordinario: uliveti, vigneti, agrumeti, mandorleti, frutteti, pascoli e produzioni locali che rappresentano una parte fondamentale dell’identità dell’Isola.

Se l’agricoltura muore, muore anche una parte della Sicilia rurale.

Per questo la politica deve cambiare prospettiva. Non deve limitarsi a chiedersi quanto costa sostenere l’agricoltura, ma deve domandarsi quanto costerebbe all’Italia perderla.

Un territorio senza agricoltori è un territorio più fragile. Un territorio senza reddito agricolo è destinato allo spopolamento. E una campagna abbandonata non è soltanto un problema economico: è una perdita sociale, ambientale e culturale.

Gli agricoltori non chiedono di essere mantenuti.

Gli agricoltori chiedono di poter vivere del proprio lavoro. Chiedono che il prezzo riconosciuto per i loro prodotti tenga conto dei costi reali della produzione. Chiedono regole uguali o realmente comparabili per chi opera sul mercato. Chiedono che le importazioni non diventino lo strumento per comprimere continuamente i prezzi alla produzione. Chiedono una filiera nella quale il valore venga distribuito in maniera più equilibrata.

E soprattutto chiedono alla politica di ascoltare la loro voce prima che sia troppo tardi.

Perché dietro ogni prezzo agricolo troppo basso non c’è soltanto un numero: c’è il lavoro di una famiglia, c’è un’azienda che rischia di chiudere, c’è un giovane che decide di non tornare in campagna e c’è un territorio che lentamente si impoverisce.

La politica, dunque, scelga da che parte stare: continui ad ascoltare le sirene di chi vuole acquistare sempre a meno, oppure ascolti finalmente il grido degli agricoltori che chiedono soltanto di poter continuare a vivere della propria terra.

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