Ogni giorno assistiamo a un susseguirsi di comunicati e post sui social in cui si celebrano i successi dell’agroalimentare italiano. Si esaltano il record dell’export, la qualità delle nostre produzioni, la forza del Made in Italy e il prestigio conquistato nel mondo. È una narrazione che riempie d’orgoglio, ma che racconta soltanto una parte della realtà.
L’altra parte è quella degli agricoltori, sempre meno presenti nel dibattito politico e sempre più soli nell’affrontare una crisi che dura ormai da decenni.
Viene spontaneo chiedersi: se l’agroalimentare italiano vive una stagione di successi senza precedenti, perché le aziende agricole continuano a chiudere? Perché migliaia di produttori lavorano senza riuscire a coprire i costi di produzione? Perché i giovani continuano ad abbandonare la terra?
La risposta è sotto gli occhi di tutti.
L’agricoltore vende quasi sempre sottocosto. I prezzi all’origine restano bassi, mentre aumentano carburanti, energia, fertilizzanti, mangimi, acqua, macchinari, interessi bancari, assicurazioni, contributi e adempimenti burocratici. A tutto questo si aggiungono gli effetti dei cambiamenti climatici, sempre più devastanti e frequenti.
Eppure il confronto politico sembra essersi spostato altrove. Oggi il problema, secondo molti, sarebbe il consumatore che non legge le etichette o non presta sufficiente attenzione all’origine delle materie prime, almeno così evidenzia il Ministro Lolobrigida su uno spot sull’olio extravergine sui social.
È davvero questa la questione?
Il consumatore ha certamente il diritto e il dovere di essere informato, ma non gli si può attribuire una responsabilità che appartiene soprattutto alla politica e alle regole del mercato.
Il vero nodo riguarda la concorrenza internazionale.
L’Italia e l’Europa impongono agli agricoltori standard elevatissimi in materia ambientale, sanitaria, sociale e di sicurezza alimentare. È giusto che sia così. Tuttavia, gli stessi mercati accolgono prodotti provenienti da Paesi nei quali quei medesimi standard spesso non esistono oppure sono notevolmente meno rigorosi. Costi della manodopera più bassi, norme ambientali differenti, utilizzo di principi attivi non autorizzati nell’Unione Europea e sistemi di controllo diversi determinano condizioni competitive profondamente diseguali.
Come può un agricoltore italiano competere ad armi pari?
Non basta chiedere ai consumatori di leggere un’etichetta. Occorre garantire reciprocità nelle regole commerciali, rafforzare i controlli sulle importazioni, assicurare la massima trasparenza sull’origine delle materie prime e impedire che il mercato premi esclusivamente il prezzo più basso.
Negli ultimi anni si è parlato molto di sovranità alimentare. Ma la sovranità alimentare non può limitarsi a uno slogan. Essa esiste soltanto se un Paese è ancora in grado di produrre il proprio cibo e se chi lo produce riesce a vivere dignitosamente del proprio lavoro.
Altrimenti rischiamo un paradosso sempre più evidente: un agroalimentare ricco e un’agricoltura povera.
L’industria alimentare italiana rappresenta una straordinaria eccellenza. La trasformazione, la distribuzione e l’export generano valore, occupazione e prestigio internazionale. Nessuno mette in discussione questi risultati.
Ma non si può dimenticare che tutto inizia nei campi.
Senza il grano non esiste la pasta.
Senza il latte non esistono i formaggi.
Senza le olive non esiste l’olio.
Senza gli agricoltori non esiste alcun Made in Italy.
Eppure il valore aggiunto si concentra sempre più nelle fasi successive della filiera, mentre a chi produce la materia prima resta la parte più fragile e meno remunerativa del sistema.
L’agricoltura italiana rischia così di diventare soltanto un simbolo utile alla comunicazione, una vetrina per raccontare qualità, paesaggio e tradizioni, mentre la produzione nazionale viene progressivamente sostituita da materie prime importate, trasformate e successivamente commercializzate con un’immagine fortemente legata all’italianità.
Non è questa la strada per costruire il futuro.
L’agricoltore non chiede assistenzialismo. Chiede di poter vivere del proprio lavoro. Chiede regole uguali per tutti, prezzi equi, controlli efficaci e una filiera che distribuisca il valore in maniera più equilibrata.
Se continueremo a ignorare questo problema, il rischio è evidente: celebreremo un agroalimentare sempre più forte sui mercati internazionali, mentre nei territori scompariranno proprio coloro che ne rappresentano il fondamento.
Il giorno in cui avremo perso gli agricoltori, avremo perso molto più di un settore economico. Avremo perso il paesaggio, la biodiversità, la cultura rurale, la sicurezza alimentare e una parte essenziale dell’identità italiana.
E allora sarà troppo tardi per domandarci dove sono finiti gli agricoltori. La domanda da porci oggi è un’altra: la politica vuole davvero salvare l’agricoltura italiana o si accontenta di celebrare il successo dell’agroalimentare dimenticando chi ne costituisce le fondamenta?
Foto generata da AI










