Fausto Faggioli è una delle figure di riferimento in Italia nel campo del turismo rurale, del marketing territoriale e della progettazione esperienziale. Imprenditore, formatore e strategist, da anni lavora per costruire un ponte concreto tra agricoltura, turismo e sviluppo dei territori, trasformando il prodotto agricolo da semplice bene di consumo a leva culturale, narrativa ed economica. Ricopre inoltre ruoli di rilievo in ambito nazionale e internazionale, tra cui la presidenza di EARTH Academy, network europeo dedicato allo sviluppo sostenibile e al turismo rurale, ed è Responsabile Nazionale per il Turismo Rurale ed Esperienziale per FIJET (Federazione Internazionale Giornalisti Turismo). Intervista.
D. Oggi si parla molto di qualità in agricoltura e di autenticità nel turismo. Dove si incontrano questi due mondi?
R. Si incontrano quando smettono di essere settori separati e diventano un unico progetto territoriale. Il prodotto agricolo non è solo cibo: è paesaggio, cultura, lavoro, stagioni, comunità. Quando questa identità viene trasformata in esperienza, allora nasce un turismo vero, che non consuma il territorio ma lo valorizza.
D. Lei dice che il prodotto agricolo è “territorio in forma commestibile”. Cosa significa concretamente?
R. Significa che dentro un olio, un vino, un formaggio c’è una storia: c’è un clima, un sapere, una tradizione, una persona. Se lo vendiamo solo come merce, compete sul prezzo. Se lo raccontiamo come esperienza, diventa motivo di viaggio, di ritorno, di relazione.
D. Qual è il vero cambio di paradigma che serve oggi?
R. Il passaggio è dal prodotto al progetto. Dall’acquisto alla narrazione. Dalla degustazione all’emozione. Non basta “far assaggiare”: bisogna costruire un percorso che faccia vivere il territorio, prima, durante e dopo la visita.
D. In questo scenario, che ruolo hanno le Fattorie Didattiche e gli agriturismi?
R. Sono la palestra perfetta del turismo esperienziale. Sono luoghi dove si impara facendo, toccando, vivendo. Spazi fisici, ma anche emotivi. Possono diventare veri hub di educazione al territorio, al cibo, alla sostenibilità e alla cultura rurale.
D. Lei parla di “Vibe Tourism”. Cos’è, in poche parole?
R. È un turismo che non ti porta solo in un luogo, ma dentro il suo ritmo. Non vendiamo esperienze standard, ma esperienze vere: accanto a chi quel territorio lo vive ogni giorno. È sentire le vibrazioni della comunità, dei gesti quotidiani, della biodiversità locale. Il Vibe Tourism (o turismo delle “vibrazioni”) è una tendenza di viaggio emergente che sposta il focus dall’accumulo di attrazioni turistiche alla ricerca di connessioni profonde, emozioni autentiche e atmosfere locali. Non si tratta più di “visitare” un luogo, ma di “sentirne” il ritmo, immergendosi nella cultura, nella biodiversità e nella vita quotidiana della comunità ospitante. In sintesi, il Vibe Tourism è un nuovo paradigma che mette al centro le passioni, le emozioni e la qualità dell’esperienza vissuta, privilegiando la qualità delle interazioni rispetto alla quantità delle cose viste.
D. Cosa manca oggi a molte esperienze rurali per essere davvero competitive?
R. Manca la progettazione della Customer Journey Rurale. Non basta aprire le porte e sperare che qualcuno arrivi. Serve un progetto integrato basato su tre pilastri: Promessa, Processo, Prova.
D. Ce li spiega meglio?
R. Promessa: cosa garantisci al visitatore? Autenticità, qualità, accessibilità, identità?
- Processo: come rendi l’esperienza fruibile? Orari chiari, standard minimi, sicurezza, storytelling, accoglienza.
- Prova: cosa resta al visitatore? Contenuti, ricordi, possibilità di riacquisto, relazione nel tempo.
D. Come si costruisce una vera filiera turistica rurale?
R. Seguendo una logica semplice ma potente:
- Attrattore → il prodotto tipico
- Esperienza → il luogo e il fare (frantoio, vendemmia, caseificio, cooking class)
- Relazione → l’incontro con chi produce, con competenza e verità
- Contesto → paesaggio, cultura, natura, artigianato
- Conversione → un’offerta chiara, acquistabile e calendarizzata
- Continuità → post-viaggio: spedizioni, community, eventi, ritorno
D. Cosa succede se continuiamo a trattare il prodotto agricolo solo come merce?
R. Succede che finisce sugli scaffali a farsi la guerra sul prezzo. E perde valore, identità, dignità. Se invece lo trattiamo come asset di marketing territoriale, diventa una piattaforma narrativa, una leva di posizionamento, reputazione e fidelizzazione.
D. Che tipo di valore genera questo modello?
R. Non solo economico. Genera valore sociale, culturale e educativo. Connette agricoltori, turisti, scuole, imprese e comunità. Crea reti. Dà dignità a chi lavora la terra ed educa chi la visita.
D. Di cosa avete parlato nella giornata formativa del 10 febbraio a Borgo Basino?
R. Abbiamo parlato di come trasformare il prodotto agricolo in esperienza, l’esperienza in sistema, e il sistema in sviluppo territoriale sostenibile. Con un approccio pratico, strategico e replicabile, insieme a chi ogni giorno lavora sul campo.









