Agricoltura: senza via d’uscita.  

Olio, grano, vino, ortaggi e molte altre produzioni da anni soffrono una lenta agonia. L’intero comparto agricolo vive una crisi profonda: manca la manodopera, mancano i tecnici, i costi di produzione sono schizzati alle stelle, il mercato è fortemente condizionato, la riorganizzazione commerciale è ferma, le importazioni a beneficio delle  industrie,  i dazi e le spese di gestione frenano ogni iniziativa e l’elenco delle difficoltà non si esaurisce qui.

L’agricoltura siciliana sta progressivamente scomparendo. Manca una politica regionale e nazionale chiara, mentre quella europea appare spesso confusa e contraddittoria. Le direttive UE impongono regole stringenti agli imprenditori agricoli, ma nessuno sembra in grado di proporre soluzioni concrete ai tanti problemi sul campo.

L’agricoltura resiste solo perché è assistita. Il settore agricolo dell’isola paga anche la frammentazione aziendale, l’assenza di un’adeguata assistenza tecnica e costi di gestione ormai insostenibili. In queste condizioni, la Sicilia non può competere né con l’agricoltura europea, né con quella mediterranea o mondiale.

A tutto ciò si aggiunge un altro elemento significativo: gli enti di ricerca sono lontani dal settore. Il campanello d’allarme è il calo di iscritti nelle facoltà di Agraria e negli Istituti tecnici e professionali dell’agricoltura per capire quanto scarso sia ormai l’interesse verso il mondo agricolo. Inoltre, intorno al settore ruotano spesso figure politiche, che immeritatamente occupano enti e sottogoverni che restituiscono un’immagine distorta della realtà e non contribuiscono a risolvere i problemi veri.

Mancano servizi essenziali, oggi affidati quasi esclusivamente alle organizzazioni di categoria, che finiscono con il sostituirsi alle istituzioni in un ruolo che non dovrebbe spettare loro.

Servono idee nuove, politiche nuove, strategie nuove. Ma da dove attingerle, se nessuno mette in campo un progetto coerente? Nel frattempo si rischia di perdere anche la memoria delle antiche tecniche di coltivazione che hanno fatto grande la ricchezza agricola siciliana: un patrimonio culturale e produttivo che si sta dissolvendo.

Il tempo del pianto e dei lamenti è finito. Non bastano le quattro sagre estive a illudere la popolazione che l’agricoltura stia bene: quella è una rappresentazione folkloristica che non riflette la realtà.

Serve invece un gruppo di persone competenti, capaci di elaborare strategie forti: per unificare l’offerta; per valorizzare e certificare la qualità dei prodotti; la riduzione dei costi di gestione; ricostruire la fiducia nelle campagne; per restituire dignità al settore primario.

Si ripete spesso che “la Sicilia potrebbe vivere di turismo e agricoltura”: ma senza una strategia seria in questi due settori, questa frase resta solo uno slogan vuoto. Gli effetti delle tensioni internazionali hanno portato nuovi flussi di visitatori sull’isola, e anche l’agricoltura ha vissuto qualche breve stagione favorevole per riflesso. Ma non può bastare. A pace fatta saranno dolori.

È bene ricordarlo, mentre ci accingiamo a raggiungere il meritato riconoscimento dell’UNESCO: la gastronomia non nasce al supermercato. I grandi piatti della tradizione si possono creare solo con prodotti eccezionali, frutto di un’agricoltura viva, forte, territoriale, e non importata da mezzo mondo, destagionalizzata e delocalizzata. La cucina non è solo la classica ricetta.

Se la politica arretra, l’agricoltura muore. E con essa muore un pezzo fondamentale della Sicilia.

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