Quando D’Azeglio scoprì la Sicilia

massimo d'azeglio

Lo scrittore e statista arrivò nell’Isola nel febbraio del 1842 assieme alla bella… ma terribile moglie Luisa. Un viaggio sentimentale per riabbracciare il fratello e salvare il matrimonio.

Massimo D’Azeglio agli inizi del febbraio 1842 si imbarcò, assieme alla “bella, intelligente ma terribile” moglie Luisa, a Genova per raggiungere per la prima volta la Sicilia. Il motivo del viaggio non fu di tipo politico ma sentimentale. Egli infatti voleva riabbracciare il fratello (Padre Luigi della Compagnia di Gesù) che si era trasferito da tempo a Palermo e le cui condizioni di salute erano tali da fargli presagire la morte. Dietro consiglio degli amici (tra cui Tommaso Grossi e il Manzoni), pensò anche di utilizzare questo viaggio attraverso la “meraviglie del Sud” per provare a mettere un argine alla sua crisi coniugale, portando con sé la moglie.  II viaggio in quegli anni non era ancora privo di difficoltà soprattutto in periodo invernale.  Da due lettere rimasteci, indirizzate a T. Grossi, possiamo ricavare le impressioni di un letterato milanese, allora noto quasi come il Manzoni, che appaiono ben diverse da quelle che oggi manifesterebbero dei “lombardi” da un viaggio in Sicilia… Il 4 febbraio 1842 dopo quasi una settimana di pessima navigazione, (di cui descrive le peripezie) D’Azeglio arriva a Palermo:

“L’arrivo a Palermo è magnifico per mare. La città siede su un piano inclinato circondata da monti che a mezzaluna vengono avanti e formano il porto. L’Etna in lontananza, che vi mostrano e si suppone di vedere “(..)

“La natura è meravigliosa, ma l’arte, tanto più nelle locande, lascia molto a desiderare. In mezzo a tante belle viste, siamo in due camerette basse che guardano su un vicolo largo tre braccia con un bel muro scrostato dirimpetto “(..)

“Smontati alla locanda, domandai subito del padre Taparelli; mi dissero che lo conoscevano e ne parlavano come d’un pezzo grosso, dicendo: -E’ cugino della duchessa di Berry!- Sicché abbiamo sangue borbonico in corpo, se non lo sapessi.  Appena ripulito un poco, m’avviai coi tuoi libri al Collegio (de’ Gesuiti), e gli feci dire che c’era una persona che gli portava roba da un suo fratello di Torino. Passeggiavo aspettando nel corridore. Comparve finalmente e mi fece entrare in cella tutto in complimenti e rimanemmo così un momento senza che mi riconoscesse. Finalmente gli dissi chi ero, e mi fece una festa che non puoi immaginare. Anch’io, per dir vero, avrei durato fatica a riconoscerlo, e quantunque tutt’insieme non stia male, è però d’un aspetto molto mutato, e proprio quel di peggio che puoi immaginare “(..)

“Ora Luisa si va rimettendo delle burrasche, ma vi dura fatica. Andiamo girando tutto il giorno per vedere il vedibile, e la sera si riceve letterati, poeti, pittori, coi quali si tira di scherma a furia di complimenti “(..)

“Il nostro giro in Sicilia è finito, e da tre giorni ci troviamo di nuovo a Napoli, e perciò circa duecento miglia più vicini a voi altri. Non ho mai avuto tempo di scriverti, volendo vedere disegnare prender memorie dipingere, e dovendo far visite e renderne molte (leggi qualcuna). Qui si respira un po’ di più. … dopo i ventidue giorni passati a Palermo si partì per Messina sul vapore verso le sette di sera (del ventisei febbraio); e la mattina, dopo essere passati incolumi tra Scilla e Cariddi, arrivammo a Messina, che è una città di cinquantamila anime, stupenda e collocata che è una meraviglia in faccia alla punta di Reggio come sai. Non voglio imbarcarmi in descrizioni, e perciò vedi il mio disegno di Messina (quando te lo farò vedere) “(..)

“Da Messina a Catania siamo andati per terra, come pure da Catania (“per non viaggiare come bauli “, secondo avea preannunciato a Roberto). Quest’ultimo tratto è stato un vero viaggio del Cinquecento, io a cavallo, e Luisa in lettiga, passando per rompicolli che da noi le capre non v’andrebbero; e quei muli a non mancare mai un piede “(..)

“Siracusa che ai tempi di Dionisio era un milione d’anime, oggi è ridotta a quindicimila: con un porto che conterrebbe tutti i vascelli del mondo, ed è occupato da quattro barche – è proprio una compassione! Abbiam visto e dipinto le Latomie, l’Orecchio di Dionigi, la fontana Aretusa; ed anche qui – vedi il mio album”(..)

“Da Siracusa in due giorni siamo tornati qua, e mi è parso di tornare in un clima freddo. Là eravamo più meridionali che Algeri, ed al paragone Napoli ha un po’ del paese del nord “(..)

Dopo la sosta di Messina, circa venti giorni avevano impiegato a percorrere la riviera siciliana, lasciando Siracusa fra i123/ 24 Marzo.

“Luisa ed io siamo ormai siciliani per la vita, e guai a chi ci parla male della Sicilia! Non ti puoi figurare che ospitalità vi si trova, e quante feste e carezze e complimenti m’hanno fatto per un paio di romanzi che ho fabbricati. Se tu o Manzoni andaste in Sicilia, credo che metterebbero i parati alle finestre, come per le processioni. I loro modi, è vero, hanno un pò dell’originale, paragonati ai nostri; ma v’è tanta cordialità! Tuttavia, non sò se piacerebbero a Manzoni principalmente. Figurati che arrivando in una città, vi capita in camera tanta gente che” non vi conosce, tre, quattro, sei alla volta, e vengono per vedere che faccia avete; e chi vi offre, chi vi regala libri, e tutti a volervi servire in qualche cosa, e non per complimenti – come poi si conosce alla prova “(..)

“C’è un non so che di omerico e di biblico, in questo modo di accogliere, che a noi fa un gran senso… “.

“I tuoi allori sono molto verdi e lussureggianti in Sicilia; e tutti i poeti e poetesse, d’ogni età sesso e condizione, entrano in convulsioni parlando di te. Per far cessare la crisi, dicevo loro: “Ora fa il notaio “. Grido generale d’indignazione!, ed io, come ammolliente, un’elegia sulle sventure degli altri ingegni, particolarmente in Italia: e così ognuno si ritrova mezzo consolato. A Catania, m’hanno presentato un poeta, che ha fatto l’ovo caldo caldo – ed è un poema epico. Il Comune gli paga il viaggio di Milano, onde possa venire a far leggere e correggere il poema da te e da Manzoni. Presto lo vedrete comparire al fianco di un gigantesco rotolo di ottave. Gli ho detto che sicuramente sarete molto contenti di vedere e ammirare il suo bel lavoro, e che amate moltissimo l’impiego di correttori. Ho fatto bene?..”

Con lo sbarco a Napoli, il 26 marzo, si chiude il viaggio di d’Azeglio in Sicilia durato circa sette settimane. E finì anche l’incanto sullo spirito di Luisa d’Azeglio, in breve tornata d’umore impossibile, forse col venir meno del fascino della vita goduta fugacemente entro la cornice del paesaggio insulare. D’Azeglio sarebbe tornato in Sicilia altre due volte per ragioni personali ed una terza volta per ragioni politiche (dissuadere i patrioti locali dal separatismo che intralciava l’opera dell’unificazione nazionale).

Nel 1948 scrive entusiasta: “Vorrei essere siciliano di nascita, e potermene gloriare, come mi glorio di esserlo di cuore”.

E aggiunge ancora: “Da tutti i siciliani che ho conosciuti, non ebbi che gentilezze. Tre volte io visitai il loro bel paese e sempre più mi son convinto che è il paese più ospitale del mondo. Per me è verissimo, non ho trovato egualmente ospitali altri Italiani “.