Parte dalle campagne il rilancio del Paese

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Non ci può essere un’Europa economica-monetaria, politica e sociale unita travalicando la saggezza e gli insegnamenti del mondo rurale, quella ruralità che ha determinato la rinascita dell’Europa e dell’Italia dopo il conflitto mondiale.  Quel mondo rurale costituito da culture millenarie, da saperi, riti, tradizioni, storia, genialità, fede, aspetti etno-antropologici, insomma, quel bagaglio multidisciplinare di saperi e di sapori che ha da sempre contraddistinto il mondo agreste.

Sono trascorsi 25anni del famoso Rapporto Delors su «II futuro del mondo rurale» a cui seguì quella scommessa di spessore e consistenza proposta nel 1989 dall’Istituto Nazionale di Sociologia rurale, che in parte, così recitava:  «Da una ruralità di esodo a una ruralità d’immigrazio­ne. Da una ruralità d’inerzia a una ruralità d’iniziativa. Da una ruralità contrassegnata da uno spirito di sconfitta a una ruralità improntata a volontà di conquista….». «Il punto di partenza fu quel richiamo a una ruralità d’iniziativa e di conquista; un mondo rurale fiero della propria appartenenza, ancorché stretto fra l’incudine dell’invadenza urbana e il martello della marginalità».

Le tendenze della Politica Agricola Comunitaria, contenute nella proposta della Commissione dell’Unione Europea conosciuta come «Agenda 2000″ e la Programmazione di Sviluppo rurale 2007/2013, hanno stimolato e indirizzato al ruolo che l’agricoltura può e deve svolgere: una riflessione mirata a ricercare nuove strategie innovative in favo­re delle aree rurali (il 56% della popolazione dei ventotto Stati membri dell’Unione europea (UE) vive in zone rurali e queste ultime rappresentano il 91% del suo territorio).

E’ evidente che la politica a favore dello sviluppo rurale per l’UE diventa obbligata. L’agricoltura e la silvicoltura rimangono le forme prevalenti di utilizzazione del suolo e di gestione delle risorse naturali nelle zone rurali dell’UE, oltre a costituire un’importante piattaforma per la diversificazione delle attività economiche nelle comunità rurali.

Il rafforzamento della politica di sviluppo rurale è quindi, ormai, una priorità generale dell’Unione europea. Il fallimento delle politiche di programmazione e di sviluppo, «calate dall’alto» hanno fatto prendere coscienza ad amministratori e operatori economici che la strada da intraprendere deve basarsi sulle capacità di progettare e di attuare una crescita economica endogena; infatti, tale modello di sviluppo inizia a essere valutato come un reale patrimonio da valorizzare da parte degli operatori pubblici e privati, che intendono promuovere una nuova cultura di sviluppo, finalizzata al miglioramen­to delle condizioni di vita delle comunità locali. Protagonisti di questa consapevolezza sono stati i GAL, le Organizzazione di categoria, le Agenzie di sviluppo, gli imprenditori agricoli, ecc., i quali, grazie ad una superba fantasia e creatività hanno saputo dare quella dignità e rivalutazione delle aree rurali indirizzando le popolazioni a concetti come: multifunzionalità, diversificazione, rete, sviluppo dal basso, sussidiarietà, ecc. e tante altre strategie portanti che sono entrate, prepotentemente, nelle filosofie delle politiche comunitarie.

«Tradizione e innovazione sono andati di  pari passo, nella consapevolezza che ogni territorio è un unicum irripetibile  utile per costruire un futuro degno dell’uomo del terzo millennio».

Le popolazioni rurali hanno preso coscienza dei valori impressi nei territori dove vivono. Si è superato inoltre il concetto che la campagna è sempre stata sinonimo di arretratezza, sottosviluppo, palla di piombo al piede della modernizzazione.

Contemporaneamente, nel corso di questi ultimi anni, il mondo agricolo ha subito cambiamenti repentini che hanno determinato: i mutamenti della domanda e la struttura dei consumi alimentari. In particolare si è assistito, all’aumentare del reddito pro-capite, una propensione al consumo di beni in grado di soddisfare esigenze specifiche dei consumatori: beni tradizionali, tipici, ecc., che rispondevano anche a un’esigenza nutrizionale e altre qualità connesse, come, lo stile di vita (salutismo, edonismo, ecc.).

Inoltre si è assistito, con la saturazione dell’offerta causata dall’internazionalizzazione e della destagionalizzazione dei mercati, che hanno determinato una suddivisione tra i consumatori più responsabili e con qualche euro in più da spendere che si sono orientati verso i prodotti di qualità, e i meno facoltosi che obbligatoriamente sono attratti sempre più frequentemente da prodotti alimentari a basso costo provenienti, soprattutto, dai paesi in via di sviluppo.

Sono così cresciute: la consapevolezza dei consumatori e l’acquisizione del concetto di qualità dei beni e servizi, soprattutto nei riguardi dei prodotti agroalimentari, provocata da numerosi scandali del settore del consumo: il botulismo nello yogurt, il metanolo nel vino,  la salmonella nella carne avicola,  il piombo nel latte in polvere,  la listeria nei formaggi,  l’uso di ormoni illegali nella carne bovina,  il pollo alla diossina,  la lingua blu,  la BSE bovina, il latte alla melanina, ecc.

Tutto ciò, ha determinato da parte del consumatore un interesse sempre crescente nei confronti dei prodotti legati a un determinato territorio, diversi dal punto di vista qualitativo, genuini, saporiti, fonte di gioia per il palato e di svago per la mente.

Gli aspetti alimentari sono fortemente legati anche all’esigenza, soprattutto del consumatore di città, a cercare una risposta allo stress della vita moderna, una risposta all’omologazione degli stili di vita e delle abitudini alimentari, nonché ai problemi ambientali, il bisogno di sicurezza, maggiore trasparenza in termini di provenienza e di tracciabilità dei prodotti consumati, ecc.

L’offerta a questa domanda, sempre più esigente e intelligente, è quella antica, diventata moderna e economicamente e socialmente più rispondente a questa nuova cultura: la ricchezza dei territori rurali. 

Il patrimonio rurale costituito da prodotti tipici e tradizionali, l’enogastronomia, il paesaggio e la natura, l’attività ludica e sportiva, ecc. sono elementi di richiamo e che concorrono a costituire un’insospettata riscoperta dell’ambiente rurale.

La qualcosa può far sperare tutti gli operatori agricoli che da questo nuovo impulso sperano di trarre benefici vedendo ingrossare i loro svuotati portamonete.

Mondo rurale di cui si erano perse le tracce nell’immediato dopoguerra. Persino molte famiglie contadine inurbate ed emigrate, in aree di forte concentrazione industriale, avevano preso drasticamente le distanze delle loro origini rurali.

Il merito di questa inedita presa di coscienza va ascritto innanzitutto: alla riscoperta della ruralità, l’esigenza di salvaguardare il territorio, il desiderio di stili di vita più naturali, il bisogno di territori rassicuranti, l’allineamento alla politica comunitaria, l’esigenza da parte delle aziende agricole di dotarsi di aspetti multifunzionali (fattorie didattiche, aziende agrituristiche, fattorie sociali e musicali, ecc.), combattere il temuto abbandono dei paesi con il prezioso patrimonio culturale e folkloristico. Questo cambiamento economico, culturale e sociale, riconduce a riconoscere l’agricoltura un luogo dignitoso di spazio produttivo, ricreativo e  funzione di leva per lo sviluppo sostenibile per una nuova qualità della vita.

Una nuova visione che trova rispondenza anche dalla riforma della politica agricola dell’UE (PAC) 2014/2020 che prevede: un sostegno all’agricol­tura sostenibile, più aiuti ai nuovi agricoltori e distribu­zione più uniforme dei finanziamenti fra i paesi UE. La politica agricola dell’UE si prefigge di garantire agli agricoltori un tenore di vita decente e agli europei prodotti alimentari in quantità sufficienti e a prezzi accessibili.

Le finalità di questa politica sono: sostenere il reddito degli agricoltori, a condizione che rispettino criteri rigorosi in materia di sicurezza alimentare, protezione dell’ambiente e salute e benes­sere degli animali (pari al 70% del bilancio dell’UE per l’agricoltura); stabilizzare il mercato quando il settore è colpito da maltempo o epidemie (circa il 10% dei fondi stanziati); finanziare la modernizzazione delle imprese agricole per renderle più competitive (20% dei finanziamenti dell’UE, integrati da quelli nazionali).

La strategia Europa 2020 punta a rilanciare l’econo­mia dell’UE nel prossimo decennio. In un mondo che cambia l’Unione Europea, si propone di diventare un’economia intel­ligente, sostenibile e solidale. Queste tre priorità che si rafforzano a vicenda intendo­no aiutare l’UE e gli Stati membri a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. In pratica, l’Unione si è posta cinque ambiziosi obietti­vi in materia di: occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale e energia alternativa  da raggiungere entro il 2020.

Il sistema agricolo nazionale produce ogni anno un fatturato di circa 300 miliardi di euro e, secondo le stime, entro il 2020 contribuirà a creare oltre 200mila nuovi posti di lavoro, di cui 50mila destinati agli under 35(dati CIA).

Una crescita che è continua. Un recente documento della Commissione Europea stima che nel 2050 l’agricoltura tornerà ad essere la prima voce dell’economia europea e la domanda di prodotti agricoli crescerà del 70%.

Parallelamente a questa crescita culturale, rivoluzionaria per le campagne, si assiste quotidianamente a una lotta continua tra chi spinge verso una valorizzazione piena delle aree rurali attraverso politiche, creatività, entusiasmo, ecc. e chi, viceversa, fa di tutto per cancellare questi segni di rivitalizzazione del mondo rurale.

Diventa incomprensibile, in tempi di spending review, far pagare anche al «sistema rurale» i costi per sostenere «la casta», formata non solo da politici, ma anche dal mondo della finanza, banchieri, super burocrati, manager, ecc. garanti di una rete d’interessi invisibili che li rende immortali nella «prima, seconda e terza Repubblica», l’ultimo balzello è l’IMU sui terreni agricoli. All’insegna della spending review si vuole depennare quanto fin qui è stato conquistato, mortificando e scoraggiando le popolazioni rurali, attraverso l’eliminazione di uffici, ospedali, servizi, scuole, ecc.

Bisogna far capire che l’agricoltura e l’agroalimentare sono le leve su cui innescare la ripresa e lo sviluppo del nostro Paese. E questo cambiamento può avvenire con un ricambio generazionale, solo il 7% dei titolari d’azienda, infatti, ha meno di 40 anni e il 70% supera i 65 anni.

Bisogna a tutti i costi  combattere questa «tecnocrazia contabile» che nel marasma della globalizzazione ha perso i principi e valori della solidarietà della fratellanza, unica arma per placare gli animi della polveriera sociale che in tempi brevi, continuando così, metterà a ferro e fuoco l’intera Europa.