Il viaggio in Sicilia di Mario Soldati

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Riporta il racconto di un soggiorno in Sicilia di Mario Soldati, la recente antologia di scritti dedicata ai suoi  «memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino», curata da Silverio Novelli e pubblicata da DeriveApprodi col titolo Da leccarsi i baffi.

Siamo nel ”68 e lo scrittore torinese approda a Siracusa. «Meravigliosa città che, vergognosamente, non conoscevo ancora!» – scrive Soldati – «città fatta di sole, di aria, di mare, e di Grecia antica. Il Duomo è una trasformazione, un adattamento del tempio di Atena, quinto secolo avanti Cristo. La pietra di queste gigantesche colonne doriche, e di tanti altri templi, chiese, palazzi, monumenti, muri della città, è una pietra chiara, calda, porosa, luminosa: come impastata di miele, indimenticabile, particolarissima». Ma declamatone il fascino, Soldati si accinge subito a precisare la ragione della sua visita alla città aretusea: ricercare, assaggiare e parlare di due vini, l’Albanello e il Moscato di Siracusa, che sa essere prelibati e capaci di soddisfare il suo raffinato palato e le sua curiosità di cultore della storia e della tradizione enologica italiana. E infatti, parlando dell’azienda vinicola Arethusa, gestita da un imprenditore di origini padovane (soprannominato ‘lo Sceriffo’ per via deI suoi baffi all’americana), Soldati, tra abbondanti assaggi di vini (che gli procurano una sopportabile e gradevole ubriacatura), discetta sull’uso dello zucchero nella preparazione del vino, sui suoi vantaggi e svantaggi, e medita sulla natura e sul paesaggio siciliano, che gli sembra racchiudere tutto quello che può saziare lo sguardo e rasserenare l’animo: «perchè, a volte, andiamo a cercare l’Oriente, il Medio Oriente, l’Atlante, il Peloponneso, Rodi, Cipro, Acapulco, le Bermude e Trinidad? Giuro: mi sento, mi so, mondo di sciovinismo, parlo per convinzione oggettiva: abbiamo in Sicilia tutto quanto fa al caso e non lo sappiamo e, a volte, per snobismo, andiamo in tutti quegli altri luoghi, ci andiamo forse soltanto per épater chi ci ascolterà, nella cerchia dei Navigli, alle riunioni invernali e mondane». Lasciata Siracusa, Soldati, acompagnato dal Duca di Carcaci, un nobile catanese, si dirige verso le terre di un grande feudo che si trova nel palermitano, famoso già da tempo per la sua ottima produzione di vini. Di quelle terre ricava subito una buona impressione e annota: «le ‘zannate’, ossia le agavi, accanto alle vigne. Filari in stato perfetto di coltivazione, ben allineati, ben curati: e per vastissima area, sulle ondulazioni collinose, fin che corre lo sguardo, fino all’orizzonte. È la tenuta di Regaleali, a Vallelunga, tra i 430 e i 630 metri di altitudine, in provincia di Palermo, nel centro della Sicilia». Altrettanta buona impressione gli fa il prorietario di quel luogo, Giuseppe Mastrogiovanni Tasca, Conte d’Almerita: «Tasca ci appare subito come un gentiluomo di ceppo gattopardesco, sicilianissimo ma, insieme, naturalmente appartenente ad un’elitè cosmopolita: come dire, insomma, che non ha niente, ma proprio niente, di provinciale». Tratteggiato il buon profilo del padrone di casa, Soldati ritorna all’elogio del luogo: «La perfezione, la modernità, la pulizia, che già saltano agli occhi girando per i vigneti, sono confermate visitando le cantine e i cortili del castello, dove tutto è chiaro, vivo, gradevole nonostante l’antichità, la bellezza e il buon gusto: un caso unico». Poi, presa visione dei vini prodotti nell’amplissimo feudo, Soldati fa conoscenza della moglie di Tasca, Franca, e del figlio («l’unico maschio. Si chiama come il nonno: Don Lucio. È un giovane di ventotto anni: bruno, magro, alto occhi fiammeggianti, denti bianchissimi: molto somigliante, sebbene infinitamente più racé, a Warren Beatty, il protagonista fortunato di Gangster Story»); poi, con i Tasca, con gli amici del figlio (il pilota automobilistico Vaccarella e il calciatore De Grandi), con il suo accompapagnatore, il Duca di Carcaci, a tavola, mangiando e bevendo, di tutto e di genuino, giocando a scopone e conversando piacevolmente, Soldati avverte in quell’allegra e arguta compagnia, «un’atmosfera gattopardesca», fatta di intelligenza e libertà, di «disprezzo di qualunque sentimento piccolo-borghese»; vede «lo spirito della Sicilia feudale ancora vivo e valido», e constasta, con una riflessione profonda e amara: «La Sicilia ci sembra il paese più bello del mondo, ma al patto di essere baroni. Il dubbio è questo: la ‘grandiosità feudale’ potrà essere trasferita pari pari nella nuova Sicilia, quando il reddito pro capite di tutti i siciliani aumenterá gradatamente con il progredire della civiltá dei consumi?».

Soldati coglieva in quel suo tour siciliano alla ricerca dei vini e delle vigne migliori, il passaggio dell’Isola verso una modernità che si prefigurava incerta, problematica e anche incapace di sostituire il vecchio mondo, rurale e immobile, con uno solidamente nuovo, progressivo e quindi migliore. La Sicilia di quel viaggio, che Soldati descrisse in un articolo uscito col titolo di U brillanti di l’Eternu Patri, fu meta di tanti suoi ritorni successivi, sempre piacevoli; di uno dei vini migliori dell’Isola, il Marsala Florio, Soldati fu anche testimonial per una réclame televisiva, come ricorda Novelli, nella sua acuta e documentata postfazione al volume, che peraltro ci informa che, nell’archivio dello scrittore torinese, un «filmato del ’33, dai neri che virano in seppia», documenta di un suo curioso incontro con Pirandello, durante il quale, il grande scrittore siciliano «fissa con uno sguardo freddo un Soldati non ancora trentenne e gli dice: ‘Soldati, credevo che lei avesse più rispetto per il Maestro….’».